Alfiere in ambito musicale di una politicizzazione dura e pura sin dai tempi del Pop Group (chi altri può vantare un titolo come "For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?"), Mark Stewart ci ha abituati anche nella carriera solista ad uno stile intransigente anche dal punto di vista sonoro, con album ricchi di sperimentazioni ai confini con l'industrial, e spesso deliberatamente ostici.
Questo album rappresenta dunque una svolta inaspettata in una direzione molto più accessibile, anche se non si assiste all'abbandono della personalità caratteristica di Stewart, il quale si guarda bene dal gettare a mare i propri stilemi: li ammorbidisce, semmai, aggiungendo elementi di maggiore fruibilità o evitando di scivolare nel rumorismo puro come aveva spesso fatto in passato.
The Politics Of Envy è ricco di collaborazioni più che illustri: Lee "Scratch" Parry, Daddy G, Bobby Gillespie, ma non sempre queste si traducono in un vero valore aggiunto (la performance di Daddy G è alquanto inudibile, ad esempio). Non è però questo il vero problema del disco, che oscilla tra alcuni momenti buoni (soprattutto in apertura e chiusura) e altri piuttosto opachi. Mi viene da pensare che nel tentativo di raggiungere un risultato più pop, il buon Mark si sia trovato su un terreno non suo, smarrendo qua e là la direzione.
In ogni caso, un disco non da buttare, anche grazie all'attivismo mai domo che traspare dai testi, i quali alzano di una spanna anche il giudizio più intransigente sulla qualità musicale di alcuni brani.
Nota a margine per il secondo CD allegato all'edizione "speciale": si tratta di cinque remix di brani dell'album, per lo più interessanti.
8 luglio 2012
3 luglio 2012
L'Apnea degli O.Children
A due anni dal più che discreto debutto omonimo, gli O.Children si ripresentano con il nuovo lavoro Apnea. Ero molto curioso di sentire cosa avrebbero tirato fuori, considerati diversi fattori che vado a snocciolare per la vostra gioia.
Innanzi tutto, il filone nel quale sembra - almeno ad una analisi suoperficiale - collocarsi la band (i vari paladini del "neo-wave" Interpol, Editors, White Lies) sembra essere giunto ad una fase di stallo, e questo avrebbe potuto suggerire un cambio di registro alla band londinese.
Seconda questione, il primo disco presentava dei limiti stilistici che rischiavano di imbrigliare il collettivo in una classica trappola: "o rifacciamo un disco identico, o diventiamo un'altra cosa", dilemma dal quale di solito escono prodotti incerti e deludenti.
Infine, per qualche motivo quel primo album mi aveva irretito come solo i dischi genuinamente pop possono fare: avevo iniziato ad ascoltarlo compulsivamente, pur conscio che non fosse un'opera epocale. Si trattava di un disco ben scritto, certo, ed anche di una certa sostanza, ma confesso di aver avuto la classica sensazione di essere null'altro che il perfetto target di quel blend di reminiscenze gothic, elettronica a sprazzi, voce cavernosa e ritmiche quadrate, con l'aggiunta qua e là di elementi a sorpresa.
Prodotto tra una serie di difficoltà - il cantante Tobias O'Kandi ha rischiato di essere costretto a lasciare il Regno Unito per problemi di immigrazione - il secondo album sceglie una strada conservativa, mantenendo tutte le caratteristiche dell'esordio, ma riesce in qualche modo a suonare ancora fresco, come una ideale ma non scontata "parte 2".
Holy Wood apre molto bene le danze, e il disco snocciola via via brani un po' più oscuri alternati ad altri dalla melodia spiccatamente pop, pur arrangiati nelle sonorità più darkettone che hanno condannato gli O-Children, come decine di gruppi prima di loro, ad essere eternamente associata ai Joy Division. Tra le migliori potrei segnalare Red Like Fire, oppure Yours for You, ma sono pochi i momenti sotto tono. Se non li conoscete, provate a farvi assorbire dalla profonda voce baritonale del leader e fatemi sapere se anche voi sviluppate dipendenza.
