Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

21 agosto 2010

Totally wired

Dei libri di Simon Reynolds ho già parlato: sapete dunque già tutto dell'enciclopedia della new wave che è Post-punk 1978-1984 (orribile traduzione dell'originale Rip It Up And Start Again) e della raccolta di articoli Hip-hop-rock 1985-2008 (anche qui uno stupro del titolo originale che era Bring The Noise)

Totally Wired, terzo volume di Reynolds pubblicato in Italia dalla comunque benemerita ISBN, si giova finalmente del titolo originale. In realtà, non siamo in presenza di quello che si potrebbe definire un nuovo progetto del giornalista inglese, in quanto questo massiccio volume altro non è se non una raccolta delle interviste realizzate dallo stesso Reynolds mentre preparava il suo indispensabile Rip It Up And Start Again.

Ma quali interviste, signore e signori! per quanto possa essere stucchevole, non trovo altro modo di dare conto della straordinarietà di questo volume che elencare tutti i nomi presenti: Ari Up (Slits), Jah Wobble (PIL), Alan Vega (Suicide), Gerald Casale (Devo), Mark Mothersbaugh (Devo), David Thomas (Pere Ubu), Anthony Wilson (cofondatore della Factory), Bill Drummond (cofondatore della Zoo e manager di Echo & The Bunnymen e dei Teardrop Explodes), Mark Stewart (Pop Group), Dennis Bovell (produttore di Slits e Pop Group), Andy Gill (Gang of Four), DaviD Byrne (Talking Heads), James Chance (Contortions, James White & the Blacks), Lydia Lunch (Teenage Jesus & The Jerks), Steve Severin (Siouxsie & The Banshees), Nikki Sudden (Swell Maps), John Peel, Alison Stutton (Young Marble Giants), Green Gartside (Scritti Politti), Gina Birch (Raincoats), Martin Bramah (Fall, Blue Orchids), Linder Sterling (Ludus), Steven Morris (Joy Division, New Order), Richard H. Kirk (Cabaret Voltaire), Alan Rankine (Associates), Paul Haig (Josef K), Phil Oakey (Human League), Martin Rushent (produttore per Stranglers, Buzzcocks, Human League, Altered Images), Edwyn Collins (Orange Juice), Steven Daly (Orange Juice), Paul Morley (giornalista e cofondatore della ZTT e degli Art of Noise), Trevor Horn (produttore, cofondatore della ZTT e degli Art of Noise, membro dei Buggles etc etc).

Non sempre, ovviamente, gli intervistati concedono grandi rivelazioni o si danno ad ampie rielaborazioni storiche. Ma alcuni lo fanno apertamente, altri lasciano intravedere squarci del proprio metodo, quasi tutti conversano con Reynolds da pari a pari. Si nota insomma l'assenza di quella noia inacidita tipica del musicista o del produttore che si trova per tutta la vita a parlare con giornalisti che, diciamolo in tutta franchezza, spesso di musica non sanno un granchè.

Se avete amato il primo libro, se siete affascinati dalla new wave e dai nomi sopra elencati, non potrete non apprezzare la profondità e l'ampio raggio delle interviste presentate. Preziosi anche gli approfondimenti collezionati in fondo al volume, che fanno da compendio alle interviste e approfondiscono argomenti che sono rimasti collaterali al volume principale.

E ora chissà cos'altro verrà fuori dagli archivi di Reynolds...

22 gennaio 2009

Viva le cassette!

Per la serie "la prima regola di un blog è la rapidità", ma anche per la serie "chi se ne frega della regole", eccomi a parlare, ancora una volta, di un libro che non è proprio freschissimo di stampa.

Stavolta non sono in ritardo così clamoroso: il volume è uscito in Italia nell'estate del 2008, quindi se spegnete il PC davanti al quale vi state rincretinendo e andate a farvi due passi, lo potete trovare ancora in tutte le librerie, dove per un po' di euri potreste anche decidere (saggiamente) di portarvelo a casa.

Ma andiamo con ordine.
Thurston Moore sappiamo tutti chi è; per i più gravemente distratti ricordo velocemente che si tratta di uno dei fondatori, nonchè membro tuttora attivo, dei Sonic Youth. Personaggio influentissimo nell'ambiente musicale e artistico, il nostro Thurston si è formato tra la fine dei '70 e i primi '80, gli anni in cui si diffondeva un oggettino allora nuovissimo e rivoluzionario: l'audiocassetta.

Chi ha vent'anni o meno, non può capire (o può soltanto immaginare) quale incredibile sconvolgimento culturale rappresentò l'introduzione sul mercato di questo strumento tecnologico che aveva un aspetto che oggi può apparirci estremamente vintage: un piccolo involucro in umile plastica tenuto insieme da viti, estremamente fragile, il cui funzionamento, in realtà piuttosto complesso, era affidato a cose come rulli e spugnette, e nel quale scorreva un nastro magnetico (quale vetustà), sul quale potevano essere registrati con grande facilità i contenuti più svariati.

