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1 febbraio 2013

Depeche Mode, nuovo singolo, la discussione impazza


Sono stati due giorni di delirio su facebook e gli altri social network: un impazzare di link che avrebbero dovuto puntare al nuovo singolo dei Depeche Mode, Heaven, ma che a cliccarci si rivelavano immancabilmente dei fake o video già rimossi da YouTube o dallo stesso utente.

Poi è apparso da qualche parte un link che se,brava quello giusto, e giù tutti a commentare, con divisione quasi calcistica in due opposte tifoserie: chi si sperticava in commenti entusiastici, chi si ritirava disgustato. Io non mi pronuncio, il video è qui sopra, fate un po' voi. Mi colpisce però la modalità di questo fenomeno, mi riporta indietro di molti anni, quando si attendeva una nuova uscita con una sorta di trepidazione oramai rarissima, che pare riemergere solo per pochi grandi nomi come questo.

Il singolo Heaven viene pubblicato ufficialmente oggi, in due versioni. L'album Delta Machine, prodotto da Ben Hillier (che si è già occupato dei due precedenti) e mixato dal mitico Flood, giungerà nei negozi il 26 marzo, anch'esso in due versioni. Qui sotto le tracklist e le copertine, il cui artwork ha a sua volta scatenato discussioni animate tra approvazioni e stroncature.


“Heaven” CD single
1. “Heaven”
2. “All That’s Mine” (b side bonus track)

“Heaven” maxi single
1. “Heaven”
2. “Heaven” (Owlle Remix)
3. “Heaven” (steps to heaven rmx)
4. “Heaven” (Blawan Remix)
5. “Heaven” (Mathew Dear vs Audion Remix)


Depeche Mode, Delta Machine
1. “Welcome to My World”
2. “Angel”
3. “Heaven”
4. “Secret to the End”
5. “My Little Universe”
6. “Slow”
7. “Broken”
8. “The Child Inside”
9. “Soft Touch/Raw Nerve”
10. “Should Be Higher”
11. “Alone”
12. “Soothe My Soul”
13. “Goodbye”

Bonus disc:
1. “Long Time Lie”
2. “Happens All the Time”
3. “Always”
4. “All That’s Mine”



12 gennaio 2013

Le cover del nuovo Bowie: Barnbrook, Momus

1. La copertina (Barnbrook)

La cover del nuovo disco di David Bowie, annunciato nel giorno del suo 66° compleanno dopo 10 anni di silenzio discografico, ha suscitato reazioni contrastanti.

La copertina riprende pari pari quella di Heroes, con il vecchio titolo barrato da una riga nera ed un grande quadrato bianco a coprire il volto di Bowie. Il titolo The Next Day è stampato in nero, con un font alquanto anonimo, al centro del quadrato.

Cosa significa questa cover? Lo si può individuare in qualcosa che ha a che fare con lo scorrere del tempo e con l'immagine dell'artista, ma a prescindere da questo, è una cover bella oppure la pretesa di renderla  significante ha prodotto un oggetto esteticamente brutto?

Non ho risposte mie a questi interrogativi, ma ho trovato molto interessanti le risposte che l'autore del concept, Barnbrook, ha fornito sul proprio blog alle domande maggiormente ricorrenti in rete.

"Normalmente, usare un'immagine dal passato significa riciclaggio oppure greatest hits ma qui volevamo riferirci al titolo The Next Day. La copertina di “Heroes” oscurata dal quadrato bianco è sullo spirito della grande musica pop o rock che è sempre ‘del momento’, dimenticando o rimuovendo il passato. In realtà, sappiamo tutti che questo non è quasi mai possibile, per quanto possiamo tentare, non riusciamo a liberarci del passato.  [...] la gente ti giudicherà sempre in relazione alla tua storia [...] L'oscuramento di una immagine dal passato è anche sulla condizione umana in generale; ci muoviamo incessantemente nelle nostre vite da un giorno a quello successivo, abbandonando il passato perchè non abbiamo altra scelta."

Più interessanti però le riflessioni sull'aspetto tecnico del lavoro di designer: "Abbiamo lavorato su centinaia di possibili realizzazioni usando il concetto dell'oscuramento di questa copertina, ma la più forte è risultata quella più semplice – doveva essere qualcosa che fosse in diretto contrasto con l'immagine sottostante ma che non apparisse troppo studiato (anche se sappiamo che tutto il design è studiato, questa è infatti l'essenza della parola ‘design’). Sarebbe stato più chiaro per molte persone se avessimo scarabocchiato su tutta la copertina ma questo non avrebbe avuto il distacco d'intenti necessario per esprimere la malinconia delle canzoni dell'album. Oscurare l'immagine di Bowie è anche un riferimento alla sua identità, non solo nel passato quando mutava continuamente, ma anche che è stato assente dalla scena musicale per gli ultimi dieci. È stato un atto per nascondere la sua identità o più semplicemente questa gli è diventata più congeniale?"

E più avanti: "Detto tutto ciò, si, lo sappiamo che è solo la copertina di un album con un quadrato bianco in mezzo, ma spesso nel design può essere necessario un lungo viaggio per arrivare a qualcosa di molto semplice che funzioni e la cui semplicità funzioni su molti diversi livelli - spesso le idee più semplicipossono essere le più radicali. Capiamo che molti avrebbero preferito una nuova bella foto di Bowie ma abbiamo ritenuto che questa sarebbe stata molto meno interessante e non avrebbe abbracciato molte delle cose che abbiamo tentato di discutere realizzando questo design."

2. La cover (Momus)

L'artista scozzese (ma attualmente residente a Osaka) Momus ha realizzato un'operazione piuttosto notevole a poche ore dall'annuncio dell'album di Bowie e della pubblicazione su YouTube del nuovo singolo Where Are We Now.

Particolarmente colpìto, per una serie di ragioni che vedremo più avanti, dalla notizia più che dalla nuova canzone in se', decide di realizzarne una versione molto meno mainstream ma ricca di riferimenti all'era berlinese di Bowie. Quello che più colpisce è il fatto che la pensa, la registra, realizza una copertina nel medesimo stile di quella di The Next Day (ossia prende una propria vecchia copertina, cancella il titolo e sovrappone un quadrato bianco al proprio volto), ne monta un video con spezzoni di materiale "trovato" (tra cui frammenti del film Il pianeta delle scimmie") e la pubblica nel giro di sole 9h30' dalla diffusione del brano originale.

Il video ha raccolto oltre 5000 visite solo nelle prime 24h (nel momento in cui scrivo ha superato le 22.500) ma soprattutto ha ricevuto ieri 11 gennaio l'onore di una citazione sul sito ufficiale di Bowie.

In un post sul proprio blog, Momus fornisce, in risposta ad alcune domande ricevute su YouTube, i tempi dell'operazione ed un numero impressionante di dettagli sulle tecniche e sugli strumenti utilizzati. Di seguito vi propongo un sunto composto di frammenti del post originale.

""
[...] la cover è stata realizzata quasi interamente con prodotti di Apple e Google, come tutta la mia musica ultimamente. Con l'uso di un MacBook Air, Garageband, Google Search, il browser Chrome e YouTube, ho messo assieme la canzone in otto ore. Bowie ha fatto una canzone bella e malinconica, perseguitata dai fantasmi dei ricordi, e la mia cover è ossessionata dai miei ricordi personali di Berlino e di una intera vita immersa nell'opera di Bowie. È anche perseguitata da una serie di campionamenti sonori che ho raccolto da video di YouTube usando Audio Hijack Pro. Questa è la cronostoria:

2pm - David Bowie posta il suo nuovo singolo su Vimeo a mezzanotte, ora di New York, ossia le 2pm in Giappone.

3.50pm - Avvisato da un amico su Facebook, ascolto il nuovo singolo di Bowie e guardo il video di Tony Oursler.

4.00pm - “Gesù,” posto su Facebook, “sono elettrizzato ed emozionato da tutto questo. E Berlino, che smuove tanti ricordi miei. E il suo volto, così bello e rugoso…”

[...]

4.45pm - Considero di ripostare il mio falso annuncio del Novembre 2012 che Bowie stessse per pubblicare un album intitolato Vivid Old Man: “Su un organo microtonale, ed un sottofondo di arpa e tamburi, ispirato al primo Penderecki, al Messiaen del periodo di mezzo ed al tardo Webern, Bowie canta avant-canti marinareschi nel ruolo del “vivid old man” del titolo”.

4.55pm Decido improvvisamente di incidere una versione cover della nuova canzone nello stile descritto dal post sul falso Vivid Old Man. Scarico il video da YouTube e inizio a trascrivere il testo.

5.00pm Inizio a registrare gli accordi della canzone su un click a 81 bpm con Garageband.

6.00pm Canto le parti vocali. Alla fine occupano sei tracce, alcune trasposte digitalmente ottave sopra e sotto la linea principale, per ricreare quell'evocativo effetto “Bewlay Brothers”.

6.25pm Ispirato dalla mia storia fasulla, (e siccome ho scoperto che Penderecki è una specie di fonte musicale universale), campiono l'avvio atmosferico del Concerto per violino e Orchestra (1974 / 1976) di Krzysztof Penderecki.

