Visualizzazione post con etichetta concerti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta concerti. Mostra tutti i post

1 giugno 2013

Peter Murphy plays Bauhaus, Milano, 27/05/2013


Mr Moonlight Tour - Celebrating 35 years of Bauhaus

Senza commenti, il concerto completo di Peter Murphy ai Magazzini Generali di Milano, il 27/05/2013.

"Per chi l'ha visto e per chi non c'era"...  Ringraziate "lasyboylive" che lo ha caricato sul Tubo.

28 ottobre 2012

Mick Harvey live



Di solito non faccio riprese ai concerti, anzi da un po' ho smesso anche di portarmi la macchina fotografica: odio quella distesa di display luminosi che inquinano l'ambiente dei live da qualche anno a questa parte.

Ma stavolta ero nella saletta piccola del teatro Dal Verme di Milano, in cui non potevo dare alcun possibile fastidio a chi stava dietro. E allora un paio di pezzi li ho catturati. Ecco qua Photograph, peccato mi sia lasciato scappare October Boy.

18 febbraio 2010

White Lies live: non male, ma l'audio...

Ieri sera mi sono dato una spolverata all'acconciatura anni '80, ho tirato fuori il chiodo dall'armadio, ho verificato allo specchio di non sembrare ancora un nonnetto (non rivelerò qui il risultato del test) e mi sono andato a ficcare in un contesto che più giovanilistico non si può: il live dei White Lies all'Alcatraz di Milano.

Età media del pubblico forse sui 18 anni e grande entusiasmo per una band che ha esordito da appena un anno con un buon album di pop-rock epico, arrangiato come se fosse un disco dei Joy Division (linee di basso e tom in grande evidenza, chitarra minimale) ma composto per i cori da stadio come un album degli U2 e venato di linee di tastiera furbette ed efficaci. Una carrellata di potenziali singoli che la band ha riproposto per intero sul palco dell'Alcatraz, dimostrando una buona tenuta dal vivo nonostante l'esperienza internazionale ancora molto breve.


Note positive: bella la scenografia, minimale ma di gran classe e molto funzionale allo stile della band; buona la performance del cantante Harry McVeigh (che in novembre aveva dovuto far slittare parte del tour per problemi alla voce) anche se calante qua e là (ma niente di grave); molto piacevole soprattutto vedere una band che nel 2010 sale sul palco senza un click in cuffia come guida, rischiando qualche svarione ritmico qua e là ma restituendo in compenso un "effetto live" che ultimamente viene un po' a mancare.

Ma tocca ora alla pesante nota dolente: possibile mai che si debba ascoltare un concerto a volumi assurdi (da far male ai timpani, e lo dice uno che non si fa scrupolo di farsi maltrattare sotto al palco) e distorsione dei bassi a livelli pazzeschi, a causa di una evidente cattiva gestione del PA? E dire che a fine concerto i fonici si stringevano la mano e si davano gran pacche sulle spalle per complimentarsi a vicenda. Questi dovrebbero essere dei buoni professionisti, ma o sono sordi, o sono in malafede, o hanno uno strano concetto del proprio mestiere. Non mi capitava da tempo di dover arretrare di venti metri per riuscire ad ottenere un ascolto decente, nemmeno fossimo sotto al palco di San Siro.

8 novembre 2009

La gioia dei Massive Attack

Questa non è la recensione di un concerto. Non è la narrazione di una serata. E' la testimonianza di un rituale di adorazione, il cui oggetto sono stati i Massive Attack, protagonisti di uno splendido show ieri sera al Palasharp di Milano.

In forma strepitosa, con un contorno di voci che dire eccellenti è riduttivo (Martina Topley Bird, Horace Andy, Deborah Miller), accompagnati dal solito strepitoso gruppo di musicisti (tra cui cito sempre volentieri il chitarrista Angelo Bruschini), e graziati da un'acustica impeccabile, i due di Bristol hanno deliziato il pubblico milanese, che ha reso loro omaggio con numerose ovazioni e applausi anche nel bel mezzo delle canzoni, una manifestazione di stima e di affetto che ricordo di aver visto raramente tributato ad una band pop.

Bellissimo il palco, che con poche luci ed un solo screen posto dietro la band ha dimostrato che con mezzi tecnici non faraonici si può aggiungere emozione ad emozione (in particolare le frasi in italiano che scorrevano sullo sfondo hanno colpito tutti, soprattutto quelle riguardanti l'attualità di questo povero paese).