All'improvviso, nasceva un sovvertimento del sistema al quale era affidata la diffusione della musica. Il disco in vinile, oggetto diffusissimo ma la cui produzione era appannaggio esclusivo dell'industria e la cui duplicazione risultava impossibile in ambiente domestico, poteva essere trasferito in un oggetto portatile e modificabile a proprio piacimento. Oggi, dopo anni di battaglie legali e spesso vacuamente moraliste sulla diffusione della musica in rete - grazie a quella successiva rivoluzione che è stato il formato mp3 - pochi ricordano che anche contro la cassetta vennero lanciati strali da parte dell'industria discografica, che vide subito in questa semplicità di duplicazione un nemico spaventoso.

Ma l'audiocassetta, al di là di ciò, facilitò la realizzazione di musica in proprio da parte di milioni di artisti in tutto il mondo. Il registratore a 4 piste consentì la produzione di demo che aprirono la strada al DYI e svolse una parte importantissima nella storia del punk, della new wave, ma anche della disco e di tanti altri generi che nacquero nel fervore di quegli anni.

Un altro aspetto eccezionale, e che questo libro pone in risalto in modo nostalgico e poetico al tempo stesso, fu la possibilità di creare le proprie compilation: i mix tape, o cassettine, come molti ancora amano chiamarle, alle quali si affidavano le proprie preferenze musicali. Chi scrive ricorda benissimo le nottate passate ad incasellare una dietro l'altra canzoni disparate, scelte dalla propria collezione di dischi, allo scopo di crearsi dei piccoli palinsesti personalizzati, da riascoltare in un ordine di proprio gradimento, oppure da regalare agli amici, perchè conoscessero e apprezzassero (se tutto andava bene) il proprio mondo musicale.

La stessa cosa può oggi essere realizzata con il compact disc, ma con due differenze culturali fondamentali. La prima è ravvisabile in una banale conseguenza della diversa tecnologia utilizzata: la realizzazione di una raccolta su cassetta implicava un maggiore coinvolgimento fisico nella creazione. Era necessario, innanzi tutto, ascoltare i brani mentre li si passava su nastro, consentendo una partecipazione alla fruizione di chi avrebbe ricevuto la cassetta, cosa che con il CD è superata dalla possibilità di trasferire il tutto con pochi clic di mouse; e bisognava possedere gli originali, su vinile oppure in un'altra cassetta.
La seconda differenza rispetto ad oggi stava nell'aspetto rituale e creativo con cui era necessario, fisicamente, trascrivere titoli e autori sull'involucro della cassetta, processo che spesso andava al di là della semplice scrittura a mano (che valeva già di per sè a imprimere parte di sè sul prodotto finale), estendosi alla realizzazione in alcuni casi di veri e propri piccoli oggetti d'arte: l'uso di pennarelli, adesivi, trasferibili, collage, era non solo uno sfogo alla propria creatività ma anche un modo di sottolineare il valore che si dava all'operazione, tra impiego del tempo e fissazione su carta del proprio immaginario e dei propri sentimenti.

Di tutto questo dà conto la raccolta realizzata da Thurston Moore, che potrà schiudere a molti la visuale su un mondo ormai scomparso, e intenerire chi ne ha fatto orgogliosamente parte.

13 gennaio 2009

Frequenze fiorentine

Quando uscì questo libro - oramai si parla di 6 anni fa - lo notai subito in un negozio Feltrinelli.
A dire il vero mi colpì il titolo: la copertina, pur bella, non rende un'idea fedele del contenuto.

Nello sfogliarlo mi resi immediatamente conto che si trattava di qualcosa di prezioso: fotografie, interviste ed interventi dedicati alla Firenze "new wave" degli anni '80, con un ampio spazio dato non solo alla musica ed ai gruppi attivi in quel periodo, ma anche ai fermenti della moda, ai locali "storici", alle realtà editoriali, al teatro, alle radio.

Quel giorno andavo di fretta, riposi il volume sullo scaffale e pensai che l'avrei comprato alla prima occasione. Non avevo messo in conto la mia innata tendenza a procrastinare e la breve durata, dal punto di vista editoriale, che hanno certe opere. Quando finalmente mi decisi a tornare con l'intenzione di comprarlo, non ce n'era più traccia.

E' dunque da un bel po' di tempo che, finora invano, lo cercavo dappertutto. E' facile verficare che nessun negozio lo ha più tra le rimanenze; che l'editore Arcana, che ha cambiato proprietà, non lo ha più in catalogo; che nessuna libreria online lo mostra più tra le opere disponibili.