Innanzi tutto, il filone nel quale sembra - almeno ad una analisi suoperficiale - collocarsi la band (i vari paladini del "neo-wave" Interpol, Editors, White Lies) sembra essere giunto ad una fase di stallo, e questo avrebbe potuto suggerire un cambio di registro alla band londinese.
Seconda questione, il primo disco presentava dei limiti stilistici che rischiavano di imbrigliare il collettivo in una classica trappola: "o rifacciamo un disco identico, o diventiamo un'altra cosa", dilemma dal quale di solito escono prodotti incerti e deludenti.
Infine, per qualche motivo quel primo album mi aveva irretito come solo i dischi genuinamente pop possono fare: avevo iniziato ad ascoltarlo compulsivamente, pur conscio che non fosse un'opera epocale. Si trattava di un disco ben scritto, certo, ed anche di una certa sostanza, ma confesso di aver avuto la classica sensazione di essere null'altro che il perfetto target di quel blend di reminiscenze gothic, elettronica a sprazzi, voce cavernosa e ritmiche quadrate, con l'aggiunta qua e là di elementi a sorpresa.
Prodotto tra una serie di difficoltà - il cantante Tobias O'Kandi ha rischiato di essere costretto a lasciare il Regno Unito per problemi di immigrazione - il secondo album sceglie una strada conservativa, mantenendo tutte le caratteristiche dell'esordio, ma riesce in qualche modo a suonare ancora fresco, come una ideale ma non scontata "parte 2".
Holy Wood apre molto bene le danze, e il disco snocciola via via brani un po' più oscuri alternati ad altri dalla melodia spiccatamente pop, pur arrangiati nelle sonorità più darkettone che hanno condannato gli O-Children, come decine di gruppi prima di loro, ad essere eternamente associata ai Joy Division. Tra le migliori potrei segnalare Red Like Fire, oppure Yours for You, ma sono pochi i momenti sotto tono. Se non li conoscete, provate a farvi assorbire dalla profonda voce baritonale del leader e fatemi sapere se anche voi sviluppate dipendenza.
1 luglio 2012
Jarmusch, il liuto e l'ingresso nell'eternità
Jozef Van Wissem è un liutista noto in ambiente classico per le sue composizioni in bilico tra minimalismo e improvvisazione, un virtuoso dello strumento ma anche un innovatore sensibile alla contemporaneità.
Jim Jarmusch è famoso soprattutto per essere il regista di film indipendenti di un certo successo come Daunbailò, Taxisti di Notte, Coffe & Cigarettes, Broken Flowers, opere cinematografiche nelle quali lambisce spesso il confine tra cinema e musica rock e jazz (tra i suoi attori ci sono stati John Lurie, Joe Strummer, Iggy Pop, Tom Waits, solo per citarne alcuni).
Ma cosa ci fanno due nomi così diversi affiancati sulla copertina di quest'album? Concerning The Entrance Into Eternity è un disco di lunghe composizioni per liuto e chitarra elettrica, una accoppiata inusuale e ancora più sorprendente quando si considera che Jarmush non ha mai inciso un album prima d'ora, pur essendo un appassionato di musica e un chitarrista per passione.
Il connubio tra i due musicisti è strano anche nei risultati, ma si fa apprezzare per l'originalità. Van Wissem è un musicista classico dall'esecuzione precisa, pulita, "classica", appunto. Jarmush è un chitarrista autodidatta con un approccio "sporco" allo strumento, poco controllato, istintivo, con un debole per le note lunghe e il feedback. Sembra insomma affascinato dalla natura elettrica dello strumento un po' come qualsiasi chitarrista in erba lo è stato davanti al prorpio primo amplificatore. Ne nasce un incontro-scontro tra due approcci completamente diversi, e tra due sonorità quasi inconciliabili, eppure sottilmente complementari.
L'album non è per tutti i palati, naturalmente, ed io mi ci sono avvicinato per la mia passione per il cinema di Jarmush. Non è neppure però inconcepibilmente sperimentale. L'effetto è quello di un minimal-ambient con spruzzate noise, molto rilassante e a tratti ipnotico. Provate a dare un ascolto e magari vi regalerà un'oretta di fuga dalla realtà niente male.
