18 novembre 2009

1, x,... xx

Bisognerebbe trovare il modo di vietare ai recensori di creare false aspettative utilizzando associazioni improprie per descrivere un nuovo album.

Per questo disco dei giovanissimi xx ho letto da più parti che ricorderebbe il meraviglioso unico album degli Young Marble Giants.

Riconosco qualche rassomiglianza ma lo preciso subito: i due lavori sono imparagonabili perchè qui manca la straordinaria ingenuità che donava a quel lavoro, costruito su pochissimi suoni e su una scrittura limpida e originale, un'alchimia che oggi è impossibile. E lo è perchè l'ingenuità non esiste più.

Laddove ce n'è, viene attenuata dalla consapevolezza dei propri mezzi, delle mode e dei gusti del pubblico che oggi anche un giovanissimo quartetto come gli xx può possedere e tenere in considerazione nell'autoprodursi un'uscita discografica.

Premesso questo, l'album d'esordio è delizioso: pur essendo assemblato a partire da echi riconoscibili e obbligatori di questi tempi (anni 80 a palate), è capace di alcuni momenti memorabili e con i suoi 38 minuti circa scivola via che è un piacere e invoglia ad ascolti ripetuti. Come primo lavoro non è proprio malaccio, e questi ragazzini vanno tenuti d'occhio.

Secondo commento letto qua e là: gli xx sarebbero spudorati imitatori degli Human League. Per fare una simile affermzaione basta, ovviamente, non aver mai ascoltato un album degli Human League, o forse essersi basati solo sulle foto in cui i quattro ragazzi possono ricordarne il look (ma diciamo la verità: non vi ricordano il look di altri 100 gruppi post-punk / new wave?)

In realtà nelle tracce di questo disco c'è tutt'altro.
Si parte con un intro strumentale debitore dei New Order (quelli di Low Life) ma poi si scivola verso un dark-soul minimale che spazia da reminiscenze dei Cocteau Twins, Cure e Pixies assieme (i singoli Crystalized e Islands sono quasi perfetti) a brani più upbeat che mi ricordano soprattutto gli Everything But The Girl, ma anche tanto soul anni 90/00 (Heart Skipped a Beat, Basic Space), senza disdegnare una puntatina in atmosfere ipno-ambient alla Coil (l'onirica Fantasy). L'intreccio delle due voci è piacevole ed attenua l'effetto ripetizione che pure qua è là viene rischiato. Arriva come una sorpresa la ripresa, quasi a fine album nella bella Infinity, delle sonorità riconoscibilissime del successo di Chris Isaak Wicked Game

Una veloce annotazione sul packaging: per il materiale usato e per l'idea semplice, fanciullesca e di assoluta integrità ricorda i libricini di Munari, e questo basta a renderlo speciale.

14 novembre 2009

L'illusione del volo

Erano i primi anni '80.

Nel belpaese la new wave era una meteora tardiva e bistrattata, appena gratificata dall'interesse di poca stampa specializzata e di un manipolo di appasionati.

Non molti lasceranno cose memorabili, eccezion fatta per la cosiddetta scena fiorentina. E' singolare dunque che in una Bassano del Grappa ben lontana dall'epicentro del fenomeno, i Frigidaire Tango di Carlo Casale e Stefano DalCol contribuissero in modo così concreto: una ventina di canzoni appena, per la verità dotate però di un peso specifico rilevante.

Lontani dagli schemi, ed anche da quelli della stessa new wave stessa, tanto che questa etichetta stava piuttosto stretta al sestetto veneto, attraversato da influenze diverse tra prog rock, sperimentalismo, elettronica minimale, ed echi di una miriade di band anglosassoni.
Di recente mi sono sorpreso, ad un riascolto dell'album d'esordio The Cock (1982), nel notare, soprattutto per le sonorità, l'unico disco che riuscivo ad accostarvi era il primo dei Chrisma, non a caso uno dei pochi lavori italici dell'epoca ad avere un respiro internazionale.