Me lo sono infine accaparrato, quando stavo perdendo le peranze, in un negozio di remainders in piazza Dante a Napoli: città della quale potrei dire di tutto, ma non che non sia capace di regali e gioie inaspettate. E dunque eccolo qui, non proprio in perfette condizioni, ma passabile, e con un valore aggiunto che ora non avrebbe se l'avessi portato via quel giorno in Feltrinelli.

Naturalmente, arrivo tardi per una recensione. Il volume è stato ormai segnalato e commentato da numerosi lettori appassionati. vi posto dunque soltanto una veloce carrellata, per portarlo all'attenzione di chi non lo conoscesse.

Bruno Casini, che ha raccolto i testi che costituiscono la sostanza del volume, è tra i più titolati a parlare della Firenze anni 80. E' stato infatti una figura onnipresente nella scena musicale e artistica fiorentina: fu uno dei fondatori e direttore artistico del mitico Banana Moon, tra i fondatori della rivista Westuff, ed ha diretto per oltre dieci anni l’Independent Music Meeting. Questo non è il primo libro che ha pubblicato, e neppure l'ultimo in ordine di tempo (segnalo ad esempio 1975: viaggio in Afghanistan. Viaggi ed avventure freak, Tondelli e la Musica, il recente Banana Moon).

La struttura del testo è semplice e al tempo stesso efficacissima: niente premesse, nessuna vera e propria divisione in capitoli. Si succedono dunque, uno dietro l'altro, interviste (in gran parte fatte dallo stesso Casini) ed interventi di artisti coinvolti a vario titolo nelle frequenze fiorentine. Il libro può dunque essere letto in ordine ma anche sfogliato a proprio gusto: io non ho resistito alla tentazione di leggere per primi gli interventi di Nicola Vannini (prima voce dei Litfiba), Antonio Aiazzi, Gianni Maroccolo (tastiera e basso dei primi Litfiba), Antonio Glessi (dei GMM), Maurizio Fasolo (Pankow), Marcello Michelotti (Neon), per poi saltellare qua e là curiosando tra i nomi più e meno noti.

Un libro ricchissimo di informazioni e personaggi, che potrà schiudere per molti la visuale su un fermento artistico che spaziava in tutti i campi, ben oltre di quanto oggi si ricordi.

Cercatelo anche voi, ne vale la pena.

23 novembre 2008

Simon Reynolds: Rip It Up and Bring The Noise!

Simon Reynolds è un critico musicale inglese che la ISBN - editore dei suoi lavori in Italia - definisce "il più grande critico musicale vivente".

La definizione è probabilmente eccessiva, ma non lontanissima dalla realtà. Reynolds affianca ad una cultura musicale - ed extra-musicale - praticamente enciclopedica, la capacità di adottare una prosa piana e a tratti professorale per argomenti che lo appassionano profondamente, senza che vadano perse ne' la percezione di questa passione ne' la chiarezza ed il rigore che si sforza in modo evidente di adottare.

In questo è diversissimo sia da Lester Bangs, il caotico ma trascinante ed appassionatissimo critico statunitense, scomparso ormai da più di un quarto di secolo, che molti ritengono tout court il più grande critico musicale di sempre, che dal compatriota Paul Morley, che è altrettanto enciclopedico ma eccede in uno stile spesso oscuro ed eccessivamente intellettualizzato (si veda il suo pur affascinante volume Metapop).

ISBN aveva già pubblicato un paio d'anni fa, con il titolo Post-punk 1978-1984, la traduzione del manualone Rip It Up And Start Again, una carrellata estremamente accurata e ricchissima di informazioni sulla musica che scaturì, dalle due parti dell'Atlantico, dopo il ciclone del punk, sull'onda del "Do It Yourself" (favorito dalle nuove tecnologie di registrazione casalinga), vedendo la nascita di dozzine di nuovi generi, frettolosamente ammucchiati nelle etichette di New Wave o Post Punk, ma tra loro diversissimi. Un libro fondamentale, preziosissimo anche per chi, come me, riteneva di saperne già tanto su un periodo così fervido e fecondo.

Esce ora, con l'orribile titolo Hip-hop-rock 1985-2008 (ma lasciare i titoli originali è così difficile?) un nuovo grosso tomo, pubblicato in Inghilterra come Bring The Noise, che raccoglie una selezione degli articoli scritti da Reynolds negli ultimi vent'anni.
Da un punto di vista editoriale il volume viene presentato come seguito del precedente, ma naturalmente si tratta di qualcosa di completamente diverso, non essendoci qui l'impianto storico che caratterizzava le pagine di Post Rock 1978-1985. Ciò non toglie valore all'opera, ne' sminuisce il piacere nella lettura degli scritti del critico londinese, anzi, sposta l'attenzione sulla sua prosa giornalistica viva e attenta, che mette sotto il microscopio la musica degli ultimi vent'anni e i flussi che l'hanno caratterizzata.