[...] [NdR c'è qui la descrizione dei campionamenti, di cui molti poi non usati, del remix di Heroes di Aphex Twin, di Life on Mars, We Are The Dead, Sweet Thing e After All dello stesso Bowie, di Floating Music di Stomu Yamashta]

9.30pm Costruisco una sezione alla fine della mia cover che finisce in It’s No Game: “Silhouettes and shadows watch the revolution…” Abbandono l'idea.

[...]

11.00pm Inizio il video, avviando iMovie. Usando KeepVid, scarico l'home movie di Roddy McDowall che mostra il makeup artist Don Cash che lo trasfroma, nel 1968, nel personaggio Cornelius di Planet of the Apes.

11.15pm Edito il film di Cornelius per adattarlo alla cover di Bowie. [...]

11.30pm Carico la mia cover di Bowie su YouTube e la linko dagli account di Facebook, Tumblr e Twitter. [..]
""
(Traduzioni, pessime, mie e non autorizzate. Stanno qua solo per invogliarvi a leggere gli articoli originali!)

31 dicembre 2012

Falco!!!

Ora vi racconto una storia, una storia molto semplice, alquanto banale e praticamente priva di una trama vera e propria.

Il protagonista è un ragazzino di 13 anni, l'anno è il 1985. Il ragazzino, che ovviamente sono io, è timido, curioso e ha qualche problema sul versante socializzazione. La sua visione del mondo ancora è molto libresca e ben poco reale, ma vuole a tutti i costi integrarsi con quei compagni così strani, tutti molto più adulti di lui, o almeno così gli paiono, e dunque quasi irraggiungibili nei loro discorsi misteriosi da cui lui resta inevitabilmente escluso.

Soprattutto però quel ragazzino timido è attratto dalla musica. La musica pop, si intende, perchè è quella la scoperta appena fatta. Prima c'è stata giusto un po' di musica classica, ma in casa non ci sono dischi, se non una vecchia raccolta di canzoni napoletane, un album di canti natalizi e, per motivi che a lui sfuggono, un solo disco di un solo cantante: Innamorarsi alla mia età di Julio Iglesias.

Alla radio però c'è un altro mondo. È il 1985, e non devo spiegarvi niente: c'è una tale esplosione di grandissimi inni pop che il nostro giovanotto problematico potrebbe esplodere di acne, se ne soffrisse. Mi pare di ricordare non ne soffrisse particolarmente, ma per prima cosa decide di comprare un disco di Madonna: Like A Virgin, un titolo ed una copertina che lui allora quasi non capisce, ma il turbamento è assicurato, anzi maggiore, e pure migliore, ammantato com'è di mistero e senso di profanazione di tabù nemmeno immaginati.

Il secondo album a 33 giri sarà Falco 3. Ma, in mezzo, una pletora di 45 giri che non si riesce neppure ad elencarli tutti: Eurythmics, Simple Minds, Ultravox, Duran Duran, e anche tanta robaccia che oggi quasi nemmeno più ce la ricordiamo, cose come Dan Harrow e Samantha Fox. I gusti ancora si devono formare, certi distinguo verranno dopo: è l'epoca della fascinazione, ogni cosa passi per radio sembra importante, i pochi spiccioli messi da parte vengono conteggiati fino a quando si raggiungono le 3000 lire necessarie, e via ad accaparrarsi la canzone mancante.

È anche l'inizio della fine: 27, quasi 28 anni dopo, ancora accumulo dischi. Ma questa è un'altra storia.

Quello che accade ad un certo punto in questa storia è che nel tredicenne, sempre più febbricitante per l'influenza da pop, si affaccia una curiosità: cosa sono quei dischi grandi come un 33 giri ma che si suonano a 45 giri? Sa che si chiamano "remix", ma il concetto gli è poco chiaro. Un compagno di classe, a sua volta poco informato ma abituato a millantare conoscenze che non ha, gli svela che sono elaborazioni elettroniche, lavori di sintesi, che i migliori li fa una certa casa discografica (?), e insomma lo lascia con le idee ancora meno chiare.

Il nostro allora decide di comprare, per forse 7000 lire di allora, quello che porta il tirolo di una canzone che lo fa letteralmente impazzire: Rock Me Amadeus, una hit di Falco dal gusto molto kitsch ma dai suoni potenti, impreziosita dalla voce caratteristica del cantante austriaco che lo colpisce particolarmente.

Il remix si rivela una bomba: la Salieri Version di Rock Me Amadeus, pur raccogliendo il peggio del peggio della cultura della remiscelazione anni '80 (ma anche qualche invenzione genialoide), sarà la porta per un mondo magico in cui la musica si offrirà non solo come materia fissata, come merce da subire, ma si disvelerà anche nella propria natura versatile, porgendo quella malleabilità che era prima insospettata e che da quel momento strizzerà l'occhio al protagonista (che ancora oggi spippola manopole, ahimè).

Quella particolare versione esisteva solo nel vinile del 1985, venduto negli anni '90. Mai ristampata in CD, appare oggi in questa raccolta di materiale di Falco nella serie So80s. Non ho resistito, e nonostante la natura ovviamente un po' dubbia dell'operazione, ho preso il doppio album.

Potevo restare senza Salieri Version? E già che ci siamo, senza il Metternich Arrival Mix di Vienna Calling o senza il Rough Mix di It´s All Over Now, Baby Blu? Certo, ho portato a casa anche tanta robaccia, ma il salto nel passato è stato impagabile.

Dopo quel remix, come già detto, presi il 33 giri di Falco, e poi qualcuno mi regalò Welcome To The Pleasure Dome dei Frankie Goes To Hollywood, che già apriva nuove strade, ma qualcosa iniziò a precipitare con l'acquisto di The Head On The Door dei Cure.

Beh, adesso vado a girare il ragù, pare sia l'ultimo dell'anno, ci vediamo nel prossimo.

CD1 - Der Kommissar (Extended Version) / That Scene (Ganz Wien) / Maschine brennt (Specially Remixed 12" Version) / Auf der Flucht (Specially Remixed 12" Version) / unge Roemer (Extended Version) / Rock Me Amadeus (Salieri Version) / Vienna Calling (The Metternich Arrival Mix) / Jeanny (Extended Version) / Coming Home (Jeanny Part 2, Ein Jahr danach) (Extended Version) / The Sound Of Musik (Extended Rock 'N Soul Version) / Emotional (Extended Version)
CD2 - Body Next To Body (Dance Mix) with Brigitte Nielsen / Wiener Blut (12" Remix) / Satellite To Satellite (Extended Remix Version) / Helden von heute (Extended Version) / Kann es Liebe sein? (Single Edit) with Désirée Nosbusch / Urban Tropical (Extended Version) / Männer des Westens – Any Kind Of Land (Extended Version) / It´s All Over Now, Baby Blue (Rough Mix) / Ganz Wien (Instrumental Single Version) / Junge Roemer (Dub Version) / Vienna Calling (The "Vienna Girls" Sax Mix Max) / The Sound Of Musik (Instru-Mental Version) / Emotional (Her Side Of The Story)


PS: dopo una carriera altalenante, ed una vita non priva di episodi complicati, Falco morì nel 1998, a poco meno di 41 anni, per un incidente stradale.

24 dicembre 2012

Buon Natale con Rowland & Lydia

Il Natale è notoriamente una merda, e nulla può redimerlo. L'unico Natale buono è un Natale morto, come l'unico matrimonio buono è quello in cui vengono offerti agli ospiti confetti di piombo.

Ok, diciamolo per chiarezza, "shotgun wedding" non fa riferimento, come si potrebbe pensare in un sussulto d'ignoranza, ad un matrimonio condito da una sparatoria, ma al classico "matrimonio forzato", quello dovuto per capirci ad una gravidanza non prevista e per la quale i parenti chiedono una "riparazione". Ma insomma, sempre di violenza di tratta, lo sposo rischia la pelle se non adempie, e quindi il concetto ben si accosta a 'sto maledetto 24 Dicembre che è una frzatura annuale a cui tocca sottoporsi in ogni caso.

Perchè sperpero retorica dozzinale per introdurre questo post? Perchè il disco in questione, Shotgun Wedding appunto, mancava all'appello della discografia ufficiale da anni e anni; era diventato insomma uno di quegli oggetti mitologici di cui si inizia anche a mettere in dubbio l'esistenza. Collaborazione tra Lydia Lunch e Rowland S. Howard, prodotto da Foetus nel 1991, l'album trasuda lacrime, droga, perdizione e disperazione come solo questo simpatico terzetto poteva riuscire a fare.

Non sapevo che fosse stato finalmente ristampato fino a quando non l'ho scovato casualmente nel pomeriggio pre-natalizio di oggi. L'edizione è impreziosita dall'aggiunta del singolo Some Velvet Morning e di una manciata di brani dal vivo. Quale migliore regalo poteva capitarmi? Certo, me lo sono pagato da solo, ma non stiamo troppo a sottilizzare, di questi tempi tutto fa brodo. Ora per favore non fate troppo casino che apparecchio la tavola, mi preparo una mono porzione di tortelli in brodo, mi riempio un bicchiere e mi sparo il CD a palla. Buon 'stocazzo anche a voi.

