Amo davvero il suono della voce di Karl Hyde, sin dai tempi della scoperta dei fantastici Freur a fine anni '80 (si, con un certo ritardo, grazie Luke!). Con la gioia accessoria di una seconda ri-scoperta, quando rimasi invischiato negli Underworld della seconda metà degli anni '90, solo per scoprire che c'era la stessa persona dietro quell'affascinante macchina da sogni ballardiani elettronici, che ha disegnato il paesaggio sonoro di fine millennio.
Mi spiace dunque ammettere che, nonostante mi ci sia messo d'impegno, non sono riuscito ad apprezzare troppo la sua prima opera solista.
Edgeland è sostanzialmente un album di canzoni, senza troppi rimandi allo "stile Underworld": Hyde ha voluto un album da cantante, anzi come diremmo in Italia, da "cantautore". Voce in primo piano, dunque, musica nata in solitudine probabilmente con un'acustica o al piano, poi infilata successivamente in strutture che in maggioranza si piegano al testo, e vestita di sonorità che seppure curate maniacalmente non diventano mai protagoniste della scena, ma restano sempre funzionali al brano.
Tutto questo è perfettamente sensato e coincide esattamente con quanto mi attendevo. Il problema sta nel fatto che l'album scorre via troppo lento, con soluzioni molto ripetitive, ed offre solo una manciata di attimi davvero memorabili. Mi pare che il classico flusso di coscienza alla Hyde non si adatti troppo ad una raccolta di canzoni, oppure che il cantante semplicemente non sia riuscito a scrivere un numero sufficiente di canzoni degne di nota. Ed è una occasione sciupata, perchè c'è classe da vendere, e forse una più accorta scelta delle strutture avrebbe giovato. Bellissima ad esempio l'apertura col primo brano The Night Slips Us Smiling Underneath It’s Dress, dove l'amalgama sonoro e il suono della voce rasentano la perfezione, ma per il sussulto successivo si deve attendere quasi in chiusura Shadow Boy, che offre uno sviluppo dinamico in crescendo e finalmente strappa un sorriso di approvazione.
Forse il desiderio di suonare sufficientemente pop, o quello di non suonarlo troppo, hanno nuociuto all'equilibrio dell'album. Stranamente, uno dei brani che mi hanno colpito in modo più favorevole è incluso solo nell'edizione deluxe: Dancing On The Graves Of Le Corbusier’s Dreams smuove un po' le acque e restituisce vitalità ad un album altrimenti davvero troppo statico.
Non ho visto il film sul DVD dell'edizione Deluxe; ma conoscendo le precedenti opere visuali di cui si è occupato Hyde, potrebbe essere più interessante dell'album.
CD
01. The Night Slips Us Smiling Underneath It’s Dress
02. Your Perfume Was The Best Thing
03. Angel Cafe
04. Cut Clouds
05. The Boy With The Jigsaw Puzzle Fingers
06. Slummin’ It For The Weekend
07. Shoulda Been A Painter
08. Shadow Boy
09. Sleepless
10. Dancing On The Graves Of Le Corbusier’s Dreams (Deluxe Edition Bonus Track)
11. Final Ray Of The Sun (Deluxe Edition Bonus Track)
12. Out Of Darkness (Japan Only Deluxe Edition Bonus Track)
13. Cascading Light (Japan Only Deluxe Edition Bonus Track)
14. Slummin’ It For The Weekend (Deluxe Edition Bonus Version Mixed By Brian Eno)
15. Cut Clouds (Figures Remix) (Deluxe Edition Bonus Track)
DVD (Deluxe Edition)
The Outer Edges (Edgeland Version) (A Keran Evens Film)
Visualizzazione post con etichetta Underworld. Mostra tutti i post
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20 maggio 2013
2 maggio 2012
Underworld: The Anthology 1992 2012
Superstar della variopinta ed iperattiva scena elettronica degli anni '90, gli Underworld sono in realtà sulla scena dagli anni '80, quando erano cantante e chitarrista dei Freur, enigmatica band che regalò alla scena synth pop un singolo straniante (Doot-Doot) e sparì alla chetichella dopo il secondo album.
Riformatisi come Underworld, pubblicarono alla fine degli anni '80 due dischi di pop-funk-rock molto strambi e sinceramente poco riusciti (laddove i due dischi a nome Freur erano stati due piccole gemme naive).
Chiunque altro avrebbe mollato, viste anche le vendite deludenti, e invece loro tirarono in barca un noto DJ e realizzarono Dubnobasswithmyheadman, ossia uno degli album fondamentali per l'elettronica di tutti i tempi e per gli anni '90 in particolare.