Jim Jarmusch è famoso soprattutto per essere il regista di film indipendenti di un certo successo come Daunbailò, Taxisti di Notte, Coffe & Cigarettes, Broken Flowers, opere cinematografiche nelle quali lambisce spesso il confine tra cinema e musica rock e jazz (tra i suoi attori ci sono stati John Lurie, Joe Strummer, Iggy Pop, Tom Waits, solo per citarne alcuni).
Ma cosa ci fanno due nomi così diversi affiancati sulla copertina di quest'album? Concerning The Entrance Into Eternity è un disco di lunghe composizioni per liuto e chitarra elettrica, una accoppiata inusuale e ancora più sorprendente quando si considera che Jarmush non ha mai inciso un album prima d'ora, pur essendo un appassionato di musica e un chitarrista per passione.
Il connubio tra i due musicisti è strano anche nei risultati, ma si fa apprezzare per l'originalità. Van Wissem è un musicista classico dall'esecuzione precisa, pulita, "classica", appunto. Jarmush è un chitarrista autodidatta con un approccio "sporco" allo strumento, poco controllato, istintivo, con un debole per le note lunghe e il feedback. Sembra insomma affascinato dalla natura elettrica dello strumento un po' come qualsiasi chitarrista in erba lo è stato davanti al prorpio primo amplificatore. Ne nasce un incontro-scontro tra due approcci completamente diversi, e tra due sonorità quasi inconciliabili, eppure sottilmente complementari.
L'album non è per tutti i palati, naturalmente, ed io mi ci sono avvicinato per la mia passione per il cinema di Jarmush. Non è neppure però inconcepibilmente sperimentale. L'effetto è quello di un minimal-ambient con spruzzate noise, molto rilassante e a tratti ipnotico. Provate a dare un ascolto e magari vi regalerà un'oretta di fuga dalla realtà niente male.
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25 giugno 2012
24 giugno 2012
Wishful Remaster
Della ristampa di A Secret Wish vi avevo parlato un paio d'anni fa, vi rimando dunque a quella pagina per storia e considerazioni sui Propaganda e la loro storia con la ZTT.
Stavolta si parla invece di Wishful Thinking, il disco di versioni remix che venne pubblicato nel 1985, pochi mesi dopo l'uscita di quel primo e unico album della band.
Si trattava di un'operazione tipicamente "ZTT anni '80": l'album fu assemblato con cura meticolosa, e realizzato decostruendo, ricostruendo, remixando e ricompilando le canzoni del disco di inediti, dando vita insomma ad un'opera a se' stante. Non esattamente la stessa cosa che limitarsi a mettere in fila le versioni alternative già prodotte per i singoli a 7" e 12", come divenne prassi comune per i "remix album", moda passeggera ma gloriosa (uno degli ultimi avvistati fu negli anni '90 quello delle versioni dub di Protection dei Massive Attack) di cui d'altronde proprio questo è uno dei primissimi esempi.
Sebbene fosse andato incontro ad un fallimento comerciale, il disco è rimasto nel cuore dei fan della band di Claudia Brücken e Susanne Freytag, forse anche per la scarsità d'altro materiale. Non aveva però conosciuto fino ad ora alcuna particolare riedizione, se non l'abituale successione di ristampe in CD per la Island, la Universal, la Repertoire e la stessa ZTT.
Viene rispolverato solo adesso e riceve l'aggiunta di diverse bonus nell'ambito della Element Series della ZTT, che ha già visto ristampe ampliate degli stessi Propaganda, degli Art Of Noise, dei Frankie Goes To Hollywood.