Ciò che colpisce maggiormente in Reynolds è il suo sforzo, anche negli articoli scritti in occasione dell'uscita di nuovi album, di porsi in un'ottica storica, e di comprendere dove si annidino i germi delle novità, delle nuove esplosioni creative. Lo stesso autore ad esempio fa notare nella prefazione come gli ultimi decenni siano stati caratterizzati dall'inseguimento dei musicisti bianchi nei confronti della musica nera, e di come la sovrapposizione che si è creata tra i due mondi abbia generato risultati imprevedibili, laddove il "fraintendimento" dei bianchi verso la musica dei neri ha generato nuove idee. Questa idea è presente sotto traccia ina tutti gli articoli, e fa da collante tra di essi dando una certa coesione all'opera, che cita una miriade di artisti tra cui, tanto per fare qualche nome, Hüsker Dü, Smiths, Public Enemy, LL Cool J, Dinosaur Jr, Pixies, Living Colour, Manic Street Preachers, Nirvana, PJ Harvey, Beastie Boys, Blur, Roni Size e tantissimi altri.

Forza, dunque: accendete un piccolo mutuo (Hip-hop-rock costa 29 euro, Post-punk 35) e procuratevi entrambi i volumi. Vi farà bene e vi terrà occupati per molte sere (si tratta rispettivamente di 470 e 710 pagine circa), ore che potrete trascorrere comodamente seduti in casa con della buona musica in sottofondo, invece di andare in giro per locali a sperperare denaro (e così riuscirete anche a coprire il mutuo).

5 settembre 2008

Burroughs is a Virus

William Burroughs, oltre ad essere considerato uno dei più grandi scrittori del novecento, è stato un figura decisamente trasversale, capace di affascinare artisti di campi diversi e di esercitare su di loro un'influenza potentissima.

Sono innumerevoli i musicisti che hanno citato lo scrittore americano come ispirazione, e per rendersi conto di ciò basta pensare a quanti nomi di gruppi e titoli di canzoni siano stati tratti da titoli o parti di sue opere: si va dai Soft Machine, che presero il nome dal titolo di un racconto, agli Steely Dan, che si battezzarono da un'espressione che appare in "Naked Lunch", fino alla nota hit dei Duran Duran Wild Boys, dal titolo di un suo romanzo.

Eppure Burroughs dichiarò di non amare molto il rock, e di non ascoltare molto nessun genere di musica (e lo ripete proèrio in questo libro), sebbene fosse invece estremamente interessato ai movimenti che generavano i nuovi stili musicali o che traevano da questi ultimi linfa vitale. Fu amico di diversi musicisti, e tantissimi altri li conobbe ed ebbe modo di intervistarli o di condurvi conversazioni sugli argomenti più disparati.

Questo volumetto della benemerita Coniglio Editore raccoglie alcune interviste tra quelle pubblicate nel corso degli anni dalle riviste musicali, che coinvolgono personaggi noti del mondo della musica, a loro volta estremamente influenti sull'immaginario collettivo e su altri artisti: Bowie, Patti Smith, i Devo, Blondie. Più che interviste sembrano conversazioni tra amici, ed è proprio per questo che svelano più di quanto non sembrerebbe a prima vista.

Gli argomenti spaziano dalle scoperte scientifiche dell'epoca agli esperimenti condotti da Burroughs (con le proiezioni, col cut-up, con le registrazioni audio, con le droghe), dalle esperienze di viaggio alla musica contemporanea, dalla politica alla letteratura, e così via.

Una lettura decisamente interessante, che purtroppo risulta molto appesantita da un monumentale impianto di note, degno forse più di un testo universitario che di quello che, in definitiva, è solo un testo divulgativo. Più di metà delle lunghissime note avrebbe potuto essere abbreviato o abolito senza che se ne perdesse in chiarezza ne' in completezza d'informazioni.
E' certamentei utile trovare qualche info in più su autori e articoli semisconosciuti che vengono citati qua e là, ma ho trovato davvero fastidioso spezzare la lettura per venire edotto su cosa siano "Life" e "Newseek" (con dettagli su anno di fondazione, nomi degli editori...) o su chi fosse John F. Kennedy.

Peccato anche per la copertina - che per essere franco trovo decisamente orribile - che non rende un buon servizio al volume, presentandolo come qualcosa che non è: si voleva forse porre l'accento su elementi come droga e perdizione, di cui alla fin fine nel libro ci sono ben poche tracce.

Ciò detto, ne consiglio comunque la lettura, sia per l'interesse intrinseco, sia come incoraggiamento ad un editore che in campo musicale sta cercando di pubblicare qualcosa di valido e non le solite biografie dei Tokio Hotel (se state leggendo qualche anno dopo la pubblicazione, sostituite il nome citato con quello del gruppo inutile di turno).

