Il Natale è notoriamente una merda, e nulla può redimerlo. L'unico Natale buono è un Natale morto, come l'unico matrimonio buono è quello in cui vengono offerti agli ospiti confetti di piombo.
Ok, diciamolo per chiarezza, "shotgun wedding" non fa riferimento, come si potrebbe pensare in un sussulto d'ignoranza, ad un matrimonio condito da una sparatoria, ma al classico "matrimonio forzato", quello dovuto per capirci ad una gravidanza non prevista e per la quale i parenti chiedono una "riparazione". Ma insomma, sempre di violenza di tratta, lo sposo rischia la pelle se non adempie, e quindi il concetto ben si accosta a 'sto maledetto 24 Dicembre che è una frzatura annuale a cui tocca sottoporsi in ogni caso.
Perchè sperpero retorica dozzinale per introdurre questo post? Perchè il disco in questione, Shotgun Wedding appunto, mancava all'appello della discografia ufficiale da anni e anni; era diventato insomma uno di quegli oggetti mitologici di cui si inizia anche a mettere in dubbio l'esistenza. Collaborazione tra Lydia Lunch e Rowland S. Howard, prodotto da Foetus nel 1991, l'album trasuda lacrime, droga, perdizione e disperazione come solo questo simpatico terzetto poteva riuscire a fare.
Non sapevo che fosse stato finalmente ristampato fino a quando non l'ho scovato casualmente nel pomeriggio pre-natalizio di oggi. L'edizione è impreziosita dall'aggiunta del singolo Some Velvet Morning e di una manciata di brani dal vivo. Quale migliore regalo poteva capitarmi? Certo, me lo sono pagato da solo, ma non stiamo troppo a sottilizzare, di questi tempi tutto fa brodo. Ora per favore non fate troppo casino che apparecchio la tavola, mi preparo una mono porzione di tortelli in brodo, mi riempio un bicchiere e mi sparo il CD a palla. Buon 'stocazzo anche a voi.
Visualizzazione post con etichetta Lydia Lunch. Mostra tutti i post
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24 dicembre 2012
30 dicembre 2011
Ciao 2011, ovvero il mega post di fine anno
Ho sempre avuto sulle balle i consuntivi di fine anno (parlo di quelli musical-discografici, ma in altra sede potrei estendere il concetto...).
Non mi metterò dunque a dire cosa salvare e cosa buttare dell'anno passato ne' a tirare giù una classifica dei dischi "importanti". Questa roba non frega a nessuno, e poi in quelle liste si finisce sempre per dire delle cavolate pazzesche (non che non ne dirò lo stesso).
Ho però da parte un po' di titoli di dischi ascoltati, digeriti e per i quali non ho trovato tempo di dare conto qui. Il mega post di fine anno lo dedico dunque a questi album, poche righe ciascuno (almeno, spero di contenermi). Si tratta soprattutto di raccolte e ristampe, mi spiace se a volte so un po' di muffa ma di roba attualissima ho ascoltato proprio poco.
Per ragioni di comodità, procedo a ritroso: da quelli usciti a fine 2011, ad un disco di fine dicembre 2010 che ho amato molto e che per me rientra a diritto nelle uscite di gennaio.
Kate Bush: 50 Words For Snow
Per il suo secondo album di inediti in 18 anni (il precedente era stato Aerial nel 2005, e prima ancora The Red Shoes nel 1993), Kate Bush sceglie di proporci 7 brani lunghi, accomunati da un legame con la neve, anzi, come dice la stessa autrice, "appoggiati su uno sfondo di neve che cade". È un disco invernale ma certo non "natalizio", che si ammanta del fascino di un panorama in bianco e nero, lentamente e silenziosamente coperto dal manto bianco, ma certo non "freddo". La Bush inanella una dopo l'altra sette composizioni ammalianti, dense ma ricche di spazi, caratterizzate da una crescita lenta ma ben sviluppata, e impreziosite da una voce che a 53 anni non conosce incrinature e dai dettagli lasciati qua e là con sapienza dal manipolo di musicisti di valore che la accompagnano. Palma d'oro per la title track, una specie di scherzo teatrale, dove vengono snocciolati 50 nomi per la neve (di cui parte si sospetta inventati), e per Snowed in at Wheeler Street, efficace duetto con Elton John tra due amanti costretti alla separazione.