8 gennaio 2012

E i negozi di dischi chiudono

Sarà anche un po' colpa della crisi generale, ma la tendenza del settore è chiara ed ha origini diverse, che risalgono alla diffusione della musica in rete a partire dalla fine del secolo scorso. La vendita dei dischi è in contrazione ormai da anni, e tra gli effetti diretti c'è che il numero di negozi che chiudono aumenta ogni giorno.

A prescindere dall'analisi della questione (che potrebbe coinvolgere riflessioni sull'inarrestabilità degli effetti delle tecnologie, sulle tendenze suicide di un'industria vanamente protezionista, sui comportamenti irrazionali di un pubblico che pur di risparmiare dalle proprie tasche, accetta il rischio di uccidere l'oggetto stesso del proprio fanatismo), vorrei parlare qui del momento di tristezza che è connaturato alla sparizione di luoghi di aggregazione come erano e ancora sono i negozi di dischi.

L'occasione mi viene - purtroppo - dalla chiusura di uno dei miei punti di riferimento a Milano: il negozio Markuee sul naviglio pavese. nonostante l'attività fosse basata principalmente sull'ordine di dischi tramite il sito web, il negozio è stato fino alla fine di dicembre 2011 il luogo preferenziale per il ritiro del materiale arrivato, e uno storico luogo di incontro da parte degli appassionati di musica che arrivavano da Milano ma anche da tutta la Lombardia (non era raro imbattersi in personaggi giunti dalla provincia o da fuori provincia per il "ritiro" periodico e per una scorsa agli scaffali).

Ora il negozio, strozzato dalle spese e dalle scarse vendite, chiude e lascia il posto alla sola vendita online, seguendo la sorte che era già toccata da tempo al secondo punto vendita a Pavia. Resta la possibilità di acquistare online e di avvantaggiarsi di prezzi spesso concorrenziali (ooops, mi è scappato lo spottino, ma se cercate nel sito soprattutto cose un po' "difficili" vedrete che non mento), ma finisce il rapporto con il gestore del negozio e con gli altri clienti. Soprattutto svanisce quella passeggiata rituale che riempiva spesso - nel mio caso - i pomeriggi del sabato.

Ok, adesso: non amo le nostalgie in generale, spesso si tratta solo di incapacità di accogliere il nuovo. Ma qui il fatto è che per gli appassionati di musica Milano sta diventando un deserto. Parlando di musica live, hanno chiuso via via il Musicdrome, lo storico Rainbow (mutato in condominio), il parimenti storico Rolling Stone (idem). Altri locali hanno fatto la stessa fine oppure sono stati mutati in disco-pub, insomma hanno perso la loro vocazione alla musica live. Il risultato è che la concentrazione dei locali dedicati alla musica klive si sposta sempre più in periferia: chi volesse andare a godersi un po' di musica dal vivo con i mezzi pubblici o con qualche colpo di pedali dovrà rassegnarsi a lasciar perdere.

Ma piano piano anche i grandi concerti stanno lasciando la città, che tra limiti di volume a San Siro e zero appoggio alle realtà medio-piccole, sta cedendo al Veneto la palma di regione preferita nel Nord Italia per l'organizzazione di molti eventi. L'organizzazione di macchinate è ormai necessaria per andarsi a vedere i grandi nomi.

Dei negozi di dischi ho già detto: escluse le grandi catene come FNAC, Mondadori e via dicendo, a resistere aperti a Milano restano ormai in pochi: Buscemi, Dischi Volanti, il Discomane, Mariposa, Psycho, Metropolis, SoundCave... e forse un altro paio, con i quali mi scuso per la mancata citazione. Insomma, a prescindere dal destino dell'industria discografica: dove ce ne andremo a condividere emozioni, passioni, fissazioni, idiosincrasie varie? Dobbiamo rassegnarci a far tutto davanti ad un monitor? Spero proprio di no, ma nel dirlo mi sento farmi irrimediabilmente vecchio e fuori moda.

1 novembre 2011

U2: la crisi e la peppa

Per l'immancabile edizione del ventennale, della quale tutti noi sentivamo l'insopportabile mancanza (?), gli U2 hanno pensato bene di dare in pasto ai propri fan ben 6 versioni di Achtung Baby, il loro album del 1991, controverso a suo tempo per le scelte stilistiche, ma non per questo di minor successo rispetto alle precedenti uscite della band.

Potrete dunque scegliere la banale versione Digital (solo download, beati voi se vi soddisfa), l'immancabile Vinyl Box, la normalissima Standard (per capirci, solo il CD, e scommetto che sarà arduo scovare le differenze con l'originale), e poi via con le versioni d'eccellenza: Deluxe, Super Deluxe e, udite udite, Uber Deluxe. Quest'ultima contiene 6 CD, 4 DVD, 2 LP e 5 vinili 7 pollici (potete ammirarne la magnifica opulenza qui di fianco).

Quanto costa questo prodigio? Non ve lo dico per pudore: cliccate qui e lo scoprirete da soli. Ora, non mi piacciono i moralismi e penso che se qualcuno ha proprio voglia di spendere quella cifra per cotanta paccottiglia, ne è liberissimo. Sono il primo che sperpera denaro per i dischi e non posso scagliare alcuna pietra addosso a chicchessia. Però un sonoro e poco reverente "e la peppa!" me lo consentirete, soprattutto di questi tempi.

Coda acidognola: ho pensato molto nei giorni scorsi a quanto si possa stare rivoltando nella tomba Kurt Cobain per le varie edizioni del ventennale di Nevermind. Ma ve lo vedete voi, da vivo, a supportare l'edizione in 4CD+DVD o in quadruplo vinile? A Bono, evidentemente, la cosa non deve fare alcun effetto.

12 settembre 2011

Suck The Arctic Monkey And See

Che peccato, questo disco. Non me l'aspettavo. Eppure non stavano andando male, gli Arctic Monkeys. Fino al terzo disco li ho seguiti con interesse.

Avevano incasellato un paio di dischi di rock leggero, che si poteva magari anche tacciare di essere un po' commercialotto, ma molto energico, piacevole e dal grosso potenziale radiofonico (per inciso, il primo disco aveva battuto il precedente record di vendite di un disco d'ersordio, detenuto fino ad allora dagli Oasis). Poi un bel terzo album li aveva consacrati come band ormai matura e capace anche di prove meno adolescenziali, ben strutturate e rifinite. E cosa ti combinano? Arriva questo quarto dischetto fiacco e fuori fuoco, sin dalla copertina che non poteva essere più scialba di così.

Il lavoro è minato soprattutto da una pesante incoerenza interna, oltre che da una qualità di scrittura che in alcuni punti non conferma gli standard della band.

Niente di atroce, sia chiaro: l'album scorre via senza grossa infamia - e dopo qualche ascolto vi piazza anche in testa tre o quattro tormentoni, vedi per esempio Brick by Brick o Reckless Serenade - ma si avverte una artificiosa alternanza tra brani più poppy - come l'opener She's Thunderstorms - che ricordano i primi due album, e canzoni con arrangiamenti più psichedelici, nella scia dell'album precedente. È proprio lo stile del cantato a mutare brano per brano, con un "effetto compilation" che sgrana l'album e ne fa un'esperienza meno godibile di quanto sarebbe stato possibile.

Detto questo, l'altro problema è che ci sono troppe canzoncine vacue nel disco, che non hanno ne' il pregio di restare in testa ne' una qualsivoglia velleità di tipo artistica: stanno lì come puro riempitivo, e questo è un peccato mortale per una band che vuole aspirare a qualcosa in più che piazzare un paio di buoni singoli in classifica.

Chiuderei qui il discorso, ma mi scappa una coda analitico-polemica in tema di critica e definizioni, che chiunque non segua le mie solite farneticazioni può tranquillamente saltare.

Chi mi legge (il mio gatto e la mia ex bassista) me lo ha già visto scrivere: "Indie rock", "Alternative rock", "Brit rock"... queste etichette non sanno di nulla e non definiscono nulla, e per giunta non rendono un grande favore a band come gli Arctic Monkeys. Eppure la stampa (sia quella cartacea che il frammentatissimo universo della rete) ha fatto a gara ad inventarsi definizioni tra le più disparate e prive di senso.

Il fenomeno è diffuso e a volte ha impatti nefasti. È anche il segno di un'epoca, in cui le "rece" (parola abominevole che indica, appunto, una recensione monca) si fanno scopiazzando le pagine di Wikipedia, che sono a loro volta scopiazzate da vecchie rece.

Negli anni '00 ne ho viste tante di formazioni che sono esplose al primo album, hanno avuto cori di hosanna sperticati al secondo, e poi sono finite in una sorta di limbo, per diversi motivi ma a volte anche per l'incapacità della critica di ficcarle da qualche parte e quindi di presentarle per quello che erano: pop rock. Queste due parole messe assieme fanno orrore a tutti, ma il concetto è chiaro: "rock da classifica", roba su cui forse non bisogna nemmeno ragionare troppo, ma della quale un giornalista onesto potrebbe almeno far capire se si tratta di musica abbastanza figa, o non abbastanza, da meritare un ascolto da parte del pubblico adolescente.

Spesso queste band iniziavano con un pop-rock, appunto, chiassoso e scanzonato, con influenze brit anni '60 e molto radiofoniche, per un pubblico molto giovane. Poi molte sono cresciute e hanno cercano una propria maturazione stilistica. Al secondo o terzo album hanno iniziato a pescare consensi anche tra un pubblico più adulto, come è naturale.

