Lady From Shangai è il quindicesimo disco di studio dei Pere Ubu, l'ultimo arrivato in una sequenza di opere che sono state spesso disturbanti, a volte caotiche, regolarmente contestate, e sempre contraddistinte dalla caratteristica irrequietezza che ha costretto la band di David Thomas a non ripetersi mai, neppure nella formazione, che infatti muta di album in album da 35 anni.
In particolare, quattro anni sono trascorsi da Long Live Père Ubu, disco atipico che nasceva da uno spettacolo teatrale e rimane incollocabile (anche per la presenza della voce di Sarah Jane Morris), e sei dal precedente canonico album di studio Why I Hate Women, un disco non perfetto ma come sempre discusso secondo quello che a mio modo di vedere è un equivoco e anche un paradosso.
Ossia, l'eterno confronto dell'opera di una band col suo primo album o più in generale con il suo primo periodo. Che è sempre, per definizione, il migliore. Il che è spesso anche sacrosantemente vero. Ma se c'è una band che va valutata in modo atemporale, liberandosi dalla storia delle uscite, quella band sono i Pere Ubu. Il cui secondo album era già talmente diverso dal primo che avrebbe potuto essere stato prodotto 30 anni dopo, o anche 30 anni prima.
The Modern Dance fu d'altronde incredibilmente innovativo e "alieno", e in qualche modo lo resta tuttora, tanto che la stessa band non ha mai tentato di riprodurlo in alcun modo. In questo senso, e ribaltando il discorso appena fatto (adoro contraddirmi), Lady From Shangai mi incuriosiva molto proprio perchè annunciato come "l'album dance dei Pere Ubu". Uno statement che ovviamente era il solito scherzo di David Thomas e non andava preso alla lettera, ma nella parola "dance" non potevo non sentire un richiamo a quel primo disco. All'ascolto, non c'è invece alcun rimando evidente, se non quella confusione rumorista che è anche marchio di fabbrica, e l'abbondanza di ritmi che si potrebbero in qualche modo definire "ballabili", se per ballabile si intende che ci si può dimenare in modo sconnesso. All'interno dell'album d'altronde campeggia la scritta "Smash the hegemony of dance. Stand still."
In questo caso abbiamo di fronte un disco nervoso, ma anche malinconico (Mandy, Musicians Are Scum), con accelerazioni e bruschi rallentamenti nei brani più rumoristici. Il collettivo di 7 elementi consente di pennellare quadri di ampio respiro, con frequenti squarci di synth o di clarinetto nel mezzo di composizioni altrimenti pesantemente basate su sequenze tribali di basso e batteria e sulla caratteristica voce di Thomas. Nel complesso però non è un capolavoro, e a tratti sembra trascinarsi senza troppo mordente. Dopo qualche ascolto ho deciso che preferivo il precedente. Ma è nel complesso
un album ancora godibile, soprattutto se si evita di dannarsi per gli antichi fasti perduti. Prendetelo per quello che è: l'opera di un collettivo anarcoide che non si arrende di fronte al tempo.
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15 marzo 2013
26 settembre 2009
Long Live Père Ubu!

Nel 2008, dopo una carriera trentennale, i Pere Ubu hanno messo in piedi uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce teatrale, reinterpretando in musica, a modo loro, la storia dell'Ubu Roi. Un adattamento che è poi finito, dopo opportune riduzioni nella durata dei brani, su questo nuovo CD.
Scrivo queste righe dopo aver già letto diverse recensioni, tutte mediamente negative. Si parla di un disco noioso, di una evidente derivazione teatrale (e in parte è vero) che ingabbierebbe troppo il materiale proposto, di una composizione un po' scolastica e di una formula stanca. E così via. Non sono d'accordo su nulla.
Devo confessare, è vero, spesso mi piace "fare il fan": anche di fronte a qualche scivolone, preferisco difendere a spada tratta i musicisti che amo. Lo faccio perchè penso che l'artista non debba dimostrare nulla a nessuno, che debba essere libero. E anche perchè mi piace pensare che i critici, in generale, siano musicisti frustrati che parlano quasi sempre per invidia (toh, ora che ci penso, mi pare che questo concetto sia stato sviscerato proprio da Thomas in qualche intervista, un genere che tra l'altro detesta).
Ma in questo caso voglio soprattutto difendere un album che mi è sinceramente piaciuto e i cui meriti vado ad elencare.
1. Se c'è una band che è stata accusata di tutto e del contrario di tutto, questi sono gli Ubu. Dopo i primi due album, universalmente osannati, si iniziò già al terzo e quarto ad accusarli di eccessiva sperimentazione e di cerebralismo. Salvo poi passare ad accusarli di banalità e comercializzazione quando tornarono con una formula meno ostica. Per poi finire ad accusarli di rifare se' stessi e di aver perso la bussola quando ripiegarono su album più complessi e coraggiosi (vedi ad esempio l'ottimo Pennsylvania). Nei confronti del penultimo Why I Hate Women si è giunti ad affermare che cercavano di suonare come una band alternativa. Che è come accusare il papa di cercare di suonare cattolico.
La verità è che i Pere Ubu fanno un po' come gli pare, e questo album non fa eccezione.
2. Cimentarsi con un'opera di riferimento ha costretto la band a sperimentare soluzioni mai adottate prima: strutture basate sulla ripetizione, cori, duetti (punto su cui tornerò), rimandi sonori e tematici tra un brano e l'altro. Trovo questa ricerca affascinante e meritevole di attenzione, quando fatta con originalità - e quest'ultima qui di certo non manca.
3. In questo disco emergono elementi prog rock rimestati in salsa Ubu che non immaginavo avrei mai sentito. Una sorpresa che, per quanto sia paradossale parlando di prog, dona a quest'album una freschezza inaspettata.
4. Secondo paradosso: questo è un disco quasi orecchiabile. Alcune soluzioni melodiche si stampano facilmente in testa, nonostante gli arrangiamenti non sempre improntati ad una facilità di fruizione. Ascoltare per credere.
5. Il personaggio di Mere Ubu è interpretato da Sarah Jane Morris. Cioè, avete presente? Quella che duettava con Jimmy Sommerville in Don't Leave Me This Way. Quella che in genere, come ci ricorda Wikipedia, si cimenta in Jazz e R&B. Ascoltarla interpretare questo materiale - assieme al gutturale e cacofonico Thomas - è una vera gioia per le orecchie.
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