3 giugno 2008

Diaframma track by track

«Io vorrei che la gente venisse a vedermi ai concerti con lo stesso spirito con il quale va a vedere allo zoo certi animali in via d’estinzione».
Queste le parole di Federico Fiumani sulla quarta di copertina della raccolta di testi dei Diaframma appena sfornata dalla Coniglio Editore.

E credo che in effetti, a vedere i Diaframma (o Fiumani, che è lo stesso), molti ci vadano proprio con quello spirito; e non è una bella constatazione, mi viene da aggiungere. Mentre si vedono proliferare animali da palco che fanno decine di migliaia di presenze senza lo straccio di qualcosa da dire, non conforta pensare che c'è chi, con materiale umano e artistico in tale abbondanza, debba ancora accontentarsi, dopo tanti anni di carriera, delle platee risicate di club e piccoli locali.

Mi consolo allora da queste tristi riflessioni di carattere musico-zoologico con la lettura della carrellata, completissima e accurata, dei testi di Fiumani. Il volume spazia dai primi brani del gruppo fiorentino, quelli precedenti all'uscita dell'ormai classico Siberia (ed oggi raccolti nella raccolta Albori), fino alle canzoni dell'ultimo Camminando Sul Lato Selvaggio.

A punteggiare le liriche, a fondo pagina, i commenti dell'autore, brevi annotazioni spesso assolutamente rivelatorie. Si scopre ad esempio che la famosa e bellissima Amsterdam era uno scarto, poi recuperato in fretta e furia per completare Siberia; che le "ragazze del Drive In" citate in Blu Petrolio sono proprio quelle del varietà di Italia1; che Irriconoscente era dedicata alla moglie di Miro Sassolini; che le Labbra Blu del brano omonimo erano ispirate a quelle del cantante degli Psychedelic Furs; e qui mi fermo per non rivelare troppo.

Su Fiumani vi ho detto e ridetto, per cui non sto a ripetervi concetti già espressi.
Mi limito ad un invito: andate a comprarvi il libro, sono 16 euro spesi bene.

22 aprile 2008

new wave, new book?

E' uscito nella tarda estate del 2007, ma mi sono accorto dell'esistenza di questo volume solo ora, quando l'ho trovato in bella mostra su un espositore del negozio Ricordi in galleria a Milano.

Pubblicato dalle Edizioni della Associazione Culturale Geophonìe, si tratta di un libro fotografico di grande formato, il cui principale pregio, almeno al primo approccio, è rappresentato proprio dalle foto.

Lo sfogli e ti ritrovi immagini del 1982 con i Bauhaus in pantaloncini che giocano a calcetto (sublime contrasto tra la magrezza ed il pallore dei quattro, e l'impegno sportivo profuso); oppure di Siouxsie Sioux ai tempi d'oro, sudata e truccata come una divinità egizia in vacanza in Italia; o ancora del mai abbastanza compianto Adrian Borland, in una esibizione sul suolo italico con i magnifici Sound.

Spunto per il volume, scritto da due tarantini che hanno vissuto gli anni '80 e la new wave facendo base nell'estremità "sbagliata" della penisola, è la cronaca dei concerti organizzati al Tursport di Taranto. Complice dell'operazione editoriale, naturalmente, il revival degli anni '80 che, in modo in verità assai confuso, pervade certe uscite recenti e che probabilmente ha dato la possibilità a questo volume di vedere la luce.

Gli autori pongono l'accento sulla provincia e sul modo in cui vi erano vissuti certi fenomeni musicali e culturali, laddove Taranto viene assunta (in modo abbastanza azzeccato) come esempio tipico di provincia italiana. Ecco allora i concerti organizzati in modo pionieristico, grazie alla testardaggine di pochi organizzatori; ecco gli sparuti ma determinati gruppi di dark e new wavers che affrontano viaggi su e giù per la penisola per un'ora e mezza di musica elargita dal gruppo anglosassone semi sconosciuto; ecco le delusioni e gli entusiasmi, a seconda della riuscita delle serate, eventi che punteggiavano un'epoca altrimenti desolatamente vuota e fatta per il resto di serate in piazza e dischi ascoltati al buio nella solitudine della cameretta.

Quello che affascina dell'opera, e che a tratti fa indispettire il lettore "informato sui fatti", è che il libro stesso è un prodotto provinciale, con tutti gli aspetti positivi e negativi che ciò comporta. Innanzi tutto, la grafica ricorda quella dei volumetti parrocchiali degli anni '80: riquadri fuori testo, insensate aree colorate in cima o in fondo alla pagine, virgolettati a camionate, nomi in grassetto (ma perchè?) che appesantiscono inutilmente la lettura. In secondo luogo, saltano all'occhio diverse ingenuità ed inesattezze, a volte macroscopiche. Ad esempio, parlare degli Ultravox nel 1984 come un gruppo all'inizio della carriera significa ignorare la storia della band (che dal punto di vista commerciale aveva appena raggiunto l'apice del successo e si preparava al declino, mentre dal punto di vista artistico aveva smarrito la strada da tempo).