The Fall: Ersatz GB
Cosa dire del ventottesimo (o ventinovesimo? i pareri discordano...) album di studio dei Fall? Premesso che qualsiasi disco della band di Mark E. Smith, anche il peggiore, è sempre un disco degno di essere ascoltato, e aggiunto che questo non è per nulla il peggiore, sono tentato di dirvi solo che dovreste ascoltarlo, così come tutti gli altri precedenti e probabilmente quelli che seguiranno. Anzi, vi dirò proprio e soltanto questo.
La formazione è la stessa di Your Future Our Clutter (2010) e Imperial Wax Solvent (2009), un primato di longevità per i Fall. Anche la ricetta è la medesima dei due predecessori: rock di stampo assortito, su solidi giri di basso e con la solita, inconcepibile voce ubriaca di Smith a narrare storie strampalate.
Throwing Muses: Anthology
La prima raccolta retrospettiva dei Throwing Muses arriva in coincidenza con il 25ennale del primo album della band della 4AD. Non c'è molto da dire sulla band di Tanya Donnelly e Kristin Hersch che non sia già storia: 8 album di cui l'ultimo nell'ormai lontano 2003, sconfinamenti della Donnelly nelle Breeders e nei Belly (due ottimi side project), una sezione ritmica interessante nelle mani di Dave Narcizo e un songwriting difficilmente inquadrabile se non nella tradizione post punk femminile (Slits, Raincoats), dalla quale comunque si discosta in modo originale. Il doppio CD si giova di una bella edizione cartonata, e di una selezione accurata da parte della band, che in due dischi presenta una scelta di brani dagli album (CD1) ed una raccolta di canzoni che altrimenti sarebbero state disponibili solo in singoli, EP o colonne sonore (CD2). Non è un "greatest hits": mancano alcuni successi, anzi a volte sono stati privilegiati brani meno noti ma evidentemente più cari alla band. Dire che è una bella raccolta è poco. Io l'ho comprato e me lo sono spupazzato un bel po'.
Sixteen Horsepower: Yours, Truly
Sono passati 6 anni dallo scioglimento ufficiale della band di David Eugene Edwards e soci, e 9 anni dal loro ultimo album di studio. Sembra dunque tardiva questa antologia, ma il fatto che il nostro sia ancora in giro con gli splendidi Wovenhand ne fa una scelta dopotutto tempestiva.
La logica applicata per selezionare la compilation è a un tempo simile e diversa da quella del doppio dei Throwing Muses. Il secondo disco è anche qui dedicato agli inediti, che in questo caso sono spesso versioni alternative. Il primo è stato affidato non alle preferenze dei membri della band, ma a quelle del pubblico, che è stato invitato a votare i propri brani preferiti. Ne è uscita una raccolta assassina (per quanto riguarda il primo disco), che è per una volta un vero "best of", ma rappresenta ovviamente un elemento inutile per chiunque possieda la discografia completa. Il secondo disco è interessante, e molto goloso per i fan, ma non all'altezza del primo. Un oggetto un po' strano, nobilitato soprattutto dall'eccellente realizzazione grafica.
Tom Waits: Bad As Me
Il buon vecchio Tom è tornato con un disco di inediti dopo ben 7 anni di silenzio (Real Gone era datato 2004) e una raccoltona in tre CD nel mezzo che aveva quasi fatto temere un ritiro.
L'album è godibile, quasi orecchiabile in confronto alle prove del Waits "seconda maniera".
Una raccolta di belle canzoni che non aggiunge nulla di importante a quanto sappiamo già del "cantautore di Pomona", ma che rinfranca i fan che iniziavano a sentirsi orfani.
Si viaggia tra ballate oscure, momenti di ubriachezza ritmica, crooning malinconico e veloci passaggi all'inferno: gli ingredienti di casa Waits sono serviti in tavola con la perizia di un grande chef.
Mick Harvey: Sketches From The Book Of The Dead
Harvey è noto ai più come (ex) chitarrista dei Bad Seeds di Nick Cave. In realtà ha avuto una carriera ben più complessa, anche se vissuta in buona parte all'ombra del Re Inchiostro: chitarrista dei Boys Next Door, poi dei Birthday Party, infine dei Bad Seeds, ha accompagnato il compagno più famoso per la bellezza di 36 anni (dal 1973 al 2009).