Assolutamente convincenti i pezzi nuovi (sei, se ho contato bene), proposti dal vivo prima dell'uscita del nuovo album (che ormai è slittato a data da destinarsi), notevoli tutti i nuovi arrangiamenti dei brani vecchi, al punto che mi auguro fortemente la realizzazione di un DVD di questo tour.
Inertia Creeps, Teardrop, Angel, Safe From Harm, Unfinished Sympathy e la stessa Karmacoma sono state proposte in versioni modificate - qualcuna in modo sottile, qualche altra in modo macroscopico, ma tutte decisamente efficaci.

Emozioni rare, una serata che in molti ricorderemo a lungo. Si esce sotto la pioggia battente, instupiditi, raggianti, commossi. Lunga vita ai Massive.


NB: le immagini non sono relative alla data di Milano. Per una volta non avevo la macchina fotografica, e me ne sono pentito.

19 ottobre 2009

And Also The Trees al COX18, 17/10/2009

Un ottobre bello ricco, quello che si è profilato a Milano per i nostalgici, romantici, gotici ed ex-gotici terribilmente radificati negli anni '80 come il sottoscritto.

Dopo l'ottima serata trascorsa con Peter Murphy, ed in attesa del faraonico Bats over Milan che si svolgerà nel prossimo weekend, sabato scorso è stata la volta degli And Also The Trees, impegnati con il tour acustico legato all'uscita dell'album When The Rains Come.

Cornice inusuale per questo tipo di serata il COX 18, lo storico centro sociale sul naviglio pavese, di recente tornato agli onori delle cronache per storie di sgomberi e ri-occupazioni.

Il palco di dimensioni lillipuziane e le condizioni acustiche piuttosto avverse della sala non sono riusciti fortunatamente a rovinare la performance della gloriosa band di Inkberrow, che occupa un posto importante nel mio cuore per le emozioni che ho sempre trovato stratificate nella loro musica vibrante e nei testi di rara bellezza. Se c'è un gruppo che interpreta l'aggettivo "gotico" in senso letterale e letterario, questi sono gli And Also The Trees.

La formazione che si presenta dopo mezzanotte sul palchetto del Conchetta è composta di quattro elementi. I due soli superstiti della formazione originale sono il cantante Simon Huw Jones (con capelli scarmigliati e barbetta incolta, un look inaugurato solo nel recente passato) e il chitarrista Justin Jones (che sembra un ragazzino, e invece all'anagrafe conta 45 anni suonati). Li accompagnano gli ottimi Ian Jenkins al contrabasso (che si esibisce in una esecuzione di incredibile precisione) e la talentuosa tastierista Emer Brizzolara, che per l'occasione ha sfruttato percussioni cromatiche e solo occasionalmente una diamonica.

Il concerto parte lentamente e con toni soffusi, le dinamiche molto schiacciate, con Shantell a darmi subito una fitta di nostalgia, seguita da Candace, poi The Suffering Of The Stream e via via brani da tutta la produzione - che conta ormai ben dieci album di studio. Ma con l'avanzare della scaletta la voce di Simon Huw Jones si scalda sempre più, mentre la performance con piccoli incrementi assume l'intensità che fa da marchio di fabbrica per gli AATT sin dagli esordi; i crescendo diventano sempre più marcati, la tensione drammatica cresce. Su Street Organ Justin imbraccia la fisarmonica, e l'esecuzione mi mette i brividi. Il set si chiude con il vecchio brano A Room Lives in Lucy e infine con una meravigliosa versione di The Untangled Man.

Il secondo set, molto più breve, si apre con Vincent Craine e, passando per Wallpaper Dying, viene chiuso da una fantastica interpretazione di Virus Meadow, che mi compensa dell'assenza della pur attesissima Slow Pulse Boy.

In tutto una ventina di brani durante i quali non posso che emozionarmi pensando a quante volte ho ascoltato queste canzoni negli ultimi vent'anni. Che posso dire? Grazie, grazie, grazie.

7 ottobre 2009

Peter Murphy live a Milano, Alcatraz, 05/10/2009

Peccato che fossimo davvero pochini lunedì sera all'Alcatraz.

Peccato perchè il concerto di Peter Murphy (per chi non se lo ricordasse, parliamo del cantante dei grandi Bauhaus) avrebbe meritato un'audience decisamente più nutrita delle scarse 300 persone che ho contato a occhio.

E l'avrebbe meritata a prescindere dal suo status di leggenda vivente (o non morta, se vogliamo scavare nell'immaginario della vecchia hit alternativa Bela Lugosi Is Dead) della scena proto-goth inglese.