La parabola dei Frigidaire Tango durò pochissimo e terminò già nel 1985. Da allora, per almeno vent'anni, il nome sarebbe rimasto una sorta di mito, vivo solo nella memoria degli appassionati più curiosi. A sorpresa, però, eccoli riapparire qualche anno fa, con lo splendido cofanetto The Freezer Box, raccolta della loro opera omnia, seguito da una reunion per diverse date dal vivo che riscuotono un inaspettato successo.

A coronamento di questa esperienza, giunge ora il nuovo album di studio L'Illusione del volo, prodotto da Giorgio Canali per LaTempesta Dischi. E si tratta di un disco molto gradito, che offre contemporaneamente delle sorprese e delle conferme.

La prima sorpresa è il cantato in italiano anzichè in inglese. Una scelta legata alla tradizione dell'etichetta La Tempesta, ma che si è rivelata molto felice in quanto la resa dei testi è eccellente e dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che si può fare ottima musica in italiano senza apparire provinciali.

La seconda sorpresa sta nel fatto che questo non è un disco revivalistico: è un disco di rock italiano pieno d'influenze, ma che non sa di nostalgico.

Le conferme sono legate all'altissima qualità dei brani, al respiro musicalmente ampio e variegato - si contano numerose escursioni nella canzone d'autore, nel rock alternativo, nel post-punk - ed anche all'eccellente fattura del bellissimo packaging, un'attitudine già apprezzata nel box antologico.

Il disco ha qualche flessione soltanto nel mezzo, con un paio di tracce dall'impostazione troppo melodica che va fuori dalle corde naturali della band. Ottimi invece altri episodi, come l'apertura affidata alla convincente Milioni di parole, oppure il quasi-punk alla CCCP di Mescola le razze, o ancora il rock italico con giro di basso pulsante di Natural mente. E potrei citare anche Distogli lo sguardo, Le cose capite, o la splendida Preghiera che muta il Padre Nostro in una invocazione di libertà.

Ma la menzione d'onore va al nostalgico brano di chiusura New wave anthem, il cui testo è costituito da una incredibile girandola di citazioni di nomi di band new-wave. Un esperimento che poteva finire nel tragicomico e che invece ha dato vita ad una splendida canzone che conclude più che degnamente questo bel disco contemporaneo.

12 novembre 2009

This Immortal Coil

This Immortal Coil è un progetto in memoria di John Balance, nato dalla volontà del musicista francese Stéphane Grégoire. Il progetto è stato portato avanti per quattro anni ed ha condotto alla pubblicazione dell'album di cover dei Coil The Dark Age Of Love. L'idea di fondo viene spiegata dallo stesso Grégoire sul sito dedicato al progetto.

"Il 13 Novembre 2004, Jhonn Balance ci ha lasciato. Era, assieme a Peter Christopherson, il membro fondatore dei Coil. La sua morte improvvisa ha segnato la fine di vent'anni di attività e di genio musicale. Ho dunque deciso di lavorare ad un progetto che rendesse tributo a ciò.
Non volevo un'altra compilation che accumulasse pezzi senza una connessione. Il mio desiderio era di trasportare il suo mood musicale unico in un'altro più classico e maggiormente accessibile a tutti. L'idea nel suo complesso era di tributare un omaggio alla musica anche per ciò che c'era dietro, esattamente nel modo sottolineato dagli stessi Coil: 'i Coil sono più che musica'."

Il nome scelto per il progetto evoca una bella realtà degli anni '80 (ed utilizza un gioco di parole di cui ho abusato in passato), come conferma il paragrafo successivo.

"Ho tratto ispirazione dal progetto This Mortal Coil, avviato negli anni ottanta dall'etichetta inglese 4AD. Il manager della label aveva raggruppato alcuni dei propri artisti al fine di riproporre degli standard della musica rock e pop."