Nel frattempo ha prestato la propria opera anche nei Crime And The City Solutions, e si è pure levato lo sfizio di una carriera solista: quattro dischi a suo nome fino ad ora, i primi due dedicati a reinterpretazioni delle canzoni di Serge Gainsbourg, altri due a cover di vari altri artisti, fatta eccezione per sole 4 canzoni originali. Questo quinto disco è dunque il primo vero album di Mick Harvey, se così vogliamo dire. Costato quattro anni di gestazione, l'album è un concept su un argomento difficile ma caro ad un certo pubblico: la dipartita da questo mondo. Musicalmente il disco è caratterizzato da ritmi lenti, sonorità prevalentemente acustiche e uno stile in generale più intimo di quello tipico degli altri album di Harvey. Non ho gridato al miracolo per le canzoni, che fanno sentire una certa mancanza di originalità, ma il disco nell'insieme è apprezzabile e per qualche motivo mi è caro. Sarà per il primo brano, dedicato a Rowland S. Howard, che da solo vale l'intero CD.
Big Sexy Noise: Trust The Witch
Il secondo capitolo della band capitanata da Lydia Lunch conferma quanto espresso nel primo album, e ne rappresenta se possibile una versione ancora più radicale.
Noise, no wave, hardcore, garage, sono tutte etichette che si potrebbero spendere per descrivere ciò che semplicemente è la fusione di rabbia ed erotismo, ossia cià che da sempre predica la strega evocata dal titolo.
Una dimostrazione di energia e di resistenza allo scorrere del tempo che fa quasi impressione.
Assieme alla ristampa del classico 13.13 ad opera de Le Son Du Maquis, è stato per me uno dei titoli imprenscindibili del 2011.
The Raincoats: Odyshape
Da quanto tempo mancava una ristampa di questo classico del 1981? Almeno 18 anni, a quanto riporta Discogs, e ci credo senza problemi visto che non ne avevo mai visto una copia in circolazione.
Come sempre quando parlo di ristampe, ho qui la scelta tra rievocare la storia dell'album e soprassedere con la considerazione che esiste abbondante materiale in rete per chi volesse approfondire.
Scelgo per una volta la seconda opzione, limitandomi a dire che l'anarchia schizoide di quest'album è delizia per le mie orecchie.
Nota di merito per l'edizione, sobriamente filologica, custodia in cartone con libretto ben fatto.
Radiohead: The King Of Limbs
Se ne è parlato così tanto che al momento avevo evitato di aggiungere le mie modeste impressioni. A distanza di molti mesi, posso dire che confermo l'idea che sia un passo falso.
Avevo ascoltato In Rainbows in rotazione continua (pur con una iniziale diffidenza). Questo invece non è riuscito a entrarmi in testa ne' a farsi amare.
I motivi sono più o meno quelli detti da tutti: poca unitarietà, forse troppi esperimenti mal coniugati tra loro. Le otto composizioni sono tutte interessanti e al di sopra della media di quasi qualsiasi band in attività, ma questo si può dire anche per qualunque b-side inclusa nei loro singoli.
Questo non sembra un album, tutto qua. Tra qualche anno lo ascolteremo con nostalgia.
Oceansize: Self preserved while the bodies float up
Un titolo che nonostante gli sforzi non ho ancora imparato. Eppure il disco l'ho ascoltato molto. Uscito a dicembre 2010, ho iniziato ad ascoltarlo i primi di gennaio in un viaggio in treno. Al primo impatto mi sono detto che si trattava di un capitolo decisamente interessante nello sviluppo della loro discografia, un passo difficile ma fatto nella giusta direzione. Poi ho scoperto che gli Oceansize si erano sciolti nel darlo alle stampe, e ci sono rimasto male: il discorso dello "sviluppo" si ferma qui. Peccato, perchè pur essendo potenzialmente insidioso modificarsi all'interno del proprio stesso elemento - la complessità della proposta e l'originalità delle loro composizioni fanno sì che queste rischino sempre di avvitarsi su se' stesse, come era accaduto parzialmente nel pur bello Everyone Into Position - qui alla band era riuscito il miracolo di innovarsi restando se' stessi. Non semplicemente "il quarto disco degli Oceansize", dunque, ma una raccolta di brani coraggiosi, di musica con mille rimandi ma senza riferimenti espliciti o agganci facili. L'epitaffio di una band che vanta innumerevoli tentativi (falliti) di imitazione.