La carriera solista del signor Murphy inizia già nel 1983, subito dopo lo split della band, quando si dedica al progetto Dali's Car con Mick Karn (reduce dalla carriera di bassista dei Japan). Nel 1986 esce il primo album a suo nome, seguito nei due decenni successivi da uscite sporadiche ma piuttosto regolari, fino a totalizzare sette album, un live ed una raccolta.

E a breve uscirà l'ottavo album. Nel frattempo vengono pubblicate alcune cover di brani amati dal cantante, il quale non ha mai nascosto la propria passione per la scena glam degli anni '70. Una tradizione, quella delle cover, che viene diritta diritta dagli anni con i Bauhaus, che quasi ne abusarono riportando al successo, tra gli altri, pezzi di Bowie (vedi l'indimenticata Ziggy Stardust, non a caso riproposta in questo tour) e di Marc Bolan. Non per niente questa serie di concerti prende il nome di Secret Cover Tour.

Onorato l'obbligo di questo veloce riassunto, vengo alla sostanza: Peter Murphy è uno di quei personaggi che, nonostante l'età, e nonostante - va detto - un repertorio non sempre brillante, riempiono la scena con un gesto, con uno sguardo, con una pausa, con una battuta. Una capacità di generare atmosfera e di caricare di significato espedienti che in mano ad altri parrebbero banali e triti, che la dice lunga sulla stoffa di un artista la cui grandezza è stata ancora una volta dimostrata sul palco dell'Alcatraz. Per tacere di una voce da brividi che riesce a nobilitare anche la più scipita delle canzoni - figuriamoci quando affronta cose come Every Dream Home A Heartache dei Roxy Music, oppure Transmission dei Joy Division o ancora, in chiusura di serata, l'intramontabile Space Oddity del solito Bowie.

Non è mancata una riproposizione di The Passion Of Lovers dei Bauhaus (nel tripudio del pubblico che non aspettava altro) ma anche di Too Much 21st Century, brano di apertura del disco di addio della band pubblicato nel 2008.

Dal proprio repertorio il nostro ha ripescato alcune delle canzoni che più strizzano l'occhio al passato new wave: cito a memoria All Night Long, Socrates The Python, Time Has Nothing To Do With It, Deep Ocean Vast Sea, Cuts You Up, A Strange Kind Of Love...
Molte però anche le canzoni inedite, scelte tra quelle che riempiranno il prossimo disco.

Un doveroso plauso va ad un artista che avrebbe potuto facilmente, superati i 50 anni, riposare sugli allori del proprio stesso mito e continuare a riempire palazzetti con l'ennesima reunion dei Bauhaus, e che ha invece preferito scommettere ancora una volta su se' stesso e sul futuro, scegliendo di radunare 300 persone a serata in un tour lungo e faticoso, incentrato sul nuovo materiale nel quale, evidentemente, crede molto.

A chi dal pubblico gli urlava l'ennesimo titolo dei Bauhaus, nel solito giochino stupido dei "desiderata" che si ripropone in queste occasioni, Murphy ha risposto, pressapoco: "You want to listen to a classic, and this is a new song. But in 4 years you will hear this song and say ooh, this is a classic Peter Murphy song... So imagine you listen to this song in 4 years. It's a classic."
Chapeau.

29 novembre 2008

Wovenhand live 28/11/2008

Sono davvero pochi gli artisti che riescono a toccarti l'anima suonando dal vivo. Si sono cimentati con successo in questa ardua impresa i Wovenhand, ieri sera al Musicdrome di Milano. E lo hanno fatto nonostante le solite, avverse condizioni del locale: palco piccolo e mal fatto, acustica incommentabile, pubblico scarso e come sempre accade all'ex Transilvania poco partecipativo, sebbene assorto nell'ascolto.

Ma David Eugene Edwards è uno che sul palco si immerge in una trance che prescinde dal luogo e dal numero dei convitati, riuscendo a regalare lo stesso spettacolo davanti a dieci, come a mille, come - ed è il caso di ieri sera - a cento persone mal assortite ed infreddolite- tra l'altro sorprese, nella mattinata, da una imprevista nevicata che aveva ricoperto la città, donandole un aspetto che ogni volta appare del tutto irreale.

I Wovenhand dal vivo sono una vera band, con la formazione dell'ultimo Ten Stones: Edwards canta e suona chitarra, banjo e fisarmonica, alla batteria c'è Ordy Garrison, al basso Pascal Humbert (già nei 16 Horsepower), alla chitarra Peter van Laerhoven. La band suona in modo molto potente, più di quanto mi aspettassi, con una fedeltà eccezionale al sound di studio.