L'operazione è un po' controversa. Il merito principale è quello di portare alla luce due versioni di p:Machinery con la chitarra di John McGeoch, registrata in uno degli infiniti esperimenti dell'etichetta ma mai aggiunta alle versioni date alle stampe all'epoca. Per il resto, il materiale addizionato è di non eccezionale interesse, e poco aggiunge di nuovo. Vero che il collezionista apprezza questo ed altro, ma fa un po' strano osservare che dopo la ristampa in 2 CD di A Secret Wish, e questa edizione ampliata di Wishful Thinking, non si sia ancora trovato posto per il 7" mix di Jewel!
Comunque, se non ce l'avete già in edizione normale, è l'occasione buona per portarlo a casa, considerata anche la saggia politica di prezzi bassi tenuta dall'etichetta per la Element Series.
Disturbdances
1 Abuse 3:30
2 Machined 6:54
3 Laughed!8:54
4 Loving 0:47
5 Jewelled 7:44
6 Loved 6:43
7 Abuse 4:18
8 Thought 2:38
Deviations
9 Strength To Dream (Outtake 04.02.84) 2:29
10 p:Machinery (The Beta Wraparound) 10:47
11 The Murder Of Love (Murderous Instrumental) 4:29
12 Dr Mabuse (Outtake 24.04.85) 5:41
13 Frozen Faces (A Secret Sense Of Rhythm) 5:09
14 p:Machinery (The Voiceless Beta Wraparound Edit) 4:25
Stavolta si parla invece di Wishful Thinking, il disco di versioni remix che venne pubblicato nel 1985, pochi mesi dopo l'uscita di quel primo e unico album della band.
Si trattava di un'operazione tipicamente "ZTT anni '80": l'album fu assemblato con cura meticolosa, e realizzato decostruendo, ricostruendo, remixando e ricompilando le canzoni del disco di inediti, dando vita insomma ad un'opera a se' stante. Non esattamente la stessa cosa che limitarsi a mettere in fila le versioni alternative già prodotte per i singoli a 7" e 12", come divenne prassi comune per i "remix album", moda passeggera ma gloriosa (uno degli ultimi avvistati fu negli anni '90 quello delle versioni dub di Protection dei Massive Attack) di cui d'altronde proprio questo è uno dei primissimi esempi.
Sebbene fosse andato incontro ad un fallimento comerciale, il disco è rimasto nel cuore dei fan della band di Claudia Brücken e Susanne Freytag, forse anche per la scarsità d'altro materiale. Non aveva però conosciuto fino ad ora alcuna particolare riedizione, se non l'abituale successione di ristampe in CD per la Island, la Universal, la Repertoire e la stessa ZTT.
Viene rispolverato solo adesso e riceve l'aggiunta di diverse bonus nell'ambito della Element Series della ZTT, che ha già visto ristampe ampliate degli stessi Propaganda, degli Art Of Noise, dei Frankie Goes To Hollywood.
L'operazione è un po' controversa. Il merito principale è quello di portare alla luce due versioni di p:Machinery con la chitarra di John McGeoch, registrata in uno degli infiniti esperimenti dell'etichetta ma mai aggiunta alle versioni date alle stampe all'epoca. Per il resto, il materiale addizionato è di non eccezionale interesse, e poco aggiunge di nuovo. Vero che il collezionista apprezza questo ed altro, ma fa un po' strano osservare che dopo la ristampa in 2 CD di A Secret Wish, e questa edizione ampliata di Wishful Thinking, non si sia ancora trovato posto per il 7" mix di Jewel!
Comunque, se non ce l'avete già in edizione normale, è l'occasione buona per portarlo a casa, considerata anche la saggia politica di prezzi bassi tenuta dall'etichetta per la Element Series.
Disturbdances
1 Abuse 3:30
2 Machined 6:54
3 Laughed!8:54
4 Loving 0:47
5 Jewelled 7:44
6 Loved 6:43
7 Abuse 4:18
8 Thought 2:38
Deviations
9 Strength To Dream (Outtake 04.02.84) 2:29
10 p:Machinery (The Beta Wraparound) 10:47
11 The Murder Of Love (Murderous Instrumental) 4:29
12 Dr Mabuse (Outtake 24.04.85) 5:41
13 Frozen Faces (A Secret Sense Of Rhythm) 5:09
14 p:Machinery (The Voiceless Beta Wraparound Edit) 4:25
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La nuova scelta dei Cult
Non sono mai stato un grandissimo fan della band di Ian Astbury e Billy Duffy. L'immagine, un po' sopra le righe, da rockettari ubriaconi e sfascia-hotel, e la svolta hard rock di metà anni '80, me ne avevano alienato le simpatie già all'epoca, preso da band dallo stile più duro e puro, e ne avevo pertanto perso le tracce rapidamente.