Postilla: quelli che non mi sono proprio andati giù.
1. Un sincero fanculo ai Rammstein che hanno pensato bene di partorire una inutilissima raccolta (con inedito, naturalmente) in non so quante versioni a prezzi letteralmente incredibili. La carriera degli allegri cattivoni teutonici è in fase calante e questa ne è solo una conferma.
2. Mi sono sorbito un paio di volte l'album di James Blake cercando di capire cosa ci sentissero tutti di nuovo e di entusiasmante, ma non ho trovato ne' novità ne' emozioni. Un esercizio di stile, anzi, piuttosto stantìo.
3. Mi ha deluso il nuovo album di Gary Numan, a quanto pare fatto di materiale scartato da incisioni precedenti - e non me ne sorprendo.
4. Non dico nulla sull'album di Lou Reed e Metallica per non aggiungermi inutilmente al coro degli scontenti. Come disco di Reed non è male. Cosa ci facciano i Metallica non si sa.
5. Sonno profondo, ma proprio profondissimo, sul versante italiano: mi ha annoiato anche l'album di Dente, che al quarto giro è sempre se' stesso ma inizia a stancarmi, mentre ho decisamente aborrito quella bruttura sonora che è Il sorprendente album d'esordio dei Cani (titolo carino, va detto). Cito questi due tanto per fare due esempi ma potrei proseguire. Mi pare che l'inseguimento di mode e tendenze stia alla fine ammazzando la pur fievole ventata di novità che c'era stata negli ultimi anni. Che poi in Italia esca anche qualche bel disco, vabbè, lo sappiamo: succede anche nelle peggiori famiglie. (PS: mi si chiede qualche esempio, eccoli qua: Zen Circus, sulla fiducia il Teatro degli Orrori, e nonostante tutto anche i Verdena.)
Non mi metterò dunque a dire cosa salvare e cosa buttare dell'anno passato ne' a tirare giù una classifica dei dischi "importanti". Questa roba non frega a nessuno, e poi in quelle liste si finisce sempre per dire delle cavolate pazzesche (non che non ne dirò lo stesso).
Ho però da parte un po' di titoli di dischi ascoltati, digeriti e per i quali non ho trovato tempo di dare conto qui. Il mega post di fine anno lo dedico dunque a questi album, poche righe ciascuno (almeno, spero di contenermi). Si tratta soprattutto di raccolte e ristampe, mi spiace se a volte so un po' di muffa ma di roba attualissima ho ascoltato proprio poco.
Per ragioni di comodità, procedo a ritroso: da quelli usciti a fine 2011, ad un disco di fine dicembre 2010 che ho amato molto e che per me rientra a diritto nelle uscite di gennaio.
Kate Bush: 50 Words For SnowPer il suo secondo album di inediti in 18 anni (il precedente era stato Aerial nel 2005, e prima ancora The Red Shoes nel 1993), Kate Bush sceglie di proporci 7 brani lunghi, accomunati da un legame con la neve, anzi, come dice la stessa autrice, "appoggiati su uno sfondo di neve che cade". È un disco invernale ma certo non "natalizio", che si ammanta del fascino di un panorama in bianco e nero, lentamente e silenziosamente coperto dal manto bianco, ma certo non "freddo". La Bush inanella una dopo l'altra sette composizioni ammalianti, dense ma ricche di spazi, caratterizzate da una crescita lenta ma ben sviluppata, e impreziosite da una voce che a 53 anni non conosce incrinature e dai dettagli lasciati qua e là con sapienza dal manipolo di musicisti di valore che la accompagnano. Palma d'oro per la title track, una specie di scherzo teatrale, dove vengono snocciolati 50 nomi per la neve (di cui parte si sospetta inventati), e per Snowed in at Wheeler Street, efficace duetto con Elton John tra due amanti costretti alla separazione.
The Fall: Ersatz GBCosa dire del ventottesimo (o ventinovesimo? i pareri discordano...) album di studio dei Fall? Premesso che qualsiasi disco della band di Mark E. Smith, anche il peggiore, è sempre un disco degno di essere ascoltato, e aggiunto che questo non è per nulla il peggiore, sono tentato di dirvi solo che dovreste ascoltarlo, così come tutti gli altri precedenti e probabilmente quelli che seguiranno. Anzi, vi dirò proprio e soltanto questo.