L'avvio è fulminante, con i migliori brani dell'ultimo album: Kicking Bird e The Beautiful Axe suonano molto elettriche e decisamente cupe, aprendo perfettamente uno show in cui prevarranno i toni melodrammatici e l'approccio sciamanico del cantato.

Il gruppo di Denver mescola sacro e profano creando un folk rock molto gotico in cui si ritrova di tutto: country punk, canti degli indiani d'America, spiritual e western, ma anche la tradizione dark inglese, evidente in molti suoni di chitarra, a volte affilatissima, e soprattutto nel drumming che soprattutto nei brani più recenti si avvicina molto allo stile di gruppi come Joy Division e Siouxsie.

Edwards sul palco sfodera la sua voce sorprendente, bassa, pastosa, evocativa, e la usa per snocciolare un mantra di ossessioni religiose, di storie di pazzia e redenzione, che hanno un metro di paragone solo nel maestro Nick Cave (fatti salvi i riferimenti comuni: Cash, sopra tutti).

Nessun momento di calo di tensione nella scaletta: vengono inanellati uno dopo l'altro brani dai 4 album della band: ricordo in particolare Deerskin Doll, Not One Stone, Your Russia, oltre alla splendida American Wheeze dei 16 Horsepower, fantastico regalo a chi non si aspettava di poterla più ascoltare eseguita dal vivo.

Una serata intensa, greve, un pugno di canzoni che scavano nel ventre dell'ascoltatore alla ricerca di segreti che neppure lui conosce. Grazie.

12 ottobre 2008

The Cure is alive and well

A volte torna utile possedere un televisore. Molto raramente, in effetti, a meno che non lo si usi come mera appendice per il lettore DVD.

Ieri sera però è stato uno di quei rari casi: MTV, nel marasma di inutilità che trasmette quotidianamente, ha pensato bene di chiamare i Cure come headliner del Coca Cola Live MTV.

E la band di Robert Smith ha deciso di dedicare gran parte dell'esibizione (la prima ora, per la precisione) all'esecuzione integrale del disco terminato da poco e non ancora pubblicato (ma preceduto, come vi ho già raccontato, da ben quattro singoli).

Ciò significa che per molti, come il sottoscritto, è stata una ghiottissima occasione per ascoltare 4:13 Dream prima che venga distribuito nei negozi, seppure eseguito dal vivo e dunque con un sound che potrebbe differire anche sensibilmente da quello fissato nella registrazione. E si è trattato anche di un modo per testare la vitalità della band e la tenuta live della formazione a quattro che ha riunito Roberth Smith e Simon Gallup al membro storico Porl Thompson, oltre all'ormai fidato Jason Cooper dietro le pelli.

Per ciò che riguarda il nuovo album, posso dire che finalmente si è potuto ascoltare qualcosa che avrebbe potuto essere il degno seguito di Wish. Non che nei dischi usciti dopo il 1992 non fossero presenti anche cose dignitose, ma è opinione comune, e la condivido, che per un motivo o per l'altro si sia trattato di lavori non esaltanti. L'ultimo The Cure del 2004 aggiungeva poi ad una certa stanchezza compositiva, una produzione quanto meno discutibile, toccando uno dei punti più bassi nella producione dei nostri.

Nella serata di Roma invece le nuove canzoni sono sembrate solide e in alcuni casi brillanti, vedi l'opener Underneath The Stars, o i due brani di chiusura (The Scream e It's Over), ma pure alcuni tra i singoli (Freakshow o l'eccellente Sleep When I'm Dead).

E' evidente che Porl Thompson abbia riportato unità, dal punto di vista compositivo, ad un ensemble che traeva ormai linfa dal solo Smith o quasi (eccezion fatta per le linee di basso di Gallup). E proprio dal vivo si è potuto osservare quanto sia importante il suo apporto nelle nuove canzoni.

Attendo ora con una certa impazienza l'uscita dell'album in modo da poter apprezzare le versioni registrate in studio. Ed anche, magari, la pubblicazione del famoso "dark album" che pare possa essere realizzato riunendo le canzoni registrate durante le sessioni di 4:13 Dream e scartate per dare all'album un mood meno cupo.

PS: la foto di Simon Gallup, recuperata su Chain Of Flowers, è di Lorenzo C. L'originale è qui.

