Terzo album in tre anni per John Foxx And The Maths, anche se questo sarebbe una raccolta di collaborazioni e versioni alternative più che un disco di studio. Ma non c'è scritto da nessuna parte e quindi può benissimo essere considerato un "capitolo 3", come forse nelle intenzioni del duo (Foxx e Benge) e come la coerenza interna del materiale pare dopotutto giustificare.
Lontani dallo stile aggressivo del primo album (ahimè, e speriamo prima o poi vi facciano ritorno...) qui si resta sui territori più riflessivi e atmosferici del secondo, ma in modo più convincente e senza troppi strumentali ad appesantire l'ascolto (cosa di cui mi lamentavo a suo tempo).
Il disco si apre in realtà proprio con uno strumentale, ma si tratta di un bel brano caratterizzato da suoni interessanti ed energici, che fa da perfetta intro per la seconda traccia Evidence, collaborazione con i Soft Moon, originariamente edita come singolo. Ed è un grande recupero: cucita su riff di basso potenti e synth muscolari, è una canzone senza tempo, con un testo che gioca su un eterno tema da film poliziesco, e un ritornello da brivido in cui la voce di Foxx riporta alla mente quei trentacinque anni di tradizione elettronica di cui è uno dei padri fondatori.
Altri punti di forza del disco sono la splendida versione di Talk (Beneath Your Dreams) con la partecipazione di Matthew Dear, già apparsa come bonus del precedente album, e i due brani con Gazelle Twin, in particolare l'eterea versione di A Falling Star in cui la voce della cantante di Brighton si inserisce superbamente nel mood retrò del brano.
Ma convincono anche gli episodi che non nascono da collaborazioni, vedi ad esempio Walk, un classico brano distopico alla John Foxx, che non avrebbe sfigurato nei primi album degli anni '80.
Una menzione per la straniante versione di Have A Cigar dei Pink Floyd, un brano meno riuscito ma molto interessante, in cui il famoso testo anti industria discografica risplende di una nuova luce alienante grazie alla magistrale interpretazione dell'ormai sessantacinquenne eroe dell'elettronica.
Speriamo soltanto che nelle prossime uscite Foxx non si lasci prendere troppo la mano dalla sua recente tendenza all'iper produttività, una vena che in alcune sue opere soliste recenti ha spesso penalizzato la qualità per favorire la quantità.
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20 marzo 2013
3 giugno 2012
John Foxx and the Maths, è già tempo di bis
Il primo album di John Foxx and the Maths, uscito solamente un anno fa, era stato un botto inaspettato: lo descrivevo allora come un album molto energico, nella migliore tradizione sintetica inaugurata dallo stesso Foxx più di tre decadi fa, e capace di far battere il piedino anche a un cadavere, pur trasudando classe e sonorità raffinate (nonchè da veri intenditori del vintage) da tutti i pori.Il duo (non fatevi ingannare dal nome: "The Maths" altri non è che il solo Ben Edwards, anche noto come Benge), in questo secondo volume The Shape of Things si ripropone in un mood molto più pacato, ricollocandosi a metà strada tra i brani meno tirati del primo disco e le creazioni in stile ambient che Foxx ha dato alla luce negli ultimi anni, da solo o in collaborazione con altri musicisti del calibro di Harold Budd e Robin Guthrie.
La scelta è un po' sorprendente, considerato che del primo album erano state soprattutto lodate l'energia e la vitalità (oltre al gran lavoro sulle sonorità in prevalenza analogiche). L'album per i miei gusti è comunque un po' troppo sbilanciato, e presenta cadute nel ritmo che lo rendono meno godibile del primo, pur restando di molto sopra la sufficienza e confermando Foxx come uno dei maestri indiscussi del genere.
L'album si compone di otto canzoni e sei brevi brani strumentali. Questi ultimi, pur apprezzabili di per se', spezzano la continuità del disco e lasciano poca traccia nella memoria dell'ascoltatore, perdendosi in una sorta di funzione di sottofondo poco significativo.
Le otto canzoni, quasi tutte dall'incedere piuttosto lento, sono il piatto forte, a partire dall'ottima Rear View Mirror, marziale ed epica, che come altre composizioni del disco si colloca in modo perfetto nella storia personale di Foxx, della quale richiama il primissimo periodo solista. La successiva Talk rallenta ulteriormente il rirmo e ci porta in ambienti minimali, con strati di synth e cascate noise. September Town è ancora molto "vecchio John Foxx", mentre risulta un po' anonima la successiva Unrecognized. Falling Away rivitalizza un po' la collezione con l'uso di sonorità distorte che squarciano il brano usl quale Foxx recita ieratico, mentre Invisible Ray presenta una voce pesantemente filtrata su un tappeto di synth quasi alla Dead Can Dance. Nota speciale per l'ottima Vapour Trails, un salto indietro allo stile del primo album degli Ultravox!, seguita da un gioellino old school come Tides. Chiude la collezione il capolavoro dell'album, The Shadow Of His Forme Self, un brano lento ma vitale ed energico che vale da solo l'ascolto di tutto il disco.