Ma è in generale la scrittura che ricorda lo stile del giornalismo musicale dell'epoca: aggettivazioni generose ed imprecise; analisi sociologiche all'acqua di rose; ricostruzione approssimativa delle carriere e discografie dei gruppi; confusione tra generi e tendenze, spesso ammucchiate in calderoni mal differenziati.
Ma qui sta il bello. Il sapore inconfondibile che tutto ciò restituisce è in se' preziosissimo, e lascia trasparire due cose rare: una passione autentica per la materia trattata e l'esperienza diretta delle cose narrate.

Se avete vissuto gli anni '80 in Italia e avete seguito le vicende musicali che toccavano di striscio il nostro paese, questo volume è imperdibile. Vi farà riassaporare odori e sensazioni sepolte ma mai dimenticate, risalenti ad epoche che per molti si situano ai margini della notte della memoria.

Al sottoscritto, ad esempio, la lettura ha fatto rivivere una trasferta notturna, con annesse vicissitudini surreali, in quel di Fratta Maggiore (SA) per un mitico concerto dei Litfiba, anno 1987. Eoni prima che Piero Pelù subisse una mutazione genetica incontrollata... ma questa è un'altra storia.

9 marzo 2008

Bangs for president!

Se siete abbastanza giovani, ignoranti o distratti da non conoscere Lester Bangs, allora non ve ne fregherà nulla dell'uscita di questo libro.
Potreste però trarre giovamento dalla vostra condizione di lettori vergini, e procurarvi Guida ragionevola al frastuono più atroce oppure Deliri, desideri e distorsioni, così da gettarvi nella caotica ed irresistibile prosa di uno dei più incredibili giornalisti musicali d'America.

Lester Bangs, nato nel 1942 e scomparso prematuramente nel 1982, stroncato dagli stessi eccessi di cui narrava nei propri articoli, ha percorso la storia del rock e della musica che vi ruotava attorno (pop, jazz, funk) dagli anni '60 all'inizio degli anni '80: si potrebbe dire, con qualche enfasi, dalla nascita alla morte (o alla rinascita, se preferite) del rock.

Una prosa eccessiva e sregolata, quella di Lester, che andava spesso fuori tema, saltando di palo in frasca o cedendo alla tentazione di parlare dei cavoli propri. Recensore appassionato, capace di stroncature feroci (a volte con pentimento successivo) oppure di incaponimento nella difesa di personaggi in declino, per puro affetto di fan. Ecco, sostanzialmente: un fan che scriveva di musica. Categoria ormai quasi scomparsa, almeno nel giornalismo professionale. Non che non ci siano giornalisti competenti o dotati di passione; non esiste più quel tipo di giornalismo, quel tipo di editoria, che consentiva ad uno come Bangs di scrivere solo di ciò che gli pareva.

Questo terzo volume di scritti, pubblicato come i precedenti da Minimum Fax, raccoglie ciò che di più estremo e forse meno attinente alla musica Lester Bangs abbia scritto. L'operazione editoriale merita una tiratina d'orecchie: il volumetto, molto più snello dei precedenti, raccoglie parti che l'editore italiano aveva deciso di omettere dalle traduzioni delle due raccolte già pubblicate. Come dire, "al primo giro ci erano sembrate impubblicabili, poi ci siamo detti: perchè non tirarci fuori due lire"?
Ben vengano però queste ulteriori 137 pagine, che spaziano dall'omicidio Kennedy a Metal Box dei PIL, da Andy Warhol a Elvis, da Van Morrison a William Burroughs, e così via. Il tutto con l'abituale condimento di sesso, droga e rock 'n' roll. Certo, scritto così sembra una frase fatta. Ma all'epoca di Lester, e nella sua vita, era ancora tutto vero.