Da allora hanno inanellato una sequenza di ottimi, sebbene rari, album di studio, una hit planetaria nella colonna sonora di Trainspotting, e svariati trionfi ai festival di mezzo mondo, fino a presenziare quest'anno alle cerimonie delle Olimpiadi (il che non rende migliore la loro valutazione come musicisti, ma testimonia il loro peso sulla scena).
Questa raccolta in 3 CD ne celebra la carriera in modo tradizionale sui primi due CD, che snocciolano i loro brani più noti, e con mia immensa gioia aggiungendo un intero CD di inediti, tra i quali molte composizioni che avrebbero ben figurato sugli album ufficiali.
Che volete di più? Va bene, se proprio chiedete di più, è uscito anche A Collection, raccolta condensata in disco singolo ma con 3 brani in più, altrimenti non presenti in altri dischi a nome Underworld, che testimoniano collaborazioni con altri artisti.
Buona notizia: il tutto a prezzo ragionevole, quindi comprate che gli artisti vivono così.
Riformatisi come Underworld, pubblicarono alla fine degli anni '80 due dischi di pop-funk-rock molto strambi e sinceramente poco riusciti (laddove i due dischi a nome Freur erano stati due piccole gemme naive).
Chiunque altro avrebbe mollato, viste anche le vendite deludenti, e invece loro tirarono in barca un noto DJ e realizzarono Dubnobasswithmyheadman, ossia uno degli album fondamentali per l'elettronica di tutti i tempi e per gli anni '90 in particolare.
Da allora hanno inanellato una sequenza di ottimi, sebbene rari, album di studio, una hit planetaria nella colonna sonora di Trainspotting, e svariati trionfi ai festival di mezzo mondo, fino a presenziare quest'anno alle cerimonie delle Olimpiadi (il che non rende migliore la loro valutazione come musicisti, ma testimonia il loro peso sulla scena).
Questa raccolta in 3 CD ne celebra la carriera in modo tradizionale sui primi due CD, che snocciolano i loro brani più noti, e con mia immensa gioia aggiungendo un intero CD di inediti, tra i quali molte composizioni che avrebbero ben figurato sugli album ufficiali.
Che volete di più? Va bene, se proprio chiedete di più, è uscito anche A Collection, raccolta condensata in disco singolo ma con 3 brani in più, altrimenti non presenti in altri dischi a nome Underworld, che testimoniano collaborazioni con altri artisti.
Buona notizia: il tutto a prezzo ragionevole, quindi comprate che gli artisti vivono così.
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28 settembre 2010
Barks from the Underworld
Io amo gli Underworld.Questo disclaimer è d'obbligo quando ci si accinge a parlare di qualcosa su cui si rischia di essere poco obiettivi. Già tre anni fa avevo recensito Oblivion With Bells con una certa enfasi. Non vorrei che ora mi diceste che non vi avevo avvisato quando userò toni analoghi per il nuovo album.
Barking è un disco inaspettato. Prima di tutto, non avevo notato segnali dell'imminente uscita di nuovo materiale. Eppure un'occhiata sporadica al sito della band la butto sempre, anche solo per verificare le mutazioni del sito stesso. Secondo, la coloratissima copertina è decisamente una innovazione. Ci ho messo un po' a convincermi che si trattasse proprio degli stessi Underworld di Karl Hyde e Rick Smith. In terzo luogo, e qua sta la vera sorpresa, siamo di fronte ad una sterzata evidente dallo stile del precedente album.
Spieghiamoci meglio. Oblivion With Bells era un album nel quale avevo ritrovato quanto più avevo gradito dei primi Underworld: atmosfere quasi oniriche, un'elettronica fredda in superficie ma straordinariamente calda grazie all'uso estremamente particolare della voce. Un connubio raro, capace di creare uno stato di trance ipnotica: le parole sparpagliate su architetture frammentarie in modo da indurre stati d'animo sfuggenti ma profondi. Una specie di catarsi psichica, nella quale mi piace abbandonarmi come sotto l'effetto di una droga priva di effetti collaterali. Barking è invece un disco che presenti anche elementi decisamente più solari, con momenti che si potrebbero dire più convenzionali per un album dance, ma che conferma uno stile assolutamente unico e che centra l'obiettivo di offrire un ascolto più immediato ma anche la possibilità di approfondimenti successivi.
L'apertura è affidata a Bird 1, un pezzo che sfoggia subito una mescolanza di spensieratezza e nostalgia, due sensazioni che solo questa band riesce a fondere in modo così perfetto.
Con Always Loved A Film invece ci si getta in atmosfere molto più festose, sebbene stemperate continuamente da intermezzi di tono minore che non fanno altro che accentuare i ritorni dei refrain. Un elemento di questo brano che resterà costante nel disco è un approccio a tratti più "cantato" da parte di Hyde, scelta che porta alcuni pezzi a convertirsi quasi in canzoni, nonostante le strutture restino come da tradizione totalmente aperte.