La formazione è la stessa di Your Future Our Clutter (2010) e Imperial Wax Solvent (2009), un primato di longevità per i Fall. Anche la ricetta è la medesima dei due predecessori: rock di stampo assortito, su solidi giri di basso e con la solita, inconcepibile voce ubriaca di Smith a narrare storie strampalate.
Throwing Muses: AnthologyLa prima raccolta retrospettiva dei Throwing Muses arriva in coincidenza con il 25ennale del primo album della band della 4AD. Non c'è molto da dire sulla band di Tanya Donnelly e Kristin Hersch che non sia già storia: 8 album di cui l'ultimo nell'ormai lontano 2003, sconfinamenti della Donnelly nelle Breeders e nei Belly (due ottimi side project), una sezione ritmica interessante nelle mani di Dave Narcizo e un songwriting difficilmente inquadrabile se non nella tradizione post punk femminile (Slits, Raincoats), dalla quale comunque si discosta in modo originale. Il doppio CD si giova di una bella edizione cartonata, e di una selezione accurata da parte della band, che in due dischi presenta una scelta di brani dagli album (CD1) ed una raccolta di canzoni che altrimenti sarebbero state disponibili solo in singoli, EP o colonne sonore (CD2). Non è un "greatest hits": mancano alcuni successi, anzi a volte sono stati privilegiati brani meno noti ma evidentemente più cari alla band. Dire che è una bella raccolta è poco. Io l'ho comprato e me lo sono spupazzato un bel po'.
Sixteen Horsepower: Yours, TrulySono passati 6 anni dallo scioglimento ufficiale della band di David Eugene Edwards e soci, e 9 anni dal loro ultimo album di studio. Sembra dunque tardiva questa antologia, ma il fatto che il nostro sia ancora in giro con gli splendidi Wovenhand ne fa una scelta dopotutto tempestiva.
La logica applicata per selezionare la compilation è a un tempo simile e diversa da quella del doppio dei Throwing Muses. Il secondo disco è anche qui dedicato agli inediti, che in questo caso sono spesso versioni alternative. Il primo è stato affidato non alle preferenze dei membri della band, ma a quelle del pubblico, che è stato invitato a votare i propri brani preferiti. Ne è uscita una raccolta assassina (per quanto riguarda il primo disco), che è per una volta un vero "best of", ma rappresenta ovviamente un elemento inutile per chiunque possieda la discografia completa. Il secondo disco è interessante, e molto goloso per i fan, ma non all'altezza del primo. Un oggetto un po' strano, nobilitato soprattutto dall'eccellente realizzazione grafica.
Tom Waits: Bad As MeIl buon vecchio Tom è tornato con un disco di inediti dopo ben 7 anni di silenzio (Real Gone era datato 2004) e una raccoltona in tre CD nel mezzo che aveva quasi fatto temere un ritiro.
L'album è godibile, quasi orecchiabile in confronto alle prove del Waits "seconda maniera".
Una raccolta di belle canzoni che non aggiunge nulla di importante a quanto sappiamo già del "cantautore di Pomona", ma che rinfranca i fan che iniziavano a sentirsi orfani.
Si viaggia tra ballate oscure, momenti di ubriachezza ritmica, crooning malinconico e veloci passaggi all'inferno: gli ingredienti di casa Waits sono serviti in tavola con la perizia di un grande chef.
Mick Harvey: Sketches From The Book Of The DeadHarvey è noto ai più come (ex) chitarrista dei Bad Seeds di Nick Cave. In realtà ha avuto una carriera ben più complessa, anche se vissuta in buona parte all'ombra del Re Inchiostro: chitarrista dei Boys Next Door, poi dei Birthday Party, infine dei Bad Seeds, ha accompagnato il compagno più famoso per la bellezza di 36 anni (dal 1973 al 2009).