Le analogie, a dire il vero, sono ben poche: è diverso il criterio di reclutamento (Ivo Watts Russell aveva radunato solo i propri artisti o comunque personaggi che avevano collaborato a progetti della 4AD), è diverso il bacino del materiale riproposto (che in questo caso è limitato alla sola produzione dei Coil). Ma lo spirito dell'idea è invece molto simile, come viene spiegato subito dopo.

"La maggior parte di quelli che hanno partecipato a questo lavoro conoscevano a malapena i Coil. Il mio proposito era di non rivolgermi a quegli artisti che avevano una connessione esplicita con la musica del gruppo, lasciando stare i musicisti che affermavano di essere gli eredi di questo lavoro seminale. Il mio scopo era di giocare sulla scoperta e di condurre i pezzi dei Coil verso nuove interpretazioni, sbarazzandosi di tutte le influenze. Il rispetto e l'ammirazione che ho per il lavoro dei Coil mi ha condotto a circondarmi di artisti di talento che ammiravo anche per la loro scrittura brillante. Avevo bisogno di personalità forti che mostrassero un desiderio anche inconscio di mettere tutta la propria anima, con grande umiltà e maturità, nella loro partecipazione. L'interpretazione di Bonnie Prince Billy ne è certamente la testimonianza più intensa.
Ognuno degli artisti che hanno partecipato a questo progetto è rimasto profondamente affascinato dalla profondità del repertorio. Sono stati tutti motivati e felici di portare il proprio bagaglio personale e di condividerlo con gli altri.
I membri dei DAAU di Anversa, la virtuosa Christine Ott, Yann Tiersen and Matt Elliott hanno avuto incontri produttivi forti e appassionati, che hanno indotto Yann Tiersen ad offrire a Matt Elliott di partecipare al suo nuovo album Dust Lane. Per completare, e per rafforzare questo spirito di team, l'intero album è stato mixato da Oktopus (Dälek) che sapeva meglio di chiunque altro come mettere assieme il contributo di ciascun membro al progetto.

Peter Christopherson, che nel frattempo è tornato a lavorare con i suoi primi due gruppi Throbbing Gristle e Psychic TV, ha scritto di This Immortal Coil: 'Li AMO. E' la prima volta che qualcuno con talento e sensibilità musicale abbia impiegato tanto tempo ed impegno nel suonare brani dei Coil. Hanno assolutamente superato il mio test peli sul collo rizzati per l'intera durata dell'album. Sono rimasto sbalordito e ammirato.'
Dopo quattro anni dedicati a questo progetto, non potevo chiedere di più."

Così chiude la propria presentazione Stéphane Grégoire. Di mio aggiungo che il commento di Christopherson è sacrosanto, vista l'incredibile intensità di questo lavoro.
Consiglio vivissamente di ascoltarlo sia a chi ha amato i Coil, sia a chi non li ha mai neppure sentiti nominare. E anche chi non li avesse mai apprezzati in modo particolare, potrebbe trovare in queste tracce delicate, evocative e musicalmente ineccepibili, un nuovo inatteso punto di contatto.

8 novembre 2009

La gioia dei Massive Attack

Questa non è la recensione di un concerto. Non è la narrazione di una serata. E' la testimonianza di un rituale di adorazione, il cui oggetto sono stati i Massive Attack, protagonisti di uno splendido show ieri sera al Palasharp di Milano.

In forma strepitosa, con un contorno di voci che dire eccellenti è riduttivo (Martina Topley Bird, Horace Andy, Deborah Miller), accompagnati dal solito strepitoso gruppo di musicisti (tra cui cito sempre volentieri il chitarrista Angelo Bruschini), e graziati da un'acustica impeccabile, i due di Bristol hanno deliziato il pubblico milanese, che ha reso loro omaggio con numerose ovazioni e applausi anche nel bel mezzo delle canzoni, una manifestazione di stima e di affetto che ricordo di aver visto raramente tributato ad una band pop.