Ma qui si è incasinato tutto: il blogger sedicenne si domanda "cosa fanno questi qua"? Che suono hanno? Sono cambiati? Si, un po'. Sorge spontanea la domanda successiva: chi ha prodotto l'album? Ha, il tale? Allora il genere è questo, ma con un po' di quello. La gente legge le recensioni, non ci capisce nulla e perde interesse. Come dite? Che le recensioni non le legge più nessuno? Mmmh, secondo me negli ultimi tempi invece sono ancora più importanti di una volta, soprattutto se parliamo di quelle in rete. Gli album nascono in rete, vengono downloadati, il pubblico legge i commenti su facebook...

Gli Arctic Monkeys sono un esempio tipio: iniziano la loro carriera nel 2006 con un album dal titolo chilometrico (Whatever People Say I Am, That's What I'm Not) e dal sound frenetico. Energia a mille, notti in bianco, follie adolescenziali, urgenza di esprimere qualcosa purché ci si esprima. Antagonismo a tutto e a niente, ribellione di maniera. Tutte cose già sentite, ovvio, ma dette molto bene, con coerenza ed efficacia. L'album attira attenzioni e pone la band nello status di "quelle da tenere d'occhio". Nel 2007 segue Favourite Worst Nightmare, di nuovo un bel disco, meno frenetico ma ugualmente energico, orecchiabile, suonato con vigore e un po' più smaliziato. Sempre nulla di incredibile, ma si va nella direzione giusta. La band resta sotto i riflettori ma ancora nessuno sa cosa faccia di preciso. Molti evocano a vanvera "i nuovi Oasis" (non si capisce sulla base di cosa). Il gruppo punta molto sui testi, intelligenti e vagamente inquietanti, proprio il contrario della band dei fratelli Gallagher. Passa un po', e la band chiama Josh Homme (Kyuss, Queens of the Stone Age) a produrre il terzo album. È fatta, si dicono i critici: ora possiamo parlare di "stoner rock". Peccato che Humbug non sia un disco stoner. È però molto diverso dai precedenti, anche perchè registrato negli States e, appunto, prodotto da Homme, la cui influenza bene o male si sente. Incidentalmente, è un bell'album, e potrebbe indicare la strada giusta. È il 2009 e si resta in attesa di vedere cosa succederà.

Ed eccoci qua, calendario aggiornato al 2011. Esce Suck It And See. Ohibò, difficoltà, stavolta è difficile usare la parola "brit", perchè l'album sa ancora molto di America. Ma non è stoner, no, certamente, anzi molti lo stoner lo nominano ancora ma parlano anche di psichedelia, leggo di influenze dei Queens of the Stone Age ma anche dei Beach Boys. Ma l'album è ancora più lontano del precedente da qualcosa che somigli ai Queens, anche perchè Homme non produce più. E cosa c'entrano i Beach Boys? Non si capisce. Un gran casino, insomma. La cosa peggiore è che, davvero, il disco non è un granchè, e non solo perchè lo penso io, ma per i motivi che dicevo più su. Ma molti ci girano attorno, non sanno come valutarlo. È evidente che tra chi ne scrive, la musica, ormai, la ascoltano proprio in pochi. E quelli che la ascoltano chissà cosa ci sentono.

23 ottobre 2010

Uova Fatali

Due parole su questo blog.

Non c'è bisogno che vi spieghi di cosa tratta: musica, musica, musica. In grande preponderanza, sebbene la parola non mi piaccia molto, recensioni. Di dischi, a volte di libri o video, sempre più raramente di concerti (non perchè non ci vada ma perchè non ho tanta voglia di parlarne). Mi piacerebbe argomentare più spesso di copyright, mercato, e così via, ma l'argomento è complesso e richiede tempi di approfondimento non sempre concessi a chi ha anche un lavoro e altri progetti da portare avanti.

Scrivo queste due righe per chiarire un aspetto relativo alle date di pubblicazione dei post. Non considero questo blog un lavoro ne' una vetrina. Lo tratto come se fosse un diario delle mie cogitazioni sulla musica che ascolto. A causa di questa impostazione, non do molta importanza all'ordine di pubblicazione. Spesso inizio a scrivere di qualcosa in una certa data, poi interrompo la stesura, dimentico il post, giorni dopo lo ritrovo nella lista, butto giù altre due righe, lo abbandono ancora. Magari un mese dopo correggo due virgole, aggiungo una chiusura e lo pubblico. In genere, nel farlo lascio al post la data di quando ho iniziato la stesura. Qualcuno mi ha detto che è strano, addirittura che potrebbe non sembrare onesto.

Beh, posso anche capire, ma io non ci avevo mai pensato. E poi mi sa che - a causa di fenomeni nei quali non mi vorrei addentrare - ad alcuni inizi a sfuggire cosa sia un blog. Se io ho scritto una recensione sul disco degli Underworld il 28 di settembre, ma poi l'ho pubblicata oggi, qual'è la data interessante da un punto di vista del mio diario? A me sembra che sia quella in cui ho avuto voglia di parlare degli Underworld. Che a voi che la leggete sia stato infilato solo oggi il foglio sotto la porta della cameretta, a me pare ininfluente. Quelli sono pensieri del 28 settembre, più o meno.

In questi giorni sto riversando nel blog una ventina di articoli lasciati in sospeso. Li scrivevo ma non avevo voglia di metterli sotto la luce del web. Ora verranno fuori ognuno con la propria data, un po' alla volta. Buona lettura, se vi va.

15 agosto 2009

Colonna sonora per un ferragosto di città

Mi sveglio presto, fa già molto caldo, ho mal di testa. Le giornata inizia ma non vuole iniziare, l'aria viscosa mi manipola in modo molesto, muovermi mi causa fastidio. E' necessario qualcosa di lieve, che non cerchi di darmi una spinta che non tollererei, ma che mi coccoli un po', mi faccia sentire a casa. From the Heart degli Shadow Project mi sembra la scelta migliore. Le voci decadenti di Rozz Williams ed Eva O, che spiccano sugli arrangiamenti delicati di quest'album, mi tengono in piedi mentre preparo i primi due caffè della giornata.

Dopo questo inizio, è difficile proseguire senza scossoni. Scelgo Cold dei Lycia, un album che dovrebbe far pensare alle distese siberiane ma che a mio modo di sentire si adatta perfettamente anche ad un Sahara desolato e cementificato come la Milano del 15 di agosto.
Quest'album è un plagio raffinatissimo di tutto il repertorio 4AD degli anni '80, rimescolato con una sensibilità tipicamente americana. Monotono, ripetitivo, quasi interminabile: i suoi pregi che sono, volendo, anche i suoi difetti (due categorie che spesso coincidono).

Prima di mezzogiorno decido di uscire a fare un giro in bicicletta. Se devo morire per la temperatura e l'afa, voglio che accada in modo eroico, mentre pedalo stoicamente nell'ora più calda dell'anno. Mi accompagna Ballate per Piccole Iene. Per diversi motivi. Perchè gli Afterhours sono la mia colonna sonora di questo agosto. Perchè glielo devo, perchè anni fa li ho snobbati, e perchè loro lo devono a me, per la tristezza che mi infondono. Per quella piccola iena che uccide ma non vuol morire. Per il suono sincero di quest'album maturo che suona come un'opera prima. Perchè l'amore è una malattia dalla quale non si sa guarire.

Sulla strada del ritorno cambio tutto. E' necessario che nel lettore scivoli qualcosa come Infini dei Voivod perchè io abbia la forza di tornare indietro, di non svenire per strada, di non lasciar andare la ruota anteriore della bicicletta nei binari del tram, così da rompermi la testa sul pavè.
Che grande album, quest'ultimo dei canadesi.
La cosa che amo di più dei dischi dei Voivod è che ogni volta che li ascolto li trovo un po' più belli, un po' più incredibili, un po' più imprenscindibili.
E, ora e sempre, onore a Piggy, eroe immortale nel paradiso del metal.

Pomeriggio a casa. Gli occhi incollati allo schermo del PC, le dita lente sulla tastiera, mentre dalle casse dello stereo si spandono con cupa indolenza le note di Blues For The Red Sun dei Kyuss.
Un disco nato dal deserto, che non si può non ripescare il 15 di agosto.
Cupo, sudato, pesante, ipnotico, lento, distorto, psichedelico, valvolare, tellurico, rovente, brutale, acido, corposo, pulsante, un lungo inno lisergico che macina tutto l'hard rock dei settanta e lo filtra in un amplificatore per basso.

Nel tardo pomeriggio mi trascino sul lenzuolo, trasformandolo subito in sindone. Eleggo Second Edition dei PIL a traghettatore nel mondo dei sogni confusi che seguiranno. Un disco che rappresenta i miei sedici anni, ed è soprattutto per questo che prediligo l'edizione "normale", quella senza il famoso "metal box": per la copertina che ho amato negli anni '80. Dire di quest'album qualcosa che non sia stata già detta, e molto meglio, mi risulta impossibile. Lascio allora che il basso di Jah Wobble e la voce stidula di John Lydon si scolpiscano fluttuando nella stanza, mentre vi si sovrappongono immagini oniriche della mia camera di adolescente.