Ne ho soltanto dopo riscoperto gli inizi come Southern Death Cult prima, Death Cult poi, e i primissimi album a nome Cult (Dreamtime e Love), dei quali ho apprezzato in retrospettiva non solo le radici goth ma anche una certa freschezza compositiva, nonostante le evidenti radici nel rock-blues e qualche eccesso lirico da Doors "de' noantri".
A quel punto mi sono messo a scavare nella loro discografia e, come spesso mi capita, mi sono affezionato anche ai dischi peggiori. Che poi a mio modo di vedere, nel caso dei Cult, sono anche quelli più noti e che hanno venduto maggiormente: Electric e Sonic Temple, due monoliti prodotti (benissimo) da due nomi "sicuri" come Rick Rubin e Bob Rock, perfetti in ogni dettaglio, privi di sbavature, radiofonici e da stadio quel tanto che bastava insomma a rendermili poco digeribili.
Meglio la discografia successiva, che con tutti i suoi difetti gode se non altro del fascino maledetto del mancato successo: una serie di passi falsi da Ceremony (un album ispirato dai nativi americani e sommerso dall'ondata grunge che lo rese obsoleto già all'uscita), a The Cult (che come spesso capita agli album omonimi non era rappresentativo di alcuna delle anime del gruppo, e non convinse ne' i fan della prima ora ne' quelli della seconda), a - dopo 7 anni di stasi - Beyond Good And Evil, un disco iper-prodotto dal ritrovato Bob Rock, impegnato a comprimere ogni singola nota delle tracce fino a farle praticamente esplodere dai diffusori.
Il successivo Born Into This, ancora 6 anni dopo, pur se presentato come il grande ritorno dei Cult, mi era sembrato invece una sorta di azzeramento, un tentativo di ripartire da capo senza star troppo a pensare a cosa si aspettasse il pubblico. Perchè era forse questo il peccato maggiore dei Cult da metà anni '80 in poi: come spesso accade alle band baciate da un successo insperato, si erano infilati in un pericoloso tunnel di lavori che, nel tentativo di occhieggiare al mercato, finivano per alienarsi le simpatie di tutti.
Dopo altri 5 anni ed un periodo in cui la band aveva annunciato di voler rinunciare al formato album, e di volersi concentrare sulla pubblicazione di singoli brani in formato digitale, esce ora questo Choice of Weapon, evidentemente un ulteriore ripensamento della propria strategia commerciale, visto che si tratta di un album dalla durata standard e presentato nel formato CD tradizionale oltre a quello digitale.
Pur non facendo gridare al capolavoro, il disco è una buona prova e alterna reminiscenze del periodo "goth" ad un hard rock più convenzionale, con un livello qualitativo generale più che buono, superiore certamente alll'album precedente. La band continua a non convincermi a livello di personalità, ma musicalmente si tratta di un buon lavoro che piacerà certamente ai vecchi fan e non deluderà l'ascoltatore occasionale in cerca di qualcosa che si situi tra il rock alternativo pàù intransigente ed un ascolto leggero di stampo più radiofonico.
Ne ho soltanto dopo riscoperto gli inizi come Southern Death Cult prima, Death Cult poi, e i primissimi album a nome Cult (Dreamtime e Love), dei quali ho apprezzato in retrospettiva non solo le radici goth ma anche una certa freschezza compositiva, nonostante le evidenti radici nel rock-blues e qualche eccesso lirico da Doors "de' noantri".