Bellissimo il palco, che con poche luci ed un solo screen posto dietro la band ha dimostrato che con mezzi tecnici non faraonici si può aggiungere emozione ad emozione (in particolare le frasi in italiano che scorrevano sullo sfondo hanno colpito tutti, soprattutto quelle riguardanti l'attualità di questo povero paese).

Assolutamente convincenti i pezzi nuovi (sei, se ho contato bene), proposti dal vivo prima dell'uscita del nuovo album (che ormai è slittato a data da destinarsi), notevoli tutti i nuovi arrangiamenti dei brani vecchi, al punto che mi auguro fortemente la realizzazione di un DVD di questo tour.
Inertia Creeps, Teardrop, Angel, Safe From Harm, Unfinished Sympathy e la stessa Karmacoma sono state proposte in versioni modificate - qualcuna in modo sottile, qualche altra in modo macroscopico, ma tutte decisamente efficaci.

Emozioni rare, una serata che in molti ricorderemo a lungo. Si esce sotto la pioggia battente, instupiditi, raggianti, commossi. Lunga vita ai Massive.


NB: le immagini non sono relative alla data di Milano. Per una volta non avevo la macchina fotografica, e me ne sono pentito.

1 novembre 2009

Gli Editors cambiano stile. Ma comunque...

Yawn... Che c'è? Ah? Si? Ooops, scusate, avevo appena finito di ascoltare In This Light And On This Evening, terzo e forse attesissimo album degli Editors, e mi ero appisolato.

Pessima gag, lo so, ma se non la sfrutto ora che mi accingo a parlare di un album davvero soporifero, quando potrò mai giocarmela in futuro?

Ma entriamo nel merito. Reduci da due album a loro volta decisamente noiosi, gli Editors decidono nella loro terza fatica di abbandonare il suono guitar-oriented e di darsi alle tastiere.
Una mossa originale, non fosse che è esattamente la stessa cosa che fecero i Joy Division quando cambiarono il nome in New Order.

Lì, è vero, si parlava di una delle più grandi band di sempre. E il cambio di stile (e di nome) era da imputare alla scomparsa di Ian Curtis. Qui siamo invece di fronte ad uno dei tantissimi emuli che nell'ultimo lustro si sono accumulati sulla lapide del cantante di Manchester ad accendere un lumino e a chiedere un po' di ispirazione. Il nostro evidentemente non collabora, e infatti l'ispirazione è proprio la merce che più latita nei vari Interpol, Editors e compagni (per i quali è stata coniata la brutta etichetta di Neo-Wave).

L'album si compone di nove tracce dalla durata sostenuta (la media è sopra i 4 :30) . Pezzi che sono giocati quasi tutti sugli stessi elementi: batteria minimale, molto sequencer, linee di synth decisamente basiche, la voce di Tom Smith che, pur gradevole quando si tiene sui toni baritonali che sfrutta maggiormente, a volte si lascia andare ad un falsetto alla Coldplay sul quale non ritengo di spendere un commento.

Il risultato, quando tutto va bene (vedi il singolo Papillon) è una scopiazzatura dei New Order che potrà andar bene per un po' nelle discoteche di tendenza. Quando tutto va male, si traduce in lunghi brani ripetitivi che mescolano un po' dei primi Human League, un po' di Coldplay, un po' di New Order, ma senza nulla di memorabile o di profondo.

Bricks And Mortar, con i suoi 6:15 di totale vacuità, è il manifesto del disco e rappresenta tutto ciò che i denigratori della goth-wave ritenevano che quest'ultima fosse: una gran noia con un tipo che fa la voce lugubre.

La sola Eat Raw Meat = Blood Drool esce dagli schemi e propone qualcosa di interessante. Ma è il penultimo pezzo e ormai è troppo tardi.

26 ottobre 2009

Alice In Chains back in blue

Quando gli Alice In Chains hanno annunciato, qualche tempo fa, la pubblicazione di un nuovo album, la reazione da parte dei fan di una delle più grandi band degli anni '90 non era stata esattamente positiva.