15 ottobre 2008

Edizioni "speciali"... ma per chi?

Aumenta, da qualche anno a questa parte, il numero degli album che vengono pubblicati anche in versione "special edition". Ma quante volte queste edizioni sono davvero "special"?

Me lo domando spesso, e in genere mi rispondo che spendere di più - anche 10 euro in più - per avere qualche bonus risicata è un bel modo di farsi prendere per il sedere, e di conseguenza porto alla cassa la versione normale.

A volte però si verifica un fenomeno che definire orrendo è poco: l'edizione normale sparisce dagli scaffali (magari va "out of print" e scivola nel limbo) mentre si trova ovunque la sola versione "special". La quale costa magari una cifra assurda, bloccando ogni fremito di concupiscenza nei confronti dell'agognato titolo.

Faccio un esempio. Sto cercando di completare, con molta circospezione (leggi: cercando di non spendere un capitale) la discografia degli Opeth.
In questo senso, è stata benvenuta l'edizione giapponese in mini-cofanetto che ha raggruppato i primi tre album. Scovata in giro a meno di 30 euro: un affare.
Anche per i successivi Blackwater Park, Deliverance e Damnation ho avuto una certa fortuna: si trovano in giro a prezzo speciale da qualche tempo, e cercando con un minimo di pazienza li ho portati via a 6.90 ciascuno.

Il discorso si è complicato con Still Life. Pubblicato prima come disco singolo, e poi in edizione doppia, è ormai praticamente introvabile nella prima versione. Pare si riesca solo ad ordinarlo; proverò.
Il problema dell'edizione "speciale" è che non offre praticamente nulla per un prezzo più che doppio: contiene una inutile (almeno a mio modo di vedere) versione in audio 5.1 dell'intero album, più un brano dal vivo. Un po' poco per giusticare la differenza di prezzo, non credete?
Analogo discorso per il ben più recente Ghost Reveries: sparito il CD regolare, mentre ho difficoltosamente rintracciato un negozio che ha in scaffale la versione doppia, con DVD 5.1. Naturalmente resterà dov'è. Anche perchè avere una edizione cartonata larga due centimetri, cje ti prende via spazio inutilemente, mi dà anche un po' di fastidio. E poi un disco con un aspetto speciale deve anche esserlo. E' una questione etica, mi viene da dire.
Ma il bello è che sta seguendo la stessa sorte addirittura il recentissimo Watershed (2007), del quale ormai si trova solo la versione doppia. Fortuna che l'ho arraffato nel breve periodo in cui è stato disponibile in special price a 9.90, prima di dileguarsi.

Sembra strano che in un periodo in cui le vendite di dischi crollano vertiginosamente, il mercato risponda con una politica che, in sostanza, alza i prezzi anche sui titoli usciti da qualche anno. Evidentemente in qualche super ufficio ai piani alti di qualche mega grattacielo, qualche super manager pensa di poter salvare la baracca (e la preziosa sedia in pelle umana sulla quale tiene posato il prezioso deretano), continuando a spremere quei pochi appassionati che ancora spendono parte del proprio introito (parte sempre più esigua, ahimè) per qualche CD.
Mi sa che hanno sbagliato i calcoli.

10 luglio 2008

In Heaven (Everything Is Fine)



E' molto difficile che un musicista non coltivi collateralmente una passione per il cinema. O almeno per alcuni film in particolare. E David Lynch è sicuramente uno dei registi più amati dai musicisti, e in maggior numero da quelli che hanno un interesse per la sperimentazione.

A riprova di ciò si può osservare l'enorme numero di cover esistenti di una canzone contenuta in Eraserhead, il primo lungometraggio del regista statunitense.
La cosa è ancora più notevole se si osserva che In Heaven (The Lady in the Radiator Song) è una canzone decisamente anomala, molto breve, composta da Lynch assieme a Peter Ivers. È inserita in una scena decisamente surreale e piuttosto inquietante, nella quale la "ragazza nel radiatore", osservata dal protagonista, all'improvviso intona questo piccolo gioiello dal testo solo apparentemente consolatorio ("in cielo / è tutto a posto").

Dalla sua uscita il film deve aver turbato le notti di molti, entrando definitivamente nell'immaginario collettivo degli artisti, al punto che i gruppi che hanno utilizzato la canzone in un loro disco di studio o durante le performance live sono in numero imprecisabile.

Di seguito riporto la lista delle versioni a me note:

- Annie Christian (nell'album Twilight, con il nome Hicks (1961 - 1994), 1999)
- Bang Gang (nell'album You, 1998)
- Bauhaus (nel live Rest In Peace, The Last Concert, registrato nel 1983, e pubblicato nel 1992)
- Haus Arafna (nell'album Children Of God, 1998)
- Danse Society (nel mini album Seduction, 1982)
- Devo (eseguita dal vivo, mai incisa ufficialmente)
- Faith No More (eseguita dal vivo, mai incisa ufficialmente)
- Miranda Sex Garden (nell'album Suspiria, 1993)
- Norma Loy (nell'album Rewind, 1986)
- Pankow (nell'album Freiheit Für Die Sklaven, 1987)
- Pixies (nell'album Pixies, registrato nel 1987 ma pubblicato nel 2002, e in Pixies at the BBC, 1998)
- Tuxedomoon (nell'album Pinheads On The Move, 1982, e nel live Ten Years In One Night, 1988)

- WC3 (à trois dans les WC) (nell'album La Machine Infernale, 1984)

Da segnalare anche che Modest Mouse ha utilizzato alcuni versi da "In Heaven" per la traccia "Workin' on Leavin' the Livin'"; che i Sex Gang Children citano "the lady in the radiator" nella canzone "Dying Fall"; che il brano "Too Drunk to Fuck" dei Dead Kennedys contiene il verso "you bawl like the baby in Eraserhead"; che i Pantera utilizzarono per diverso tempo come video introduttivo dei loro concerti il frammento del film in cui viene cantata la canzone.
"In Heaven" inoltre è stata una importante influenza per la composizione di altre canzoni, come ammesso ad esempio da Mars Volta, Melvins e Morning Runner. Il brano "Reptile" dei Nine Inch Nails è ispirato a Eraserhead. Il brano Heaven dei Virgin Prunes (nell'album The Moon Looked Down And Laughed, 1986) pare ispirato a quello del film pur non essendone una cover. Ulteriori riferimenti al film nella musica sono reperibili nella voce inglese di Wikipedia per Eraserhead.

Se conoscete altre versioni o altri aneddoti sul brano, i commenti sono qui apposta.

"You've got your good things, and I've got mine".

13 maggio 2008

Amori miei

Ci sono serate nelle quali non si ha alcuna voglia di pensare al presente. Il televisore resta spento, il libro sul comodino viene aperto per essere subito richiuso, il telefono viene lasciato a riposo. Lavoro, faccende, interessi, tutto appare inadeguato ad uno stato d'animo che cerca solo quiete. In serate come queste sembra impossibile dedicarsi all'ascolto di un disco nuovo, che richiede attenzione e capacità di giudizio all'erta. Ecco allora che lo sguardo scorre al setaccio i titoli, alla ricerca di dischi noti e arcinoti, il cui ascolto non possa che rilassare la mente e appagare l'animo. Sono i dischi amici, quelli che per un motivo o per l'altro hanno travalicato la propria essenza di oggetti musicali e sono giunti a rappresentare una parte di noi. In genere sono associati ad un periodo della vita, o ad una versione di se'. A volte ricordano specifici episodi, a volte hanno vissuto con noi talmente a lungo che non ci sembrano ne' vecchi ne' nuovi. Spesso sono reperti archeologici, tracce delle stratificazioni dei sedimenti umani dell'individuo che li ha accumulati.

Non sono così tanti, questi dischi, e non sempre coincidono con quelli che si ritengono più validi, più importanti, più universali, più rappresentativi artisticamente o storicamente. Non necessariamente li si considera belli, o più belli di altri.
Li si ama.

Stasera è una di quelle sere, e avevo bisogno di uno di quei dischi. Il dito si è posato su Seventeen Seconds dei Cure. Mi sono domandato quali fossero gli altri dischi che potessero stargli a fianco.
Dopo un po' di riflessione (che è stata utile a dimenticare altre faccende), sono arrivato a qualche conclusione, e ve ne rendo conto qui di seguito, con qualche veloce annotazione.
Ho scelto l'ordine alfabetico per pura comodità.

In genere non sollecito i commenti, ma in questo caso mi farebbe piacere se voleste lasciare qualche titolo di vostri dischi "amici".

* Alice In Chains Dirt (1992)

Layne Staley è la figura più tragica del grunge. Morto solo e dimenticato per gli effetti della propria dipendenza, non è assurto alla gloria di Kurt Cobain ne' allo status di figura di culto. E' un'ingiustizia assoluta, perchè Dirt è l'album più imitato degli anni '90 (merito però soprattutto della chitarra di Jerry Cantrell). Ascoltate i Black Label Society, e ditemi se non è vero. Me lo prestò un amico e fu folgorazione istantanea.