L'evoluzione prosegue con Scribble, un inno alla gioia da dancefloor con synth poderosi e sonorità che per qualche motivo mi riportano alla mente le scorribande di Beacoup Fish.
La quarta traccia Hamburg Hotel interrompe l'escalation verso lidi danzerecci, proponendo un gioco di sequencer molto geeky, che si evolvono verso ritmiche complesse e stratificazioni di pad fino a quando un astruso giro di basso ribadisce la maestria del duo nel costruire architetture inaspettate e sorprendenti.
Grace si apre con uno dei più tipici recitati alla Hyde, per un brano che potrebbe venire diritto diritto dalle sessioni di Orblivion With Bells. "In the underground, in the underground there is not what I expected".
Stesso ambiente per la successiva Between Stars, fino a quando una sorta di ritornello atipico apre il pezzo trasformandolo in un inno involuto e sconcertato, qualcosa che non mi avrebbe stupito nella tracklist di Dubnobasswithmyheadman.
Diamond Jigsaw è forse la traccia più spiazzante del disco, un'allegra canzone pop nella quale pochi noteranno gli evidenti richiami alla fase pre-elettronica degli Underworld (quando i nostri non avevano ancora trovato l'alchimia perfetta dopo avere sciolto i Freur).
l'album si chiude con Moon in Water e Lousiana, due pezzi atipici e al tempo stesso molto Underworld. Nel primo una voce femminile recita un lungo monologo sulla luce della luna su sequencer di ispirazione ambient e guizzi electro, il secondo è una sorta di morbida ninna nanna basata sul solo piano e sulla voce di Hyde, che chiude degnamente un disco variegato e decisamente non abbaiato come invece lo strano titolo avrebbe potuto far pensare.
Una doverosa nota per i collezionisti: il DVD accluso all'edizione doppia contiene un video per ogni traccia dell'album, una chicca che vale la spesa. Pochi giorni dopo l'acquisto dell'album mi sono invece accorto dell'esistenza di una edizione maggiore, dotata anche di un grosso volume cartaceo e di un CD di remix. Maledizione.
15 novembre 2007
Finalmente Underworld
Che bello.Ma si, un po' di gioia, ogni tanto, ce la si può anche concedere. Soprattutto quando uno dei migliori gruppi elettronici di sempre se ne esce, dopo 5 anni di silenzio, con un nuovo capolavoro.
Un disco che definire eccellente è poco, questo nuovo Oblivion With Bells.
In primis, perchè cade in un momento di stanca dell'elettronica, con poche grandi uscite che si contano sulle punte delle dita.
In secondo luogo, perchè il gruppo si lascia alle spalle lo scivolone di A Hundred Days Off, lavoro deboluccio del 2002, e ritorna ai fasti di quel Second Toughest In The Infants che nel 1996 fece gridare molti al miracolo (e ipnotizzò il sottoscritto per un anno abbondante di ascolti ripetuti).
E infine, il disco è oggettivamente bello.
Rick Smith e Karl Hyde riescono, in modo quasi miracoloso, a tornare al passato senza sembrare semplicemente nostalgici, ed a confezionare 11 brani in puro stile Underworld senza eccedere nell'auto-citazione. Certo, la copertina ricorda intenzionalmente quella del primo album (Dubnobasswithmyheadman, 1993) e l'album si apre con Crocodile, un brano dalla ritmica riconoscibilissima che fa subito effetto deja-vu. Ma a fare la differenza è la voce di Hyde, atonale e ipnotica, capace di portarci in territori sempre nuovi e sempre così caldamente "umani", a dispetto dell'apparente freddezza dell'elettronica che la accompagna.
Un'alchimia complessa, tra sintetizzatori old school, grandi pad dall'effetto ambient, ritmiche danzerecce e un cantato-recitato che è poesia contemporanea più che qualsiasi altra cosa.
Oblivion with bells riesce ad evitare così le difficoltà vissute, ad esempio, dai Chemical Brothers, che pur con lavori di grande livello sembrano aver smarrito la propria identità.
Qui invece, in brani come l'oscura Beautiful Burnout, oppure la spiritata Holding The Moth, la personalità del gruppo e la sua capacità di fascinazione restano inalterate.
Manca ciò che aveva reso famosi gli Underworld: un brano irresistibile e antemico come Born Slippy, Cowgirl o mmm Skyscreaper I Love You. Ma sinceramente non se ne sente la mancanza, e probabilmente insistere su certi discorsi avrebbe annacquato l'opera. La quale invece possiede un fascino senza tempo, e che certamente reggerà il confronto sulla lunga distanza. Per quanto mi riguarda, è quasi un mese che l'ho acquistato e non mi ha ancora stancato.
Vivamente consigliato.
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