E' intuitivo quanto sia dura riproporsi utilizzando lo stesso nome dopo la morte del proprio cantante. Lo sanno ad esempio i Queen, che hanno realizzato un flop spaventoso con l'ultimo disco con Paul Rodgers. E hanno certamente avuto qualche timore, a suo tempo, anche gli AC/DC: soltanto col senno di poi possiamo affermare che la scommessa di Back In Black, che giocava tra l'altro in modo un po' discutibile sul ritorno listato a lutto, si tradusse nel loro successo più grande.

La band di Seattle si trovava addosso anche il rapporto ambiguo di Layne Staley con la morte, citata spesso nei testi della band e tema dominante di tutta la scena grunge dell'epoca. Come tornare dopo 14 anni (l'ultimo album con Staley, l'omonimo Alice In Chains, uscì nel 1995) senza snaturarsi e riuscendo a trovare il supporto di una fan-base certamente indignata?

Ok, Jerry Cantrell e soci ce l'hanno fatta. Il disco è bellissimo, e a momenti riesce anche a farmi dimenticare di star lì a fare confronti. Che sono inevitabili, naturalmente; ma il chitarrista, da sempre autore di tutti i brani del gruppo, è riuscito in qualche modo a far rivivere la magia dei vecchi lavori utilizzando la stessa formula di sempre: riparte dal disco precedente ma aggiunge e sottrae, creando qualcosa di mai sentito, pur con la messe incredibile di rimandi che lascio a voi indagare nei dettagli.

Il disco si apre con All Secrets Known, un pezzo che va sul sicuro riproponendo un classico sound "alla A.i.C", ma con idee armoniche e melodiche non scopiazzate. Si avverte subito che William DuVall, il nuovo cantante, dovrà faticare non poco per cercare una propria personalità. A momenti sembra un imitatore di Staley, e questa è l'accusa che gli è stata mossa da più parti. Dissento. Va ricordato che entrambi hanno alla fin fine affrontato i pezzi di Cantrell, il quale le canzoni le scrive in questo modo. E infatti è proprio il lavoro di Cantrell come seconda voce quello che definisce stilisticamente il cantato di questa band: a mio modo di vedere DuVall ne esce più che bene sulla base di questo ragionamento.
Segue Check My Brain, sulla stessa falsariga ma con un refrain molto più accattivante, non per nulla la canzone è stat scelta come secondo singolo.
Last Of My Kind schiaccia l'acceleratore sul versante metal, ricordando quante band degli anni '00 devono parte del proprio sound proprio a questi signori. I Black Label Society di Zakk Wylde sono i primi che mi vengono in mente.
Alla quarta traccia, con Your Decision, c'è il primo momento di rilassamento dal ritmo sostenuto delle prime tre canzoni. Grande ballata nello stile del mai abbastanza lodato ep Jar Of Flies, e sfodera anche un ritornello memorabile dal quale è difficile liberarsi.
A Looking In View gioca invece nei territori di Dirt, con un riff teutonico a martello, un gran lavoro di chitarre, un eccellente intreccio tra le voci di Cantrell e DuVall. Primo singolo estratto dall'album.
When The Sun Rose Again è il gioiellino inaspettato. Percussioni lignee e un gran lavoro di composizione di Cantrell, che gioca sugli accenti producendo un tempo complesso che sembra dispari ma non lo è. Bei break, cambi interessanti, uno dei pezzi migliori del disco.
Acid Bubble è la canzone che mi fa pensare di più a Tripod (come i fan chiamano l'ultimo album con Staley). Un pezzo oscuro e intriso d'angoscia, sostenuto da una chitarra lancinante. A metà il brano s'incattivisce in modo inatteso con un riff di scuola bastarda, di grandissimo impatto.
Da qui in poi però le tenebre che avvolgo i primi sette pezzi si diradano e fuoriesce qualche timido raggio di sole.
Lesson Learned è infatti un hard rock magistrale, dalle sonorità più ottimiste.
Take Her Out prosegue nello stesso stile ma con una riuscita forse inferiore, mi pare il pezzo meno interessante dell'album.
Private Hell è invece una canzone riflessiva splendidamente composta. Bello il testo e notevole, qui come altrove, l'interpretazione di DuVall.
Si approda all'ultima traccia con Black Gives Way To Blue, obbligatoria (?) chiusura lenta, con l'ospitata di Elton John al piano. Un brano che scarseggia in originalità, avrei preferito qualcosa di più coraggioso per la chiusura di un disco così ben riuscito.