Nel frattempo ha prestato la propria opera anche nei Crime And The City Solutions, e si è pure levato lo sfizio di una carriera solista: quattro dischi a suo nome fino ad ora, i primi due dedicati a reinterpretazioni delle canzoni di Serge Gainsbourg, altri due a cover di vari altri artisti, fatta eccezione per sole 4 canzoni originali. Questo quinto disco è dunque il primo vero album di Mick Harvey, se così vogliamo dire. Costato quattro anni di gestazione, l'album è un concept su un argomento difficile ma caro ad un certo pubblico: la dipartita da questo mondo. Musicalmente il disco è caratterizzato da ritmi lenti, sonorità prevalentemente acustiche e uno stile in generale più intimo di quello tipico degli altri album di Harvey. Non ho gridato al miracolo per le canzoni, che fanno sentire una certa mancanza di originalità, ma il disco nell'insieme è apprezzabile e per qualche motivo mi è caro. Sarà per il primo brano, dedicato a Rowland S. Howard, che da solo vale l'intero CD.
Big Sexy Noise: Trust The WitchIl secondo capitolo della band capitanata da Lydia Lunch conferma quanto espresso nel primo album, e ne rappresenta se possibile una versione ancora più radicale.
Noise, no wave, hardcore, garage, sono tutte etichette che si potrebbero spendere per descrivere ciò che semplicemente è la fusione di rabbia ed erotismo, ossia cià che da sempre predica la strega evocata dal titolo.
Una dimostrazione di energia e di resistenza allo scorrere del tempo che fa quasi impressione.
Assieme alla ristampa del classico 13.13 ad opera de Le Son Du Maquis, è stato per me uno dei titoli imprenscindibili del 2011.
The Raincoats: OdyshapeDa quanto tempo mancava una ristampa di questo classico del 1981? Almeno 18 anni, a quanto riporta Discogs, e ci credo senza problemi visto che non ne avevo mai visto una copia in circolazione.
Come sempre quando parlo di ristampe, ho qui la scelta tra rievocare la storia dell'album e soprassedere con la considerazione che esiste abbondante materiale in rete per chi volesse approfondire.
Scelgo per una volta la seconda opzione, limitandomi a dire che l'anarchia schizoide di quest'album è delizia per le mie orecchie.
Nota di merito per l'edizione, sobriamente filologica, custodia in cartone con libretto ben fatto.
Radiohead: The King Of LimbsSe ne è parlato così tanto che al momento avevo evitato di aggiungere le mie modeste impressioni. A distanza di molti mesi, posso dire che confermo l'idea che sia un passo falso.
Avevo ascoltato In Rainbows in rotazione continua (pur con una iniziale diffidenza). Questo invece non è riuscito a entrarmi in testa ne' a farsi amare.
I motivi sono più o meno quelli detti da tutti: poca unitarietà, forse troppi esperimenti mal coniugati tra loro. Le otto composizioni sono tutte interessanti e al di sopra della media di quasi qualsiasi band in attività, ma questo si può dire anche per qualunque b-side inclusa nei loro singoli.
Questo non sembra un album, tutto qua. Tra qualche anno lo ascolteremo con nostalgia.
Oceansize: Self preserved while the bodies float upUn titolo che nonostante gli sforzi non ho ancora imparato. Eppure il disco l'ho ascoltato molto. Uscito a dicembre 2010, ho iniziato ad ascoltarlo i primi di gennaio in un viaggio in treno. Al primo impatto mi sono detto che si trattava di un capitolo decisamente interessante nello sviluppo della loro discografia, un passo difficile ma fatto nella giusta direzione. Poi ho scoperto che gli Oceansize si erano sciolti nel darlo alle stampe, e ci sono rimasto male: il discorso dello "sviluppo" si ferma qui. Peccato, perchè pur essendo potenzialmente insidioso modificarsi all'interno del proprio stesso elemento - la complessità della proposta e l'originalità delle loro composizioni fanno sì che queste rischino sempre di avvitarsi su se' stesse, come era accaduto parzialmente nel pur bello Everyone Into Position - qui alla band era riuscito il miracolo di innovarsi restando se' stessi. Non semplicemente "il quarto disco degli Oceansize", dunque, ma una raccolta di brani coraggiosi, di musica con mille rimandi ma senza riferimenti espliciti o agganci facili. L'epitaffio di una band che vanta innumerevoli tentativi (falliti) di imitazione.
Postilla: quelli che non mi sono proprio andati giù.
1. Un sincero fanculo ai Rammstein che hanno pensato bene di partorire una inutilissima raccolta (con inedito, naturalmente) in non so quante versioni a prezzi letteralmente incredibili. La carriera degli allegri cattivoni teutonici è in fase calante e questa ne è solo una conferma.