31 maggio 2008

Nick Cave and The Bad Seeds - Alcatraz 28 maggio 2008

Qualche giorno per metabolizzare dovevo prendermelo. Non avevo tanta voglia di scrivere di questo concerto, ma mi pareva assurdo non buttare giù due righe, quindi eccomi qua.

Dico subito che Nick Cave ha dimostrato ancora una volta una vitalità indomita ed una grandissima capacità di tenere la scena. Eccellenti la sua grinta, l'ironia tagliente, l'affiatamento del gruppo.

Strana, da certi punti di vista, la scaletta proposta. E' stato suonato,com'era prevedibile, quasi per intero l'ultimo Dig, Lazarus, Dig: ben 9 pezzi degli 11 che compongono il disco hanno trovato spazio sul palco dell'Alcatraz. Per il resto però si è notata una scelta di brani che hanno spaziato praticamente in tutta la vecchia carriera, come a voler fare una specie di consuntivo. Ecco allora susseguirsi brani come Tupelo, The Mercy Seat, Red Right Hand, Deanna, Nobody's Baby Now, The Ship Song, Papa Won't Leave You Henry, addirittura Hard On For Love da Your Funeral, My Trial. Molto applaudite nei bis la splendida Into My Arms (unico estratto dal periodo "lento" di The Boatman's Call e No More Shall We Part) e la scatenata Stagger Lee da Murder Ballads.

Pare che Nick voglia passare un colpo di spugna su una parte della produzione che non aveva convinto del tutto i suoi fan, tornando ad un suono più grintoso e ad esibizioni più movimentate, e il pubblico presente ha sottolineato entusiasticamente il proprio apprezzamento per questo tipo di scelta.

Per molti versi la nuova impostazione paga: rispetto al precedente tour, nel quale la particolare materia sonora dei brani di Abattoir Blues / The Lyre Of Orpheus aveva richiesto la presenza di coriste (allargando un organico già nutrito) ed aveva reso estremamente variegata la proposta, con un certo inevitabile contrasto tra materiale più e meno recente, qui si è notata invece una maggiore compattezza, e lo scarto tra brani vecchi e nuovi non è mai risultato eccessivo.

Purtroppo non tutte le canzoni dell'ultimo album hanno retto, a mio parere, alla prova dal vivo. Forse anche a causa degli arrangiamenti, che in ceri casi dipendono da equilibri difficilmente riproducibili sul palco e che andranno maggiormente rodati.

Qui però interviene quella che per me è stata la vera nota dolente: l'acustica dell'Alcatraz purtroppo si è rivelata decisamente inadeguata al materiale proposto, rendendo difficile apprezzare gli arrangiamenti e impossibile cogliere le sfumature. Mi restano dunque dei dubbi sull'effettiva resa dei pezzi nuovi. Per la maggior parte della serata è stato difficile distinguere chi facesse cosa, e il suono, normalmente ricchissimo, della band si è ridotto quasi ad un rimbombo indistinto che spesso pareva anche un po' fuori tono rispetto alla voce, lasciando supporre che anche Nick avesse problemi con le spie. Un ensemble di grande capacità come i Bad Seeds merita cornici più adeguate che non discoteche e arene di medie dimensioni, pena un appiattimento decisamente immeritato. L'Alcatraz poi si segnala per un impastamento dei bassi che avevo notato anche qualche anno fa con i Bauhaus.

La gran parte del pubblico, in compenso, forse ormai assuefatto ad assistere a cose ben peggiori, non mi pare abbia notato più di tanto la cosa. Fortunati loro; io non posso dire di essermi goduto il concerto come sarebbe stato giusto.

13 maggio 2008

Wire: nuovo album + live (gratis) a Torino

Object 47, il nuovo album dei Wire, sarà disponibile il 7 luglio di quest'anno.

Nell'attesa di poterlo ascoltare - e confesso una certa trepidazione, vista la sorprendente freschezza del recente EP Read & Burn 3 - vi segnalo che quelli che vengono considerati i padri della new wave suoneranno l'11 luglio al Traffic Torino Free Festival, una manifestazione che si ripete con successo ormai da qualche anno e che si contraddistingue per l'assoluta gratuità della proposta.

Sul sito ufficiale del Festival, al momento in cui scrivo, c'è ancora il programma dell'anno scorso, ma per la data dell'11 luglio 2008 pare certa la partecipazione dei Wire e dei Sex Pistols come headliner.
I Sex Pistols dal vivo, tolto il piacere di rivedere Johnny Rotten, mi interessano fino a un certo punto: è pur sempre una band che rifà se' stessa in modo meramente autocelebrativo (museo del punk, insomma) . Il gruppo di Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey è invece quanto di più vitale si possa immaginare, e assistere ad una esibizione in coincidenza dell'uscita di un nuovo album sarà certamente una bella esperienza. Mi accadde la stessa cosa nel 2003 all'uscita di Send, e mi ritenni decisamente fortunato.