20 gennaio 2008

Techstuff for music geeks

Ogni tanto l'editoria italiana, affetta in gran parte da ammuffite acuta e dementia colpevolis, sorprende con qualche iniziativa fresca, interessante e, ohibò, contemporaneamente colta ed istruttiva.
Cosa mi sarà capitato per le mani da meritare cotanto elogio?
Si tratta di un libricino di dimensioni ridotte ma dalla pesante copertina in cartone, corredato da un DVD e contenente circa 100 pagine in italiano ed altrettante in inglese (se lo aprite dal lato opposto).
L'autore è Tobor Experiment, pseudonimo dietro il quale di cela il milanese Giorgio Sancristoforo, l'argomento è la musica elettronica, dal punto di vista non delle opere ma degli strumenti per la creazione delle stesse.
10 capitoli snelli e di lettura agevole (ma non per questo privi di spessore tecnico e scientifico) nei quali si viene introdotti alle magnificenze del theremin, dell'oscillatore elettronico, del moog, e così via fino al capitolo conclusivo che si intitola (con un certo ottimismo) "Fatevelo da soli!", nel quale si illustra come affrontare la costruzione di un synth.
Il DVD accompagna i capitoli con altrettanti filmati, che non ripetono le medesime informazioni ma le arricchiscono, aggiungendo anche una buona dose di ironia che non guasta.
In appendice al volume, una intervista a Stockhausen; in aggiunta al DVD, il software Generator X1 per Mac e per PC, col quale scoprire in prima persona le magie della generazione del suono.
Un compagno prezioso e direi imprenscindibile per tutti gli appassionati di musica elettronica (ma anche, ad esempio, per chi ama il prog rock) e per chi è già entrato, o vorrebbe entrare, nel mondo delle manopole e dei filtri.
Il volume nasce da una collaborazione tra l'editore ISBN e il nuovo media QOOB.
Si spera proprio che non resti un caso isolato ma che sia il primo di una lunga serie.

25 settembre 2007

La parola a Johnny

Finalmente. In questo 2007 solcato da un commercialissimo quanto poco sentito revival del punk, è stato infine pubblicato qualcosa di utile. L'avevo notato con la coda dell'occhio in libreria qualche giorno fa, ma l'usuale giallo della copertina e la solita foto di Johnny Rotten me l'avevano fatto frettolosamente catalogare come ennesimo libro sul '76-'77, come altri ne avevo visto spuntare negli ultimi mesi.
E invece no, questa autobiografia di John Lydon viene a gettare un po' d'aria fresca su un fenomeno generalmente frainteso e vissuto ormai dall'editoria come puro folklore.
C'è da dire che l'edizione originale è del 1994, ma festeggiamo quanto meno l'edizione italiana e facciamo finta di niente.
Perchè mi piace tanto l'idea di questo libro (e sottolineo l'idea: non l'ho ancora letto, in effetti). Innanzi tutto, mi piace l'autore: Johnny Rotten è stato una delle teste pensanti del punk, molto più di quanto si fosse immaginato all'epoca, ed è stato anche uno dei più genuini esponenti di un'epoca e di una generazione, che non sempre sapeva cosa stava facendo. Lydon ha parlato poco, finora, della storia dei Sex Pistols. Quanto meno, ne ha parlato meno di molti giornalisti e di quel Malcolm MacLaren che lo stesso Lydon in questo libro definisce semplicemente "uomo di merda" (ebbene si, non l'ho letto ma una sfogliatina l'ho data).
E poi mi piace il taglio: nessuna mitologia, nessuna apologia, nessuna esegesi, sembrano trasparire dal volume. Semplicemente, il racconto di ciò che è stato, vissuto dall'interno. Ossia, esattamente l'unica cosa che ci possa interessare, e che importi qualcosa.
"Alcuni s'immaginano l'era dei Sex Pistols in diverse gradazioni di bianco e nero. A dire il vero, i colori che ho in mente io sono verde neon o militare con rosa fluorescente: basta che diano fastidio. Può darsi che in fondo sia un intellettuale, ma ho sempre pensato che i colori, come le parole, come le intonazioni, influiscano sulle persone".
"(Sid) era diventato tutto quello che non volevo fossero i Sex Pistols: l'ennesimo rockettaro sfigato e drogato."

8 agosto 2007

wanna sniff some glue?