A quel punto mi sono messo a scavare nella loro discografia e, come spesso mi capita, mi sono affezionato anche ai dischi peggiori. Che poi a mio modo di vedere, nel caso dei Cult, sono anche quelli più noti e che hanno venduto maggiormente: Electric e Sonic Temple, due monoliti prodotti (benissimo) da due nomi "sicuri" come Rick Rubin e Bob Rock, perfetti in ogni dettaglio, privi di sbavature, radiofonici e da stadio quel tanto che bastava insomma a rendermili poco digeribili.
Meglio la discografia successiva, che con tutti i suoi difetti gode se non altro del fascino maledetto del mancato successo: una serie di passi falsi da Ceremony (un album ispirato dai nativi americani e sommerso dall'ondata grunge che lo rese obsoleto già all'uscita), a The Cult (che come spesso capita agli album omonimi non era rappresentativo di alcuna delle anime del gruppo, e non convinse ne' i fan della prima ora ne' quelli della seconda), a - dopo 7 anni di stasi - Beyond Good And Evil, un disco iper-prodotto dal ritrovato Bob Rock, impegnato a comprimere ogni singola nota delle tracce fino a farle praticamente esplodere dai diffusori.
Il successivo Born Into This, ancora 6 anni dopo, pur se presentato come il grande ritorno dei Cult, mi era sembrato invece una sorta di azzeramento, un tentativo di ripartire da capo senza star troppo a pensare a cosa si aspettasse il pubblico. Perchè era forse questo il peccato maggiore dei Cult da metà anni '80 in poi: come spesso accade alle band baciate da un successo insperato, si erano infilati in un pericoloso tunnel di lavori che, nel tentativo di occhieggiare al mercato, finivano per alienarsi le simpatie di tutti.
Dopo altri 5 anni ed un periodo in cui la band aveva annunciato di voler rinunciare al formato album, e di volersi concentrare sulla pubblicazione di singoli brani in formato digitale, esce ora questo Choice of Weapon, evidentemente un ulteriore ripensamento della propria strategia commerciale, visto che si tratta di un album dalla durata standard e presentato nel formato CD tradizionale oltre a quello digitale.
Pur non facendo gridare al capolavoro, il disco è una buona prova e alterna reminiscenze del periodo "goth" ad un hard rock più convenzionale, con un livello qualitativo generale più che buono, superiore certamente alll'album precedente. La band continua a non convincermi a livello di personalità, ma musicalmente si tratta di un buon lavoro che piacerà certamente ai vecchi fan e non deluderà l'ascoltatore occasionale in cerca di qualcosa che si situi tra il rock alternativo pàù intransigente ed un ascolto leggero di stampo più radiofonico.
8 giugno 2012
dEUS a sorpresa
Essendo uscito da soli 9 mesi l'ottimo Keep You Close, nessuno si aspettava che i dEUS potessero dare alla luce un nuovo album di inediti. Soprattutto parlando di una band che ha l'abitudine di attendere almeno 3 anni tra un disco e il successivo.
Tom Barman, leader del collettivo belga, ha però spiegato che l'uscita dipende dalla grande quantità di materiale pronto al momento di compilare Keep You Close, e dalla mutata strategia del gruppo, che ha preferito aggiungere qualche nuova composizione a quelle canzoni e darle in pasto al pubblico in un'impeto "di getto" piuttosto che lasciarle ammuffire in un cassetto per poi decidere tra due anni se fossero ancora attuali o meno.
Ecco dunque Following Sea, 10 canzoni che in parte tramandano lo spirito di Keep You Close, in parte ripiegano su un mood intimista e più incerto (mi viene in mente qua e là l'incostante Vantage Point), ma puntano soprattutto su un'atmosfera meno tesa e più svagata rispetto al predecessore, per quanto l'aggettivo "svagato" possa applicarsi ad una band come i dEUS.
Il paragone con Keep You Close è difficile e sarebbe ingeneroso: quello era un disco in stato di grazia, una combinazione di elementi alchemicamente efficacissima, insomma un monolito difficile da uguagliare. E infatti un effetto collaterale dell'operazione-bis è proprio, paradossalmente, di mettere questo nuovo album un po' al riparo da un certo tipo di critiche. Nessuno se lo aspettava, e dunque non c'era nessuna particolare aspettativa da rispettare: più che altro una curiosità del tipo "perchè l'hanno fatto?"