18 aprile 2008

Sorprendenti Neubauten

E' passata più di una settimana dal concerto degli Einstürzende Neubaten a Milano. Probabilmente sono fuori tempo massimo per una vera e propria recensione, ma non potevo trascurare di dedicarvi almeno qualche riga.

Giornata piovosa e freddina per essere il 10 aprile. Sono entrato all'Alcatraz piuttosto umido, e un po' cupo.

Niente gruppo spalla, ne' preamboli di alcun tipo: il concerto si è aperto con l'ingresso di Blixa sul palco. Scaletta completamente basata sui brani più recenti. Niente ma proprio niente è stato riproposto dal primo periodo. Divertente l'episodio in cui Blixa, rispondendo ad un fan che, per richiederne l'esecuzione, gridava "Meine Seele brennt!" (un vecchio brano nello stile più rumorista della band) ha risposto "Meine auch!" ("La mia anima arde!" - "Anche la mia!").

I pezzi dell'ultimo Alles Wieder Offen hanno dal vivo una resa eccellente: Die Wellen, Let's Do It A Dada, Weil Weil Weil, tanto per citare qualche titolo, sono tra le esecuzioni migliori della serata. Un po' stancante ho trovato soltanto la successione a metà serata di alcuni dei brani più "tranquilli", molto belli se presi da soli ma durante i quali ho faticato a tenere viva l'attenzione.

Fantastica in ogni momento l'esperienza "fisica" fornita dal gruppo. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, è stato del tutto evidente che tutti i suoni presentati dagli Einstürzende Neubaten nelle loro composizioni provengono dalla percussione o dal trattamento di oggetti reali. Una festa per gli occhi e per le orecchie, costantemente sollecitati e incuriositi da ciò che accade sul palco.

Tutti i componenti sono apparsi in grandissima forma, in particolare Blixa, anche ben disposto alla battuta ed alla risata. Alexander Hache, ormai simile più a Lemmy dei Motorhead che a se' stesso, ha stupito tutti suonando il basso con pose da metallaro e a torso nudo (con esibizione di "panza" e tatuaggi).
Strano il momento di tensione tra Unruh e Blixa, quando quest'ultimo ha redarguito il primo per il rumore prodotto raccogliendo gli oggetti metallici appena fatti cadere sul palco. Una tensione che si è smorzata solo dopo un certo tempo.

Bellissima l'idea realizzata in coda al concerto, quando il gruppo ha eseguito un brano improvvisato, nel quale ogni musicista ha dovuto seguire le direttive trovate su carte pescate a caso da una sacca. Se qualcuno conosce le Strategie oblique di Brian Eno, noterà che si trattava di qualcosa di molto simile.
La musica nata "a braccio" dall'esperimento non aveva nulla da invidiare a brani più "composti" e meditati, dimostrazione questa di esperienza e versatilità. Peccato che sul CD della serata, venduto dopo il concerto, mancassero proprio gli ultimi tre brani.

Una serata che è stata capace di riappacifarmi per un paio d'ore con il mondo, mostrando quanto un manipolo di musicisti, avanguardisti e illuminati, possa ancora divertirsi e far godere gli spettatori con uno spettacolo di altissima qualità.

9 aprile 2008

Siouxsie a Pisa

La notizia è di quelle da palpitazione: Siouxsie Sioux sarà di nuovo dal vivo in Italia. L'icona del gothic punk inglese si esibirà come headliner al Metarock Festival di Pisa, nella serata del 6 luglio 2008.

Era dal 1995 - se le gigografie compilate dai fan non contengono inesattezze - che Siouxsie, all'epoca impegnata nell'ultimo tour con i Banshees prima dello scioglimento, non suonava in Italia.
L'artista eseguirà brani tratti dall'ultimo album, l'ottimo Mantaray (primo lavoro solista dopo la separazione dal marito e batterista Budgie) e dal repertorio classico dei Banshees.

Prezzo, per una volta, abbordabile: la serata (che comprende anche l'esibizione di Cristina Donà) costerà 22 euro più prevendita.