E a questo punto, non mi resta che comprare il biglietto per il concerto del 2 dicembre. Vi farò sapere.

23 ottobre 2009

Ist Liebe Für Alle Da? (domande sui Rammstein)

I Rammstein sono un oggetto decisamente misterioso. Tutto in loro sa di fasullo, di prefabbricato, odorano di plastica come action figures del metal appena scartate.
Eppure emozionano, appassionano, piacciono a qualsiasi metallaro ed anche a qualche non metallaro. Come fanno? Questa è la prima domanda, e conto per ora di lasciarla irrisolta. Rifletterò sulla questione in altra sede, magari.

Ora è il momento di parlare di Liebe Ist Für Alle Da, il nuovo album giunto a quasi un lustro dal precedente. Prima di spararlo a volume insano nel lettore, mi chiedevo soprattutto una cosa: sarà migliore del tutto sommato deludente Rosenrot? Seconda domanda. Azzarderò una risposta, ma datemi tempo.

Lasciando per un attimo da parte l'aspetto goliardico predominante nel lancio dell'album (penso al video del singolo Pussy, che termina in scene di pornografia esplicita), quello che percepisco da un punto di vista strettamente musicale da parte degli alfieri del "tanz metall" è, più che un passo in avanti, uno scarto di lato.

Cosa potevano fare i R+ per suonare più cattivi, più disturbanti, più ammalianti che in Mutter o in Sennsucht? Terza domanda, e qui risposta secca: nulla, non potevano fare davvero più nulla per superarsi, e questo era proprio quanto esprimeva l'album precedente. Nonostante gli sforzi, battersi era diventato un obiettivo irraggiungibile. E allora, con calma, da veri professionisti capaci di calcolo e pazienza, i nostri hanno speso i quattro anni trascorsi per rifare i Rammstein uguali a prima ma diversamente uguali.

E hanno fatto spaventosamente centro. Il nuovo disco è un capolavoro di equilibrismi, capace di crescere ascolto dopo ascolto, denso di momenti di intensità sulfurea e traboccante di elementi che si stampano nei neuroni come una droga chimica, costringendo alla dipendenza.
Il tutto, calcando pesantemente sul loro classico riff-o-rama di base - chi distingue un granitico muro di chitarra dall'altro? quarta domanda, ma essendo retorica non vale - lavorando però sui pezzi in modo da caratterizzarli e renderli unici, perfettamente distinguibili e funzionali allo sviluppo del disco. Ehi, mi viene da pensare, ma hanno ragionato come per un disco pop! Già. Qui la domanda la salto e passo alla risposta: certo, i Rammstein sono, semplicemente, una grande pop band che sfrutta elementi del metal, ormai assimilati dall'immaginario collettivo, e li fonde con gli elementi più disparati, tutti però dal forte impatto sulla fantasia e capaci di piantarsi nella memoria.