* And Also The Trees The Evening Of The 24th (1986)

Un live che testimonia il tour di Virus Meadow (secondo album della band dei fratelli Jones). Un disco intenso e vibrante, con capolavori come Slow Pulse Boy, Shantell, Gone... Like The Swallow. Ascoltato mille e mille volte, mi ricorda in particolare una serie di notti in sacco a pelo.

* Bauhaus Burning From The Inside (1983)

Del gruppo di Peter Murphy, fondamentale per la mia formazione, avrei potuto scegliere In The Flat Field o The Sky's Gone Out, ma qui ci sono brani a cui sono legato in modo più profondo (She's In Parties, King Volcano, Slice Of Life...). Un disco che ascolto sempre con piacere intenso e che mi sorprende ancora per la direzione imprevedibile che la band glam - goth - punk - wave (etc?) stava prendendo. Peccato non ci sia stato un seguito.

* Biosphere Patashnik (1994)

Un'immersione negli spazi più profondi, esterni ma soprattutto interni. Suoni glaciali, ritmi jungle sottilissimi e voci tratte da film di fantascienza (epocale il primo brano affidato alle due raggelanti gemelle che recitano "I had a dream last night / We had the same dream"). Un album che ascolterei all'infinito e che mi ricorda un'estate lontanissima.

* Black Sabbath Black Sabbath (1970)

Un disco che non bisogna spiegare. La voce di Ozzy e la chitarra di Tony Iommi definiscono coordinate che resteranno scolpite nella storia della musica. Un album plumbeo, brumoso, pesante e che si stratifica nelle zone più oscure dell'anima. Inevitabile come la notte dopo l'imbrunire.

* David Bowie 1.Outside (1995)

Il grandissimo ritorno del Duca Bianco all'arte dopo quasi tre lustri di sbandamento.
Il disco trae la propria materia dai peggiori incubi della società occidentale di fine millennio, sporcando di sangue le pareti delle stanze in cui viene riprodotto. All'epoca dell'uscita ne fui talmente affascinato da ascoltarlo ripetutamente per mesi. Nonostante l'evidente uso di trucchetti e manierismi di ogni genere, Bowie riproduce un'atmosfera che ognuno di noi ha dentro e che non si può fare a meno di riconoscere.

* Cabaret Voltaire Methodology '74/'78. Attic Tapes (2002)

Di tutti i dischi del gruppo di Sheffield, che costituiscono, almeno fino alle uscite dei primi anni '80, un unico mantra ininterrotto, preferisco questa raccolta di nastri del primo periodo, quando il loro sperimentalismo assoluto produceva materiale ipnotico e densissimo, grazie ad un cut-up forsennato e privo di alcuna sovrastruttura tecnica o culturale. Minuto dopo minuto si svolge un'apocalisse tecnologica che spiega la crisi della società occidentale, senza pronunciare una sola parola.

* Christian Death Only Theatre Of Pain (1982)

Un gruppo inglese, che si sarebbe preoccupato dal senso del ridicolo, non sarebbe mai riuscito a creare questo incredibile capolavoro, come invece riuscì alla band statunitense formatasi attorno al carismatico e tormentato Rozz Williams. Basterebbe Romeo's Distress a rendere questo disco uno dei miei ascolti preferiti di sempre. Non so esattamente perchè, ma mi ricorda la prima volta che mi chiusi in bagno per tagliarmi i capelli di nascosto, un evento fondamentale della mia primissima adolescenza.

* Cocteau Twins Garlands (1982)

A riascoltarlo oggi non mi spiego come si potesse dire che imitassero Siouxsie. La voce di Liz Fraser è purezza assoluta, brinata dalla batteria elettronica gelida e cullata dai giri di basso lineari ma estremamente profondi. La chitarra aggiunge un elemento d'ansia che dona al mosaico le necessarie incrinature. Bellissimo.

* The Cure Seventeen Seconds (1980)

Il più grande disco dei Cure. Un lavoro perfetto, nota dopo nota. Non c'è nulla che si potrebbe migliorare. La voce di Smith scava nella mente dell'ascoltatore e vi si insinua con prepotenza, pur non attingendo mai a registri sopra le righe. Ipnotico, freddo, eppure coinvolgente ed emotivamente densissimo. "Seventeen seconds, it's a measure of life".

* Eurythmics 1984 (For The Love Of Big Brother) (1984)

La mia adolescenza è fatta anche di tanti dischi pop dalle atmosfere ammalianti. 1984 è una splendida colonna sonora, mai utilizzata, pensata per il film di Michael Radford. Al di là della famosissima title track, in quest'album ritrovo brani indimenticabili come Julia, Doubleplusgood, Room 101.

* Fates Warning Perfect Simmetry (1989)

Il primo disco metal che mi abbia affascinato e convinto dall'inizio alla fine. La produzione, non troppo brillante, forse ha contribuito a questo fascino, con suoni non propriamente metal e un mix bizzarro. Grandissima la voce di Adler, che al di là della composizione - a volte ingenuamente prog - riesce a scavare un solco profondo che rende decisamente coeso l'album. In seguito i Fates Warning hanno fatto di meglio, ma questo disco resta il mio riferimento.

* Frankie Goes To Hollywood Liverpool (1986)

Benchè il poliedrico e furbetto Welcome To The Pleasure Dome sia sicuramente superiore, questo secondo e ultimo album è un meraviglioso esempio di come la personalità artistica possa prevalere su logiche di vendita. Scaricando la super-produzione di Trevor Horn, i Frankie in queste 10 canzoni si liberano delle stratificazioni sonore e dei re-re-remix del primo album e danno libero sfogo a se' stessi. Con qualche luce e qualche ombra, ma io resto affezionatissimo a quest'opera sfortunata e interessante.

* Peter Gabriel Peter Gabriel (IV) (1982)

Non amo più così tanto la carriera solista di Peter Gabriel, nella quale oggi mi pare di trovare una grandissima successione di innovazioni tecniche e di linguaggio ma non troppa musica memorabile. Però questo disco esercita ancora un discreto fascino su di me, ed è sicuramente quello più equilibrato e più moderno tra i 4 "omonimi".

* Gentle Giant Three Friends (1972)

Un gruppo di tecnicissimi professori d'orchestra che sforna una delle opere più disturbanti della storia del rock. Ascoltate l'ultimo brano senza sentirvi completamente pazzi, se ci riuscite. Un disco ineguagliato, che dà un senso a tutto il progressive anni '70 (sempre che sia possibile).

* Joy Division Unknown Pleasures (1979)

Assoluto. Non mi pare ci sia bisogno che io spieghi cosa renda quest'album imprenscindibile. Tutt'oggi lo ascolto con un senso di devozione assolutamente irrazionale. Cosa c'è di più prezioso?

* Love And Rockets Love And Rockets (1989)

Psichedelia elettrica per questo quarto lavoro del controverso gruppo composto da Daniel Ash, David J e Kevin Haskins (i Bauhaus senza Peter Murphy). Sebbene abbiano sfornato anche un sacco di roba discutibilissima, riconosco ai Love & Rockets una originalità ed una capacità di scrittura difficilmente eguagliabili. Sarebbe decisamente meglio indicare Pop dei Tones On Tail come disco da ascoltare (la formazione è quasi la stessa), ma Love And Rockets l'ho scoperto all'epoca dell'uscita. E ciò lo rende per me prioritario.

* Massive Attack Mezzanine (1998)

Protection è sicuramente più importante nella discografia del gruppo di Bristol, ma Mezzanine ha qualità a me più congeniali e mi ricorda una serie di viaggi in auto in un periodo interessante della mia vita. Risingson, Inertia Creeps, Mezzanine, definiscono territori cupi e avvolgenti nei quali mi perdo molto volentieri. Il sample di 10:15 Saturday Night in Man Next Door è la ciliegina su un album del quale non mi sono ancora mai stancato.

* Ozric Tentacles Arborescence (1994)

Scelgo Alborescence dalla sterminata discografia di questi figli dei fiori psichedelici ed elettronici, probabilmente sottovalutati dalla critica proprio per la loro apparente ripetitività, solo perchè è il primo album che ho acquistato e ascoltato ossessivamente. Diede inizio ad un anno di "Ozric immersion", nel quale ne imponevo l'ascolto a chiunque mi circondasse. Chiedo scusa, a posteriori, ma il disco è ancora nella mia top 50.

* Pink Floyd Animals (1977)

Il primo album dei Pink Floyd da me ascoltato. Ricordo alla perfezione la panchina sulla quale ero seduto, il colore del walkman, il proprietario della cassetta. Eppure era, ahem, qualche annetto fa. Una scoperta fulminante, avvenuta tramite il più oscuro e meno conosciuto dei dischi del gruppo di Roger Waters. Animals ha una viscosità paludosa che manca agli altri lavori dei Floyd, e tuttora mantiene per me un fascino del tutto particolare.

* Portishead Dummy (1994)

Gli anni '90 dovevano pur servire a qualcosa. Oltre ad una buona manciata di album grunge, della decade ci resta soprattutto la primissima ondata di dischi trip-hop (nella seconda ci furono solo inutili rifacimenti e scivolate in territori troppo pop). Dummy è un disco indefinibile che ho ascoltato tantissimo.