8 aprile 2008

The Wonder of Tom Verlaine

Ebbene si, lo confesso: di Tom Verlaine conoscevo soltanto i dischi con i Television. Quando ieri sono andato a vederlo dal vivo al Music Drome di Milano, non sapevo esattamente cosa aspettarmi, sebbene conoscessi la fama dei suoi lavori solisti.
Ho (ri) scoperto un artista affascinante, originalissimo e completamente fuori da ogni schema. Accompagnato da Jimmy Rip (noto produttore e session man) Verlaine ha cantato una manciata di canzoni dal suo repertorio solista, con qualche inserto dell'epoca Television, in meno di un'ora e venti di performance intensa e vibrante, nel silenzio del non foltissimo ma assorto pubblico. Dimostrando che con due chitarre, qualche pedale ed una voce ispirata si può fare davvero di tutto.
Una performance non certamente perfetta - e penalizzata dalla solita pessima acustica - ma che forse ha tratto più forza anche dalle imprecisioni e dalle sbavature.

Archiviate le date di Bologna (5 aprile), Roncade (6 aprile), Milano (7 aprile) e Rezzato (8 aprile) potete approfittare di una delle date successive:
- 9 aprile a Quarrata (FI) - Teatro Nazionale
- 10 aprile a Roma - Stazione Birra
- 12 aprile a Napoli - Galleria Toledo
- 13 aprile a Lecce- teatro DB d'essai
- 15 aprile a Remde (CS) - B-Side
- 17 aprile a Catania - Mercati Generali
- 18 aprile a Palermo - I Candelai club

28 marzo 2008

In memoria di John Balance

In memoria di John Balance (1962 - 2004), uno dei due membri dello storico gruppo industrial dei Coil, ed in occasione del 23° Turin International GLBT Film Festival, è stata organizzata una proiezione del film The Angelic Conversation (1985) di Derek Jarman.

La colonna sonora, opera degli stessi Coil, verrà eseguita dal vivo dai Peter Christopherson's Threshold House Boys Choir, un ensemble costituito appositamente per l'occasione e comprendente gli inglesi Peter Christopherson (Coil, Throbbing Gristle) e David Tibet (Current 93), l'italiano Ernesto Tomasini, il russo Ivan Pavlov (COH), il greco Othon Mataragas.

L'occasione è decisamente ghiotta e farò in modo di non mancare.
Appuntamento il 16 Aprile alle 21, all'Ambrosio Cinecafè di Torino.

Nel frattempo, per prepararmi, vado a riascoltare The Ape Of Naples. E magari anche Horse Rotorvator. Buonanotte.

16 marzo 2008

Nuova rinascita per i Killing Joke

Assorbito il brutto colpo della scomparsa del bassista Paul Raven, e concluso il ciclo delle ristampe del catalogo storico, di cui ho già parlato, i Killing Joke azzerano tutto e ripartono da capo.
Si è riunita infatti la formazione originale, quella che ha partorito il capolavoro omonimo del 1980: Jaz Coleman, Geordie, Youth e Paul Ferguson stanno lavorando ad un nuovo album. La notizia fa ben sperare per il futuro di questa grande band, che è stata capace negli anni di attraversare avversità di ogni genere.

E' stato annunciato anche un nuovo tour mondiale, che toccherà l'Italia il 19 e il 20 settembre all'Alcatraz di Milano. Le due date non saranno identiche: è previsto che nella prima serata vengano suonati, per intero, i primi due album (Killing Joke del 1980 e What's This... For! del 1981) mentre nella seconda verrà rispolverato l'intero Pandemonium (1994) e tutti i singoli del periodo 1979/80.

Un'occasione ghiottissima per rivedere un gruppo storico nella line-up originale, e magari per dimenticare la quasi-delusione di qualche anno fa, quando i Killing Joke suonarono, anche allora al Rolling Stone, un set molto breve, con acustica discutibile ed un clima un po' strano sul palco.

Mistero sull'album, del quale non si sa nulla. Se ci saranno aggiornamenti, non mancherò di pubblicarli qui.

6 ottobre 2007

Chi va ancora a vedere i Cure?

