1 novembre 2009

Gli Editors cambiano stile. Ma comunque...

Yawn... Che c'è? Ah? Si? Ooops, scusate, avevo appena finito di ascoltare In This Light And On This Evening, terzo e forse attesissimo album degli Editors, e mi ero appisolato.

Pessima gag, lo so, ma se non la sfrutto ora che mi accingo a parlare di un album davvero soporifero, quando potrò mai giocarmela in futuro?

Ma entriamo nel merito. Reduci da due album a loro volta decisamente noiosi, gli Editors decidono nella loro terza fatica di abbandonare il suono guitar-oriented e di darsi alle tastiere.
Una mossa originale, non fosse che è esattamente la stessa cosa che fecero i Joy Division quando cambiarono il nome in New Order.

Lì, è vero, si parlava di una delle più grandi band di sempre. E il cambio di stile (e di nome) era da imputare alla scomparsa di Ian Curtis. Qui siamo invece di fronte ad uno dei tantissimi emuli che nell'ultimo lustro si sono accumulati sulla lapide del cantante di Manchester ad accendere un lumino e a chiedere un po' di ispirazione. Il nostro evidentemente non collabora, e infatti l'ispirazione è proprio la merce che più latita nei vari Interpol, Editors e compagni (per i quali è stata coniata la brutta etichetta di Neo-Wave).

L'album si compone di nove tracce dalla durata sostenuta (la media è sopra i 4 :30) . Pezzi che sono giocati quasi tutti sugli stessi elementi: batteria minimale, molto sequencer, linee di synth decisamente basiche, la voce di Tom Smith che, pur gradevole quando si tiene sui toni baritonali che sfrutta maggiormente, a volte si lascia andare ad un falsetto alla Coldplay sul quale non ritengo di spendere un commento.

Il risultato, quando tutto va bene (vedi il singolo Papillon) è una scopiazzatura dei New Order che potrà andar bene per un po' nelle discoteche di tendenza. Quando tutto va male, si traduce in lunghi brani ripetitivi che mescolano un po' dei primi Human League, un po' di Coldplay, un po' di New Order, ma senza nulla di memorabile o di profondo.

Bricks And Mortar, con i suoi 6:15 di totale vacuità, è il manifesto del disco e rappresenta tutto ciò che i denigratori della goth-wave ritenevano che quest'ultima fosse: una gran noia con un tipo che fa la voce lugubre.

La sola Eat Raw Meat = Blood Drool esce dagli schemi e propone qualcosa di interessante. Ma è il penultimo pezzo e ormai è troppo tardi.

5 commenti:

fuchsia ha detto...

Concordo. "Papillon" gronda autocompiacimento e il riff azzeccato viene riproposto fino ala nausea. Anche su "Rumore" ho letto una recensione impietosa. In effetti nell'ormai superato confronto/parallelo Editors/Interpol, io non ho mai avuto dubbi: la band di Banks é tutt'altra cosa.

Michelangelo ha detto...

Sul confronto Editors/Interpol non mi esprimo. A me pare che tutta l'ondata sappia molto di exploit commerciale e che sia poco degna di nota. Poi per questione di gusti si può preferire un disco o l'altro (io allora scelgo i White Lies) ma in genere gli album neo-wave sono raccolte di canzoni ripetitive e poco ispirate.
Escludo dalla lista gli Horrors che fanno tutt'altro e infatti sono su tutt'altro livello.

fuchsia ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
rose ha detto...

io negli Editors riponevo qualche speranza non dico di originalità, questo no, ma di intensità maggiore rispetto a gruppi simili... Promesse non mantenute del primo album, a quanto pare (quello mi era piaciuto).

Uovo Duro ha detto...

Questo album(/gruppo) è una fetecchia sicura, e ci tengo a precisare che non l'ho nemmeno ascoltato. Io non c'ho mica tempo da perdere. Io!