Acclamati dalla critica tutta all'epoca del primo bell'album omonimo come insperata ventata di freschezza in una scena indie avvitata su cliché stantii, i giovanissimi xx (da scrivere rigorosamente minuscolo) erano attesi come di norma al varco del secondo album, con aspettative probabilmente eccessive.
Non biasimo dunque il gruppo londinesi se ha atteso tre anni prima di dare alle stampe questo nuovo Coexist, e non mi sorprende neppure che le scelte sonore, a dispetto di annunci e indiscrezioni che volevano una sterzata di stampo più elettronico, siano sostanzialmente ferme a quelle del precedente album omonimo.
Ridotti a terzetto dopo l'uscita della chitarrista e tastierista Baria Qureshi (a quanto affermato dai tre superstiti, si sarebbe trattato di una scelta del gruppo più che di un abbandono spontaneo), gli xx hanno scelto di puntare nuovamente su bozzetti minimali, armonie esili sostenute da poche note strumentali e una sostanziale predominanza dell'intreccio tra le voci sussurrate di Oliver Sim e Romy Madley-Croft.
Il disco è gradevole ma non raggiunge i vertici del primo. Il problema principale sta in una certa piattezza del materiale proposto, che è troppo omogeneo e non presenta grande diversità ad eccezione di due brani soltanto che spiccano sul resto: Fiction e Missing.
Devo dire di non essere deluso perchè non mi aspettavo nulla: troppo esile la formula per consentire di dare un seguito solido alla manciata di canzoni del 2009, troppo alte le attese per permettere alla band di sterzare troppo da quella formula. Vedremo al terzo giro, magari tra qualche anno.
Ah, un'ultima cosa: vorrei dire a quelli della Young Turks Records che rifare una copertina sostanzialmente uguale alla precedente, cambiandone solo i colori, non è un'ideona. Se lo avesse fatto qualcuno nei primi '80 (ve lo immaginate Closer con la copertina di Unknown Pleasures in bianco e nero invertiti?) gli avrebbero tirato le verze. Giusto per dire.
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29 settembre 2012
18 novembre 2009
1, x,... xx
Bisognerebbe trovare il modo di vietare ai recensori di creare false aspettative utilizzando associazioni improprie per descrivere un nuovo album.Per questo disco dei giovanissimi xx ho letto da più parti che ricorderebbe il meraviglioso unico album degli Young Marble Giants.
Riconosco qualche rassomiglianza ma lo preciso subito: i due lavori sono imparagonabili perchè qui manca la straordinaria ingenuità che donava a quel lavoro, costruito su pochissimi suoni e su una scrittura limpida e originale, un'alchimia che oggi è impossibile. E lo è perchè l'ingenuità non esiste più.
Laddove ce n'è, viene attenuata dalla consapevolezza dei propri mezzi, delle mode e dei gusti del pubblico che oggi anche un giovanissimo quartetto come gli xx può possedere e tenere in considerazione nell'autoprodursi un'uscita discografica.
Premesso questo, l'album d'esordio è delizioso: pur essendo assemblato a partire da echi riconoscibili e obbligatori di questi tempi (anni 80 a palate), è capace di alcuni momenti memorabili e con i suoi 38 minuti circa scivola via che è un piacere e invoglia ad ascolti ripetuti. Come primo lavoro non è proprio malaccio, e questi ragazzini vanno tenuti d'occhio.
Secondo commento letto qua e là: gli xx sarebbero spudorati
imitatori degli Human League. Per fare una simile affermzaione basta, ovviamente, non aver mai ascoltato un album degli Human League, o forse essersi basati solo sulle foto in cui i quattro ragazzi possono ricordarne il look (ma diciamo la verità: non vi ricordano il look di altri 100 gruppi post-punk / new wave?)In realtà nelle tracce di questo disco c'è tutt'altro.
Si parte con un intro strumentale debitore dei New Order (quelli di Low Life) ma poi si scivola verso un dark-soul minimale che spazia da reminiscenze dei Cocteau Twins, Cure e Pixies assieme (i singoli Crystalized e Islands sono quasi perfetti) a brani più upbeat che mi ricordano soprattutto gli Everything But The Girl, ma anche tanto soul anni 90/00 (Heart Skipped a Beat, Basic Space), senza disdegnare una puntatina in atmosfere ipno-ambient alla Coil (l'onirica Fantasy). L'intreccio delle due voci è piacevole ed attenua l'effetto ripetizione che pure qua è là viene rischiato. Arriva come una sorpresa la ripresa, quasi a fine album nella bella Infinity, delle sonorità riconoscibilissime del successo di Chris Isaak Wicked Game
Una veloce annotazione sul packaging: per il materiale usato e per l'idea semplice, fanciullesca e di assoluta integrità ricorda i libricini di Munari, e questo basta a renderlo speciale.
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