Tutti abbiamo avuto un gruppo preferito. Almeno per un po'. Almeno nell'adolescenza.
Uno dei primi dischi che ho acquistato è stato The Head On The Door. Era uscito nel 1985, ma io credo di averlo preso nel 1986. O forse ho comprato prima Standing On The Beach? Mah, comunque era l'86. Sono passati 21 anni e i Cure restano, per questioni di DNA musicale, una delle pietre miliari della mia formazione. Almeno fino a Wish (1992) sono stati anche dei compagni di viaggio affidabili e mai noiosi. Peccato per le delusioni successive: Wild Mood Swings è una raccolta di intuizioni, alcune anche felici, che però non riesce a emozionare ne' a divertire a sufficienza; Bloodflowers è un disco gravemente noioso (mi viene in mente l'aggettivo "senile", che mi pare talmente triste che non so se scriverlo); The Cure mi era parso la pietra tombale su un gruppo che non aveva davvero più nulla da dire. Mi ero consolato con il mirabolante cofanetto della Fiction in 4 CD (un must) e con le riedizioni del vecchio catalogo in doppio CD. Si, mi sono svenato, ma dal mio punto di vista ne era valsa la pena. Tutta un'operazione nostalgia, però, un guardare al passato.
Ora leggo che si annunciano un nuovo album per la primavera del 2008 e un nuovo tour. Peccato, tra l'altro, doverlo scoprire dall'orribile sito ufficiale messo su dalla Geffen.
Il punto è: mi interessa? La formazione promette bene: dopo la cacciata di Roger O' Donnel e di Perry Bamonte, è rientrato Porl Thompson alla chitarra. Non si intravedono tastieristi all'orizzonte. Chissà. Forse Porl riuscirà a raddrizzare la bussola di Robert Smith, ultimamente piuttosto vacillante.
Mentre ci medito, vi segnalo le due date italiane del tour: il 29 febbraio a Roma (Palalottomatica) e il 2 marzo a Milano (Palasharp, ex Mazda Palace). Un pensierino ce lo faccio.

10 luglio 2007

what's your favourite colour?

Partenza in salita ieri sera per l'unica data italiana del tour dei Living Colour: il bus che trasporta la band statunitense in giro per il mondo ha ceduto da qualche parte durante il tragitto per Milano, con conseguente catastrofico ritardo nell'arrivo dei quattro musicisti di New York al Transilvania.

I Living Colour arrivano infine poco dopo le 22, tra gli applausi del pubblico in attesa, che sono costretti ad attraversare per accedere al palco. Pubblico piuttosto folto in considerazione delle piccole dimensioni del locale, ma in definitiva non numerosissimo se si considerano i fasti della formazione in programma.
Un'ora scarsa di check (durante la quale non tutti i problemi verranno risolti, approssimativo ad esempio il suono della batteria) e si parte.
L'attesa a questo punto si rivela totalmente ripagata da una performance di altissimo livello.
Pur stanchi per le peripezie del viaggio e non certo entusiasti dei soliti problemi che assillano chiunque suoni nel locale di via Bruschetti (spazio ridotto all'osso, acustica da suicidio) i quattro musicisti di colore hanno dato grandissima prova della leggendaria perizia di esecutori e del caratteristico mix di generi che li contraddistingue, spaziando, grazie anche a lunghe improvvisazioni, dal rock al funk, dal free jazz all'heavy metal, dall'hip hop al blues, e chi più ne ha più ne metta in un caleidoscopio vorticoso che ha esaltato gli astanti, trascinati più volte al pogo e coinvolti nell'esecuzione della maggior parte dei brani da un Corey Glover in stato di grazia.


Tra i pezzi eseguiti cito, in ordine assolutamente sparso, Funny Vibe, Sacred Ground, Love Rears Its Ugly Head, Glamour Boys, Type (quasi irriconoscibile in un nuovo arrangiamento), Go Away, Memories Can't Wait, Ignorance Is Bliss, Flying, In Your Name, Cult of Personality (come al solito in chiusura del set), What's Your Favorite Color? (in versione estremamente libera).

Indimenticabile il lungo assolo di William Calhoun, in parte accompagnato da improvvisazioni elettroniche di Vernon Reid al laptop Mac, durante il quale il Nostro non solo ha cercato di non farci dimenticare il diploma conseguito al Berklee ormai più di due decenni fa, ma ha dimostrato brillantemente cosa possano fare una grande perizia esecutiva ed ad un abbondante uso di tecnologia e campionamenti se miscelati con gusto musicale ed inventiva.

Numerosi gli inserti chitarristici del mai abbastanza celebrato guitar hero Reid, sempre in bilico tra omaggi hendrixiani, spericolate armonizzazioni jazzistiche, ritmiche funky-disco.

Menzione speciale per Doug Wimbish, vera macchina ritmica per tutta la serata, che ha anche cantato un brano originale di Calhoun (non trascendentale ma molto godibile) con piglio deciso e doti vocali da cantante solista.

Se vi sembra ci sia un po' troppo entusiasmo in questa recensione... beh, è perché non c'eravate.