2. Mi sono sorbito un paio di volte l'album di James Blake cercando di capire cosa ci sentissero tutti di nuovo e di entusiasmante, ma non ho trovato ne' novità ne' emozioni. Un esercizio di stile, anzi, piuttosto stantìo.
3. Mi ha deluso il nuovo album di Gary Numan, a quanto pare fatto di materiale scartato da incisioni precedenti - e non me ne sorprendo.
4. Non dico nulla sull'album di Lou Reed e Metallica per non aggiungermi inutilmente al coro degli scontenti. Come disco di Reed non è male. Cosa ci facciano i Metallica non si sa.
5. Sonno profondo, ma proprio profondissimo, sul versante italiano: mi ha annoiato anche l'album di Dente, che al quarto giro è sempre se' stesso ma inizia a stancarmi, mentre ho decisamente aborrito quella bruttura sonora che è Il sorprendente album d'esordio dei Cani (titolo carino, va detto). Cito questi due tanto per fare due esempi ma potrei proseguire. Mi pare che l'inseguimento di mode e tendenze stia alla fine ammazzando la pur fievole ventata di novità che c'era stata negli ultimi anni. Che poi in Italia esca anche qualche bel disco, vabbè, lo sappiamo: succede anche nelle peggiori famiglie. (PS: mi si chiede qualche esempio, eccoli qua: Zen Circus, sulla fiducia il Teatro degli Orrori, e nonostante tutto anche i Verdena.)
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14 febbraio 2010
Lydia Lunch is sexy and noisy
Big Sexy Noise è un progetto che nasce dalla collaborazione tra Lydia Lunch e tre quarti dei Gallon Drunk: James Johnston (chitarra), Ian White (batteria) e Terry Edwards (organo e sax).Il disco che ne deriva è una gran bella sorpresa. Grinta da vendere, suono grezzo e cattivo quanto basta, una prova di vitalità che poteva anche risultare grottesca, vista l'età media del quartetto. E invece...
Si ritrovano nei solchi di queste dodici tracce lo spettro della new wave e della gioventù sonica che aleggiavano sulla New York di fine anni '70, ma anche una rabbia ormai matura, priva di fronzoli e di autocelebrazione. Un disco virulento e caldissimo, sexy come una delle pellicole di cui la Lunch fu protagonista ormai qualche decennio or sono: in modo disturbante, allucinatorio, eppure irresistibile.
In pezzi come Baby Faced Killer, Another Man Coming, Bad For Bobby, God Is A Bullet, potrete ritrovare Stooges, sudore, echi di James Chance, lacrime, jazz sporco e blues rimbombante, un Birthay Party all'inferno, whisky e sigarette affondate nella voce roca di una Lunch mai doma.
Grandissima la cover di Kill Your Sons di Lou Reed, il cui testo, cantato da lei, si fa ancora più inquietante:
All your two-bit psychiatrists
are giving you electroshock
They said, they'd let you live at home with mom and dad
instead of mental hospitals
But every time you tried to read a book
you couldn't get to page 17
'Cause you forgot where you were
so you couldn't even read
....
All of the drugs, that we tookBut when they shoot you up with thorizene on crystal smoke
you choke like a son of a gun
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21 dicembre 2008
Teenage Jesus and Beirut Slump: Shut Up And Bleed
Ho nominato da poco i Teenage Jesus And The Jerks, parlando del DVD antologico di Lydia Lunch.Gruppo dalla carriera discografica brevissima, i Teenage Jesus And The Jerks pubblicarono appena due singoli e due EP, per poi dissolversi rapidamente - anche se la leader continuò una lunga carriera di musicista e performer con diverse formazioni o in ambito solista.
Caratterizzati da sonorità dissonanti e dalla programmatica brevità delle composizioni, furono una delle band più influenti dell'epoca: seppero infatti rompere qualsiasi schema del rock e del pop, molto più di quanto non avesse fatto il punk, e restituire in modo quasi fisico l'angoscia metropolitana e l'incapacità di una generazione di riconoscersi in un qualsivoglia modello morale o culturale.
Assieme ai DNA di Arto Lindsay ed ai Theoretical Girls di Glenn Branca diedero uno scossone alla scena musicale newyorchese, consentendo la nascita di nuovi filoni musicali, ed in particolare spianando la strada ai Sonic Youth.