* The Sound Jeopardy (1980)

"We will wait / for the night / we will wait". Un verso banalissimo ma scolpito nel cervello dalla linea di basso che lo sostiene. Un astro luminosissimo ma quasi dimenticato, inciso da un gruppo poco fortunato al quale gli U2 devono più che un suono di chitarra e qualche spunto.
Hour Of Need basterebbe a giustificarne l'acquisto.

* Stone Temple Pilots Purple (1994)

Non so se il disco si sia sempre chiamato così o se sia stata una decisione postuma. Io lo chiamavo "12 Gracious Melodies" come recita la scritta sul retro della copertina. Quando Scott Weiland cantava le sue filastrocche da tossico e pestava su tasti dolorosi ma orecchiabili. Un disco che ha venduto tantissimo ma che stranamente non li ha trasformati in superstar. Mi ricorda troppe cose per dirne una sola.

* Talk Talk Spirit Of Eden (1988)

Un grande gruppo pop che si trasforma in un grande gruppo. Fusione inedita tra mille linguaggi musicali diversi, un disco che realizza quello che tanti promettono e basta. Musica libera che può trasportarti ovunque. Pigia play, chiudi gli occhi, e vedrai.

* This Mortal Coil It’ll End In Tears (1984)

La miracolosa raccolta di brani realizzati da esponenti di gruppi della 4AD di Ivo Watts Russell. Uno scrigno delle delizie che trova i suoi punti più alti in due meravigliose cover: Song To The Siren di Tim Buckley e Not Me di Colin Newman.

* Underworld Second Toughest in The Infants (1996)

Un disco che mi ha ipnotizzato per mesi e mesi. La rivelazione di come qualcosa di ballabile e accessibile potesse anche essere ammaliante e intellettualmente elettrizzante. Un album che ho ascoltato fino alla nausea e che posso mettere su anche in questo istante senza annoiarmene. Al di là della sua apparenza, un grandissimo disco pop concettuale.

* Van Der Graaf Generator The Least We Can Do Is Wave To Each Other (1970)

Casa di mio cugino, anno 1988 o giù di lì, questo disco nel piatto per ore ed ore.
Peter Hammill era il mito di Johnny Rotten, lo sapevate?

* Virgin Prunes If I Die, I Die (1982)

A metà degli anni '80 avevo una cassetta di quelle brutte, registrata male, copiata da una cassetta copiata. Su un lato c'era una raccolta degli Alien Sex Fiend, sull'altro questo grandissimo capolavoro, un assurdo incrocio tra musica da baraccone (fornita da Gavin Friday, Guggy e compagnia) e produzione raffinata (affidata al genio di Colin Newman). Tra la cantilena di Sweet Home Under White Clouds, il cabaret di Decline And Fall, il pop sghembo di Baby Turns Blue, il post punk di Walls Of Jericho, c'è un campionario teatrale indimenticabile.

* Velvet Underground The Velvet Underground & Nico (1967)

Banale, vero? E' in questa lista perchè mi sono rifiutato caparbiamente di ascoltarlo per anni e anni. Ho capitolato a terzo millennio già iniziato, scoprendo, naturalmente, quanto avessi sbagliato. Mi fa inevitabilmente tornare alla mente una certa stanza di una certa casa in un certo quartiere di una certa città.

* Voivod Nothingface (1989)

Qualsiasi disco dei Voivod potrebbe rientrare in questa lista. Il più grande gruppo metal di sempre (in questa sede posso permettermi questa iperbole altrimenti discutibile). Nothingface rappresenta il passaggio tra il periodo più trash e quello più prog, ma è attraversato come tutta la loro produzione da sonorità acide e incubi psico-fantascientifici. Nulla supera la chitarra di Piggy quando si ha bisogno di qualcosa che scavi tra i neuroni e li faccia saltare in aria. Sono certo che nel Paradiso del metal ora siede nel posto che gli spetta.

* Wire 154 (1979)

La fine del punk, l'inizio della new wave.
Non è vero al 100%, naturalmente, ma è quello che mi viene da pensare quando ascolto questo disco.
I Wire al meglio del loro primo periodo.

9 maggio 2008

Rush: un disco, un live, un disco, un live...

Premessa necessaria: amo i Rush, ho tutti i loro album, li considero un esempio incredibile di tecnica, fantasia e vitalità concentrati in tre individui.
Certo, una parte della loro produzione è discutibile, e non sempre il livello è stato mantenuto costante, ma un paio di capolavori per album non sono mai mancati, anche quando il numero di dischi all'attivo diventava pericolosamente alto.

Passo però ora a spiegare il motivo per cui non ho alcuna intenzione di acquistare questo ennesimo album dal vivo.

Una volta la testimonianza live era una eccezione nella discografia di una band, anche quando erano in gioco gruppi famosi per le loro eccezionali esecuzioni.

Jimi Hendrix, che non era certo un signor nessuno sul palco, pubblicò nella sua intera carriera un solo album live, a fronte di tre dischi in studio e di una marea di singoli. I Genesis diedero alle stampe, controvoglia, un live solo dopo il quarto album, e quello successivo arrivò solo diversi dischi più tardi (e nel frattempo era cambiato il cantante).

Gli stessi Rush hanno seguito negli anni '70, '80 e '90 una impressionante regolarità nell'uscita dei propri live. Il primo (All The World's A Stage, 1976) venne dopo il quarto album in studio; il secondo (Exit... Stage Left, 1981) dopo l'ottavo; il terzo (A Show Of Hands, 1988) dopo il dodicesimo; il quarto (Different Stages, 1998) dopo il sedicesimo.

Quattro dischi di inediti, poi un live, per quattro volte. Uno schema la cui ripetizione, pur denotando un certo autismo robotico, rispettava dei tempi fisiologici. Appena c'era a disposizione abbastanza nuovo materiale da poter sollecitare legittimamente la curiosità dei fan, si assemblava un disco che ne testimoniasse la resa dal vivo.

Qualcosa in questo meccanismo si è rotto (e non solo per i Rush, che uso qui solo a mo' di esempio, ma per tanti gruppi sia vecchi che nuovi), all'incirca con l'inizio del terzo millennio.

Alla successione di uscite già citata si era aggiunto in studio il solo Vapor Trails (2002) prima che i Rush tirassero fuori il doppio live Rush In Rio (2003). E a questo era seguito il solo EP di cover Feedback (2004) prima che venisse pubblicato un altro doppio live: R30 (2005). Se Rush In Rio poteva trovare giustificazione nella lunga pausa tra un album e l'altro (Vapor Trails seguiva Test For Echo precedente di 6 anni), e se anche vogliamo giustificare l'uscita di R30 con il trentennale della band e con la scarsa resa sonora di Rush In Rio, proprio non riesco a digerire l'idea che dopo un solo nuovo album di studio (il non troppo esaltante Snakes & Arrows dello scorso anno) si sia già sentito il bisogno di portare nel negozi l'ennesimo doppio album dal vivo, rispondente tra l'altro al nome non brillantissimo di Snakes & Arrows Live.

D'accordo, i nostri suonano come nessun altro, e ascoltare le loro esecuzioni è sempre una festa per le orecchie; va bene anche osservare che alcuni brani presenti nel nuovo live non venivano riproposti da decenni; posso anche comprendere che qualcuno sia smanioso di ascoltare qualche brano dell'ultimo disco nell'arrangiamento del tour.
Ma io questa volta i soldi non li tiro fuori.

29 marzo 2008

Phenomenal dissatisfaction

Oh dolore, oh tormento!

Se c'è una cosa che non tollero è la consapevolezza di non poter riacquistare in CD un disco che ho posseduto in altra forma e che non ho più.

Oggi mi è tornata alla mente una triste realtà: la colonna sonora di Phenomena non è mai stata pubblicata in CD nella forma in cui era apparsa in vinile quando il film approdò nelle sale (1985).
Esiste, si, una bella edizione che raccoglie tutto il lavoro originale dei Goblin, ma non è ancora stata ristampata (e dubito lo sarà mai) la cosiddetta "original soundtrack", che comprendeva tutti i brani che invece appaiono nella pellicola.

Si tratta di un album che per molti, all'epoca, ha avuto funzione di formazione. Io lo possedevo in cassetta e ricordo benissimo di averlo ascoltato decine e decine di volte assieme a mio fratello. La scelta dei brani era decisamente atipica, e per tanti ragazzini (noi avevamo rispettivamente 13 e 11 anni) si trattò del primo approccio al metal. Erano presenti infatti un pezzo (addirittura) dei Megadeth e uno (fantastico) degli Iron Maiden, oltre a due canzoni del sempre morboso Andy Sex Gang (dei Sex Gang Children).

Questa era la scaletta completa:

01. Phenomena (Claudio Simonetti)
02. Flash Of The Blade (Iron Maiden)
03. Jennifer (Goblin)
04. Locomotive (Motorhead)
05. You Don't Know Me (Andy Sex Gang)
06. Jennifer's Frien (Goblin)
07. The Maggots (Simon Boswell)
08. The Naked And The Dead (Andy Sex Gang)

In particolare, ricordo che l'attacco di Flash Of The Blade dopo l'inquietante brano di Simonetti è qualcosa che mi ha cambiato la vita.
Un sentito fanculo alle logiche editoriali e di mercato che mi impediscono di entrare in un negozio e fare mia una copia di questo fantastico album così com'era.