Il punk è stato un fenomeno culturale complesso e ricchissimo, molto più di quanto si sia portati a immaginare. L'avvio della rivoluzione punk si fa tradizionalmente coincidere con l'uscita di Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols nel 1977, ma da un punto di vista discografico era iniziata almeno un anno prima, quel 1976 che negli Stati Uniti vedeva l'uscita dell'album omonimo dei Ramones e nel Regno Unito un'esplosione di singoli ed ep autoprodotti e con nessuna ambizione se non quella di "esserci". Quello che può essere considerato il periodo "classico" del punk si è praticamente bruciato nell'arco del biennio 76/77, sebbene musicalmente traesse ispirazione da un filone inaugurato dagli Stooges addirittura nel '69, e protratto fino ai giorni nostri attraverso mille sotto-filoni e ramificazioni (hardcore, oi, psychobilly...).
Il punk è stato un fenomeno musicale ma anche, come si diceva, culturale nel senso più ampio. Dall'abbigliamento alla visione politica, si trattava di una controcultura che aveva nei suoi principali antagonisti il barocchismo del rock progressivo e la fuga dalla realtà della cultura hippy, e che traeva il suo humus più fertile nella disoccupazione generalizzata e nelle pessime condizioni di vita della classe operaia sul finire degli anni '70.
Non stupisce dunque che il punk sia stato anche fatto di parole, mai come prima nella storia della musica popolare; e lo testimoniano sia l'importanza attribuita ai testi, sia il sorgere come funghi di fanzine che testimoniavano un fermento ed una discussione continua attorno al ruolo dei gruppi, alla loro "fedeltà alla linea", all'importanza di certi slogan. La più famosa di queste fanzine è stata sicuramente Sniffin' Glue, un piccolo periodico scritto un po' a mano e un po' ciclostilato, stampato su fogli A4 fotocopiati, con fotografie ritagliate da giornali ma a volte originali, che proprio nel biennio 76/77 ha seguito la nascita del movimento e i primi passi di gruppi come Clash, Ramones, Damned, Sex Pistols, Buzzcocks, Saints, e decine di altri.
Il padre di Sniffin' Glue fu Mark P. (Mark Perry), leader degli Alternative TV, e proprio lui fu il primo a stupirsi del successo della fanzine e del passaggio dalle poche decine di copie alla circolazione in migliaia di esemplari. Un successo che, come per ogni vero successo punk, non poteva durare a lungo. La fanzine si fermò al numero 12 e i componenti della "redazione" presero ognuno la propria strada, dopo aver partecipato a scrivere la storia del punk in diretta e dall'interno.
Oggi che si parla di trentennale (anche se, come già detto, siamo almeno a 31 anni dall'inizio della storia) mi sembra giusto parlarvi di tutto ciò, anche perchè mi è capitato tra le mani un prezioso volume, del quale conoscevo l'esistenza ma che non avevo ancora mai visto in Italia.
Il libro si chiama "Sniffin' Glue - The Essential Punk Accessory", è uscito nel 2000 ed è stato curato con l'assistenza di Mark Perry. La cosa davvero straordinaria del libro - che è in Inglese, quindi siete avvisati - è che non solo racconta la storia della fanzine con più di 100 pagine di interviste e fotografie, ma contiene - udite, udite - la riproduzione di tutti i numeri originali.
Io l'ho trovato in un negozio Mondadori in offerta a 9,99 €. Forse fate ancora in tempo...
La lettura è consigliatissima anche per le sorprese che può riservare. Ad esempio, la recensione dei Blue Oyster Cult nel primo numero, oppure il fatto che il termine new wave venga di continuo utilizzato come sinonimo di punk.
Un'avvertenza: la rilegatura del volume è davvero pessima e le 139 pagine a colori vengono via una ad una senza pietà. Pare che la colla utilizzata fosse davvero poca. Dopotutto, cosa potevo aspettarmi da un libro su una fanzine punk che si chiama "sniffare colla"?


24 luglio 2007

Brindiamo con Fiumani

"Scrivo questo libro per avere un po' di successo. Un successo circoscritto ma caloroso, underground. Aria malsana delle cantine dove ti vergogni di passare la tua vita ma dove (e solo lì) ti senti nella tua dimensione ideale."

Federico Fiumani, cantante e chitarrista dei Diaframma, è uno dei pochi veri personaggi di culto rimasti in Italia. Testardamente ha portato avanti per quasi un quarto di secolo un percorso artistico difficile, fatto di auto-produzione, di poca o nessuna promozione, di tantissimi concerti in piccoli locali, e di pochi riconoscimenti, se si esclude il costante affetto dei sostenitori.

L'amore per il punk "marcio e sporco", aneddoti e pettegolezzi sulla Firenze new wave dei primi anni '80, commenti e punti di vista su alcuni artisti italiani, l'amore per le donne, il sesso, il trauma per la morte del padre. Questi i filoni principali toccati da Fiumani in questa autobiografia molto
sui generis. Il volume si snoda come una successione di narrazioni e riflessioni priva di un ordine temporale e di raggruppamenti o suddivisioni di qualche tipo. Una formula che facilita il senso di intimità che il libro instaura tra autore e lettore, anche tramite rivelazioni molto personali su episodi che in genere si tengono fuori dalla biografia di un musicista, o che altri avrebbero ammantato con un alone di mistero, di epico che potesse elevare il personaggio a uomo fuori dal comune.

E invece Federico è un uomo normalissimo, e in questo Brindando coi Demoni lo conferma spiattellando vizi, difetti, ed anche qualche cattiveria, con una sincerità (apparente?) che disarma. Chi è abituato ai testi delle canzoni di Fiumani non si stupirà dello stile del volume, anzi ne godrà parecchio. Soprattutto notando il notevole passo in avanti dal precedente
Dov'eri tu nel '77? che risultava più frammentario e meno solido.

Agli altri consiglio la lettura del libro, ma anche di dare un ascolto ai dischi. Cose come Siberia e Tre Volte Lacrime hanno fatto la storia degli anni '80 italiani. Ma si trovano belle cose anche dopo: Anni Luce, Sesso e Violenza, I Giorni dell'Ira, Volume 13, per citare solo qualche titolo. "Quando parte il mio stereo con la musica che mi va di sentire mi sembra che la vita cominci, che ci sia ancora speranza".