Il livello delle composizioni è mediamente buono, con qualche eccellenza e poche vere delusioni. Tra i brani migliori rientrano i primi tre - Rammlied, che rimescola efficacemente vecchi elementi del sound "alla Rammstein", l'ottima Ich Tu Dir Weh, la violenta Waidmanns Heil, che usa toni epici per un testo sulla caccia che farà ovviamente discutere - e l'eccellente title track, forse il pezzo più riuscito del disco.
Interessanti la pesantissima Bückstabü, in cui il canto si avvicina un po' al growl, e la ballata Frühling In Paris, in cui i toni si fanno decisamente più romantici: questo è un album in cui la voce di Till Lindeman è finalmente capace di spaziare un po' di più che non nel passato.
Dopo qualche ascolto si fanno apprezzare anche i brani più calssicamente metal, come Wiener Blut e Mehr, ben scritte e ben arrangiate anche se quasi prive dell'apporto delle tastiere di Flake.
Bruttina invece la depechemodiana Haifisch, troppo orecchiabile e basata su una melodia scontatissima e su tastiere davvero abusate.
Inaccettabile, anche come scherzo, l'orrida Pussy. Ne avevo già abbastanza delle varie Amerika e Te Quiero Puta per tollerare un'altra barzelletta musicata.
Discorso a parte per la conclusiva Roter Sand, ballatona epica ben riuscita ma che paga lo scotto di giungere come secondo pezzo lento in un solo album.

Ma dunque, alla fine, quest'album è migliore di Rosenrot? Si, abbastanza, ma non raggiunge le vette del passato. E' interessante però la scelta di innovare la formula, nei limiti del possibile. Attendo i sei germanici al varco del prossimo album. E, nel frattempo, faccio air guitar su questo. Fortuna che non mi vede nessuno.

Post Scriptum: ma quanto è bello l'artwork? Ehi, un'altra domanda. Rispondo subito: molto, molto bello.

22 ottobre 2009

Living Colour in the doorway

Questo blog è nato un po' di tempo fa proprio con un post sui Living Colour. In quell'occasione ero reduce da un loro bel concerto al MusicDrome di Milano, e recensivo la serata in termini decisamente positivi. E' pertanto con una punta di dispiacere che mi accingo a parlare del nuovo disco della band, una uscita deludente che proprio non mi aspettavo.

Velocissima storia: i Living Colour nascono negli anni '80, proponendo una miscela di hard rock e funk che dà uno scossone ai cliché del rock di marca statunitense dell'epoca.
Incorporano di tutto, dal metal all'hip hop, discostandosi però da altre band che fanno del crossover la propria bandiera, sia per l'approccio politicizzato dei testi (influenzato anche dal fatto di essere una all-black band), che per i toni nonostante tutto leggeri che riescono a dare alla propria musica: una colorata sarabanda che, al suo meglio, sforna capolavori da college radio come Funny Vibes, Cult of Personality, Type e via citando.

Dopo i primi due fortunati album (Time's Up, 1988, e Vivid, 1990) e l'EP Biscuits, nel 1993 giunge il primo scossone: Stain è un album molto più concentrato sul metal vero e proprio, appesantito nella formula e che non piace quasi a nessuno, fatti salvi i meriti musicali indiscutibili del chitarrista Vernon Reid e del cantante Corey Glover. Qui la band si arena e giunge lo scioglimento.

Ok, avevo detto storia "velocissima", mi sono dilungato un tantino. Ma la cronologia ci aiuta e salta a piè pari al 2003, quando i Living Colour si ripresentano con il nuovo album Collideoscope. Si tratta di un buon lavoro, non eccellente ma ricco di spunti, con alcuni ottimi brani e momenti che fanno rivivere lo spirito dei primi dischi.

Giunge adesso, dopo altri sei anni che hanno visto soltanto la pubblicazione di un paio di buoni live, The Chair In The Doorway, il quinto album di studio. E per la prima volta non mi spiego proprio cosa avessero in mente i Living Colour quando hanno assemblato questo disco. Lo stile si è appiattito sull'hard rock più tradizionale, per giunta con un trattamento sonoro da band indie che non rende giustizia alla perizia tecnica del quartetto. Gli undici brani scorrono via anonimi, senza infamia e senza lode, tanto che non ho neppure voglia di andarmi a cercare i titoli per trascriverne qualcuno. Trentacinque minuti di compitino svogliato, senza guizzi e senza nulla che lasci traccia nella memoria. La ghost track aggiunge solo una manciata di minuti e si sarebbe potuta anche evitare, considerato che si tratta del brano più debole del lotto.
Mah.