10 febbraio 2008

L'accumulo di dischi come necrofilia ansiosa

A volte osservo la mia collezione di CD e mi domando: "ma di quanti dischi ha bisogno un essere umano?"
Domanda oziosa e mal posta, la cui unica risposta sensata è naturalmente "nessuno". Non si è mai sentita citare la musica tra i bisogni primari dell'uomo, ma se anche volessimo infilarcela (invocando il bisogno di cibarsi d'arte come supposta differenza tra l'uomo e l'animale), non si vede perchè accumulare dischi invece di sfruttare i numerosi modi alternativi di fruizione della musica che la società contemporanea ci offre: dai live giù giù fino alla muzak da aeroporto, passando per tutti i media immaginabili (radio, televisione e internet).
Questa domanda che mi sorge spesso spontanea ha però un senso personale e rappresenta solo lo scontato punto di partenza per affrontare un argomento che da certi punti di vista risulta addirittura doloroso: un'analisi della compulsiva tendenza all'accumulo di dischi, dalla quale risultano affetti il sottoscritto e uno sparuto ma accanito gruppetto di discomani (trattati dai più, e forse a ragione, come ultime vestigia di un passato ormai archiviato e anche un po' fastidioso).
Tralasciando alcuni pur attualissimi aspetti (ad esempio, che senso abbia accumulare CD quando da ogni parte se ne annuncia la morte), vorrei focalizzarmi sulle ragioni che spingono un essere apparentemente pensante a tappezzare le pareti di casa con interminabili teorie di contenitori plastici dalla forma genericamente quadrata.
Alcuni aspetti sono necessariamente legati all'età anagrafica. Chi ha passato i trent'anni, ha necessariamente formato la propria cultura musicale acquistando dischi. Le radio negli anni '80 (soprattutto in Italia) trasmettevano quasi soltanto pop e canzoncine anni '60; le riviste musicali offrivano un panorama ristrettissimo e legato agli andamenti delle classifiche; la televisione aveva da poco scoperto il videoclip e non era ancora riuscita a sfornare nulla di meglio che Festivalbar e DeeJay Television (ne' sfornerà granchè di meglio in futuro).
L'acquisto dei vinili era pertanto una forma necessaria di scoperta musicale. Sebbene fosse possibile farsi passare qualcosa dagli amici, in sostanza il sapere derivava comunque da un vinile di partenza. Niente poteva essere "downloadato". La cassetta, diffusissima tra gli adolescenti, derivava anch'essa quasi sempre da un disco originale. Già il primo passaggio da cassetta a cassetta rendeva il suono ovattato e meno definito. Il secondo o terzo passaggio faceva passare la voglia di ascoltare il disco.
La realtà che ricordo era dunque fatta di acquirenti di dischi che poi facevano circolare il proprio acquisto in una cerchi di amici, dediti a loro volta all'acquisto ed alla condivisione. Chi aveva più dischi era spesso chi faceva più sacrifici per risparmiare le dieci o dodici mila lire necessarie. Quel sacrificio consentiva però di assumere maggiore importanza tra i propri conoscenti, maggiore potere di scambio, un'aura di "guru" che aveva anche un forte valore di scambio dal punto di vista sociale.
Credo che per molti la tendenza all'accumulo sia nata così. Pochi però l'hanno perseguita pervicacemente negli anni. Altre forme di sperpero consumistico si sono sovrapposte e stratificate, ed hanno infine avuto la meglio. Prima le uscite, le scarpe nuove, poi magari le vacanze, la macchina, infine le spese (affitto luce gas telefono), fino ad arrivare per alcuni a matrimonio e figli.
Sono pochi coloro che non cedono neppure di fronte a queste necessità. Alcuni, come chi scrive, sacrificano parte della loro vita sociale (capovolgendo paradossalmente il meccanismo che li ha resi acquirenti) e a volte anche quella affettiva (pensate cosa può pensare e dire la compagna di un maschio ultratrentenne che spende molti più soldi per i dischi che per le vacanze) pur di perseverare nella propria mania.
Il fatto è che la vita di tutti noi è fatta di mille cose più o meno inutili che galleggiano su un ineluttabile sostrato d'angoscia. Una paura non meglio connotabile che ci perseguita in modo costante, affiorando di tanto in tanto nelle notti insonni, negli attacchi di panico, nelle crisi d'ansia, nelle emicranie, negli accessi ipocondriaci che i nostri medici ben conoscono.
L'ansia che caratterizza l'uomo moderno, il sostegno della società consumistica. Ecco, il mio consumismo si manifesta così: consumo dischi. L'idea che tra un po' i dischi possano non essere più in vendita mi atterrisce. Il fatto che le cattedrali erette finora al dio Compact Disc possano essere abbattute mi inonda di pensieri funesti sul futuro.
Il mio consumismo assume però, a differenza di quello più generalizzato, il particolare aspetto del collezionismo. Il collezionismo è una forma maniacale che induce un individuo ad accumulare tutto ciò che riguarda un determinato oggetto o argomento. E la musica è un argomento sconfinato, che consente un collezionismo dalla durata indefinita, ma economicamente gestibile anche per un impiegato dei tempi moderni.
Il collezionismo, in ultima analisi, è anche un tentativo di prendere il controllo su qualcosa ("ho tutto di..."; "del tale mi manca solo..."). Azzardo allora una associazione libera. Cìè un'altra mania, poco diffusa ma ben nota, che nasconde il desiderio di prendere il controllo completo su qualcosa di estremamente sfuggente come la morte. Questa mania è la necrofilia. Ho sempre pensato che il collezionista fosse a suo modo un necrofilo, qualcuno che prima uccide ciò che compra (nell'acquisto di un disco a lungo ricercato c'è un atto di morte, la simbolica sconfitta di un nemico, un colpo d'ascia su una reificazione della propria ansia) e poi ne osserva compiaciuto il cadavere, ormai "acquisito", sul quale potrà sfogare il proprio potere.
Ecco, mi sento un necrofilo che accatasta dischi in stato di putrefazione per sfogare i propri impulsi ansiosi.
Se continuerete a leggere questo blog dopo aver letto questo post, o siete messi come me o avete problemi di altra natura.

1 febbraio 2008

I prediletti di gennaio 2008

Giusto per tenere un diario delle mie preferenze musicali, inauguro una piccola "fave-list" dei dischi che ho ascoltato, riascoltato, scoperto, approfondito nel mese di gennaio 2008. Forse diventerà un appuntamento abituale, forse no.

01. Gravenhurst Fires In Distant Buildings (2005)
La scoperta dell'ultimo The Western Lands mi ha portato a recuperare anche i lavori precedenti. Fires In Distant Buildings è un bellissimo disco che mescola folk acustico catartico e incursioni elettriche ansiogene.

02. Wovenhand Mosaic (2006)
Siamo anche qui in territori post-folk, con una predominanza di colori tetri e atmosfere plumbee. Il progetto di David Eugene Edwards, al terzo capitolo con quest'album, è come una cavalcata all'inferno alla ricerca di persone perdute.

03. Autonervous Autonervous (2006)
C'erano una volta i Malaria!, gruppo al femminile attivo in Germania negli anni '80. Di quel collettivo faceva parte Bettina Köster. Dal sodalizio di quest'ultima con la più giovane Jessie Evans nasce quest'album, fatto di elettronica anarchica punteggiata dal sax, con un gusto inconfondibilmente berlinese.

04. Gudrun Gut I Put A Record On (2007)
Nelle Malaria! di Bettina Köster c'era anche Gudrun Gut, oggi a capo della piccola etichetta Monika Enterprises. Questo suo esordio solista sfugge ad ogni classificazione. Musica da club, heartbeat, sperimentazione, minimalismo.

05. Franco Battiato Fetus (1972)
Una robetta fresca fresca, riascoltato in un rigurgito di revivalismo. Molto più attuale di quanto ci si aspetterebbe, e più vicino al Battiato di oggi rispetto agli altri lavori degli anni '70.

06. Big Black Pigpile (1992)
"One, two... fuck you!". Il live del gruppo di Steve Albini si può vivere sia come una compilation che come una riprova della vera sostanza espressa dai Big Black. I brani spesso scheletrici e disarticolati, ritrovano incredibile vitalità nelle versioni dal vivo.

07. The Cure Kiss Me Kiss Me Kiss Me (1987)
Negli anni questo disco non ha mai smesso di esercitare la sua fascinazione su di me. Psichedelia oscura e pop luccicante che, piuttosto che fondersi, si alternano da un brano all'altro. A perfect record.

08. Einstürzende Neubauten Alles Wieder Offen (2007)
L'inaspettata evoluzione della combriccola di rumoristi capitanata da Blixa Bargeld. Dopo un paio di album dedicati al silenzio ed alla quiete, una funambolica riscoperta del futurismo.

09. Diamanda Galas & John Paul Jones The Sporting Life (1994)
Il più "facile" tra i dischi dell'incredibile cantante di origine greca, in cui la potenza e l'istrionismo vocale di Diamanda vengono supportati dall'intelligenza ritmica dell'ex bassista dei Led Zeppelin. Una chicca.

10. Wire Read & Burn 03 (2007)
Mi stancherò di ascoltare questo EP? Mah.
4 brani per 25 minuti di delizia.