Due le edizioni disponibili: una aggiunge un secondo CD di remix del primo album; l'altra non ha il CD bonus ma sfoggia due tracce aggiuntive: un rimaneggiamento di Talk con ospite Matthew Dear, più oscura ed inquietante dell'originale, e l'inedito Where You And I Begin, con Tara Bush.
18 aprile 2011
Interplay, Foxx and the Maths
La carriera solista di John Foxx dopo l'addio agli Ultravox (un evento che risale ormai a più di trent'anni fa) è stata tra le più prolifiche tra i sopravvissuti alla prima ondata post-punk e, sebbene abbia conosciuto alti e bassi, è tra le più degne di essere (ri)scoperta da chi se la fosse persa.Il nostro però non ha prodotto solo album a proprio esclusivo nome, anzi non è nuovo a collaborazioni a quattro o più mani. Interplay, l'album fresco fresco che esce a nome John Foxx And The Maths, rientra in questa categoria. Sebbene il moniker faccia pensare ad una band, la scrittura in realtà è stata condivisa con il solo Ben Edwards, noto come sperimentatore e collezionista di synth analogici.
L'album è una bella sorpresa e si può ben annoverare tra i più felici della lunga serie di uscite che Foxx ha snocciolato negli ultimi anni, a dispetto dell'età anagrafica (che potrebbe essere uno svantaggio visto il genere, o forse no?) e della possibile stanchezza compositiva.
Dando una sterzata rispetto alle uscite più recenti, il disco rientra nel filone più vivace di Foxx, quello esplorato nella lunga collaborazione con Louis Gordon, allontanandosi invece dalle sonorità ambient e riflessive della serie Cathedral Oceans o delle collaborazioni con Harold Budd e Robin Guthrie. Anzi, il piglio è decisamente energico, facendo classificare l'album (non particolarmente classificabile, in verità) come un synth pop con virate tecno e qualche puntata nella vera e propria EBM. Tutti generi che a John Foxx devono più di qualcosina, dopotutto, e questo rende difficile inquadrarlo in un filone o nell'altro.
L'album si apre con l'eccellente Shatterproof (una sorta di omaggio ai Nitzer Ebb?) e va avanti sfornando brani uno più potente dell'altro. Fanno eccezione soltanto un paio di ballate sintetiche, che fanno tornare alla mente i fasti della indimenticabile My Sex degli Ultravox (Interplay, The Good Shadow). In Watching a Building on Fire Foxx duetta con Myra Arroyo dei Ladyton, e il risultato reso dalle due voci è tutt'altro che disprezzabile.
Un disco per nostalgici, ma anche attuale, connubio difficile da realizzare ma che qui si manifesta in modo alchemicamente perfetto.
15 maggio 2009
Mirrorball: nuove magie di Foxx e Guthrie
E' spontaneo associare il nome di John Foxx agli Ultravox, dei quali fu il cantante fino al terzo album, prima che la band cambiasse direzione musicale con Midge Ure. Non sono in molti invece a conoscere la sua vasta produzione solista, della quale va ricordato almeno il primo album, Metamatic, un'opera fondamentale per lo sviluppo del pop elettronico e che ha influenzato moltissimi nomi illustri degli anni '80.Foxx negli anni recenti sta sviluppando due direzioni musicali ben distinte: quella più ambient, testimoniata dalla serie di album intitolata Cathedral Oceans, e quella della raffinata dance elettronica che pubblica assieme al tastierista Louis Gordon, col quale ha pubblicato 4 ottimi album in studio.
Non è nuovo però ad altre collaborazioni: è di qualche anno fa un doppio album con Harold Budd, e nelle scorse settimane è stato distribuito un lavoro a 6 mani con Steve D'Agostino e Steve Jansen.
Questa volta ha unito le proprie forze con Robin Guthrie, un personaggio poco noto al grande pubblico, sebbene si tratti del fondatore dei Cocteau Twins. Le sue splendide trame chitarristiche, spesso rarefatte e oniriche, caratterizzate da un uso dell'effettistica molto personale, hanno fatto da perfetto contraltare alla indimenticabile voce di Liz Fraser. Anche lui non è nuovo alle collaborazioni estemporanee, di cui questo nuovo Mirrorball rappresenta soltanto l'ultima in ordine di tempo.
L'alchimia tra i due artisti è sorprendentemente efficace: Guthrie svolge come al solito il suo lavoro di qualità quasi pittorica, spargendo le sue caratteristiche colate di note sognanti; Foxx ci acciunge spunti pianistici, synth d'atmosfera e la sua voce distante e a tratti distaccata, con un effetto complessivo che, pur ricordando i Cocteau Twins più eterei, si risolve in qualcosa di nuovo.
Si potrà dire che si tratta di musica un po' noiosetta, che non riserva nessuna sorpresa dietro l'angolo. Ed è vero: chi pensasse di avere di fronte un disco di elettronica alla Foxx/Gordon potrebbe restare deluso.
Ma ascoltato nel momento giusto è un'opera decisamente evocativa e colma di dettagli che potranno deliziare l'ascoltatore più attento. Decisamente consigliato ai nostalgici, ai romantici, a chi ha amato questi due artisti e vuole riscoprirli in un nuovo tassello in cui si fondono due carriere assolutamente invidiabili.
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