La discografia dei Teenage Jesus And The Jerks, essendo così limitata, è stata molto facile da raccogliere in CD. Già nel 1995 era stato pubblicato un album che in 12 brani - e 18 minuti - raccoglieva l'intera opera della band: venivano riproposti la somma dell'EP omonimo, che a sua volta raccoglieva già tutti i brani dei due singoli Orphans e Babydoll, e degli ulteriori tre pezzi pubblicati nell'EP pre-Teenage Jesus And The Jerks, che contenevai brani sviluppati da una formazione precedente della band, quando c'era anche James Chance al sax.
Pareva difficile che si potesse aggiungere qualcosa, e invece ora esce questo Shut Up And Bleed, che riesce nella quasi impossibile impresa di fornire nuovo materiale interessante, e che risulta dunque il benvenuto.
Oltre ai 12 brani "classici", questa edizione aggiunge altro materiale dei Teenage Jesus And The Jerks - soprattutto live di qualità discreta. In secondo luogo, vengono addizionati i pezzi inediti di un'altra band, attiva nello stesso periodo, anch'essa con Lydia Lunch alla voce: i Beirut Slump, un quintetto del quale nulla, fino ad ora, era stato tramandato ai posteri.
E valeva la pena riscoprirli: nervosi, a tratti folli, hanno poco da invidiare ai più famosi "fratelli" (che risultano maggiormente noti anche per la partecipazione alla raccolta No New York curata da Brian Eno).
Cosa dire di quest'album: splendido titolo, ottima copertina, musica fulminante, urgente ed auto-combustiva. Peccato solo per la scelta di mescolare le canzoni dei due gruppi, una soluzione che, pur non inficiando la riuscita dell'album, complica un po' l'ascolto "filologico". Ma si tratta di un peccato veniale che si perdona volentieri ad un oggetto tanto inaspettato quanto gradito come questa raccolta.
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15 dicembre 2008
Lydia Lunch in DVD
Lydia Lunch è uno di quei personaggi che non si riescono a comprimere nelle abituali definizioni musicali di genere, e neppure a descrivere con una semplice successione di aggettivi.La sua attività, iniziata a New York nella seconda metà degli anni '70, include un lungo elenco di performance e incisioni discografiche, sia soliste che in collaborazioni con numerosi artisti, tra i quali spiccano Nick Cave, Foetus, James Chance, Einsturzende Neubauten, Die Haut, Michael Gira, Marc Almond e Thurston Moore.
Questo DVD ripercorre la sua storia raccogliendo materiale video, principalmente live, dal 1978 al 2006.
Si parte con i Teenage Jesus And The Jerks, storica band della no wave newyorchese, qui rappresentati dal video realizzato per Orphans (un montaggio di violenza e orrori della guerra) e da 5 brani filmati dal vivo nel 1978 (I Woke Up Screaming, Freud in Flop, Race Mixing, Baby Doll, Instra-mental).
A seguire vengono proposti 6 brani live degli 8-Eyed Spy (Sorry for Behaving so Badly, Innocence, Boy Girl, Motor Oil Shanty, Swamp, Run Through the Jungle), la seconda formazione della quale la Lunch fu leader, un miscuglio strano ed affascinante di ritmiche pulsanti, attitudine chitarristica punk e declamazioni in stile no wave. La formazione si sciolse nell'80 dopo la morte per overdose del bassista, e questo documento contribuisce a testimoniarne il valore.
I successivi 12 brani, quasi tutti dal vivo, provengono dalle innumerevoli collaborazioni succedutesi negli anni: 2 pezzi con gli Shotgun Wedding, diverse apparizioni con Terry Edwards, una canzone a testa con Rowland S. Howard, con Mark Cunningham, con Die Haut, con Pepe Sarto.
Le riprese, soprattutto quelle relative agli anni tra i '70 e gli '80, sono di qualità amatoriale, ma l'audio è stato curato bene, rendendo la fruizione del DVD interessante sia dal punto di vista storico che da quello strettamente musicale - al contrario di alcune discutibili operazioni che ho visto negli ultimi anni, in cui il materiale proposto era davvero da cestinare.
Se vi interessa approfondire un'artista di eccezionale valore per la musica contemporanea, e sbirciare nella no wave newyorchese, questo DVD è certamente un mattone importante su cui costruire una ricerca.
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