Colpisce però in modo estremamente positivo l'incredibile apertura di Quatre mains, brano frizzante, dinamico, divertente ed inquietante allo stesso tempo, nonché prima volta di Barman in francese su disco. Seguono Sirens e Hidden wounds, due di quelle canzoni che non dicono moltissimo al primo ascolto ma crescono ai passaggi successivi. Il contrario di Girls keep drinking, un brano molto ruffiano - quasi troppo - ma vivace ed efficace nel suo intelligent-pop basato su un testo molto divertente. Nothings è invece una splendida ballata dai toni stranianti, mentre la successiva The soft fall sembra quasi riportare alla mente gli episodi più psichedelici di Ideal Crash. Crazy about you è il solo vero passo falso, una canzoncina romantica molto radiofonica ma decisamente banale. Si tratta forse del punto più basso della scrittura della band, e mi viene da pensare che la sua inclusione dipenda da una svista, anche perchè rimuovendola non ci si sarebbe perso nulla. A partire da qui il disco però non perde un colpo: The give up Gene è un brano suadente e ben orchestrato che ci racconta il naufragio della Concordia da un punto di vista originale; Fire up the Google beast algorithm, con i suoi due minuti di energia e ritmo sghembo, potrebbe essere uno dei migliori brani del primo periodo della band; e infine la conclusiva One thing about waves è esente da classificazione: uno di quei brani per cui i dEUS sono i dEUS e voi non siete un cazzo. Oh, pardonnez-moi.
Tom Barman, leader del collettivo belga, ha però spiegato che l'uscita dipende dalla grande quantità di materiale pronto al momento di compilare Keep You Close, e dalla mutata strategia del gruppo, che ha preferito aggiungere qualche nuova composizione a quelle canzoni e darle in pasto al pubblico in un'impeto "di getto" piuttosto che lasciarle ammuffire in un cassetto per poi decidere tra due anni se fossero ancora attuali o meno.
Ecco dunque Following Sea, 10 canzoni che in parte tramandano lo spirito di Keep You Close, in parte ripiegano su un mood intimista e più incerto (mi viene in mente qua e là l'incostante Vantage Point), ma puntano soprattutto su un'atmosfera meno tesa e più svagata rispetto al predecessore, per quanto l'aggettivo "svagato" possa applicarsi ad una band come i dEUS.
Il paragone con Keep You Close è difficile e sarebbe ingeneroso: quello era un disco in stato di grazia, una combinazione di elementi alchemicamente efficacissima, insomma un monolito difficile da uguagliare. E infatti un effetto collaterale dell'operazione-bis è proprio, paradossalmente, di mettere questo nuovo album un po' al riparo da un certo tipo di critiche. Nessuno se lo aspettava, e dunque non c'era nessuna particolare aspettativa da rispettare: più che altro una curiosità del tipo "perchè l'hanno fatto?"
Colpisce però in modo estremamente positivo l'incredibile apertura di Quatre mains, brano frizzante, dinamico, divertente ed inquietante allo stesso tempo, nonché prima volta di Barman in francese su disco. Seguono Sirens e Hidden wounds, due di quelle canzoni che non dicono moltissimo al primo ascolto ma crescono ai passaggi successivi. Il contrario di Girls keep drinking, un brano molto ruffiano - quasi troppo - ma vivace ed efficace nel suo intelligent-pop basato su un testo molto divertente. Nothings è invece una splendida ballata dai toni stranianti, mentre la successiva The soft fall sembra quasi riportare alla mente gli episodi più psichedelici di Ideal Crash. Crazy about you è il solo vero passo falso, una canzoncina romantica molto radiofonica ma decisamente banale. Si tratta forse del punto più basso della scrittura della band, e mi viene da pensare che la sua inclusione dipenda da una svista, anche perchè rimuovendola non ci si sarebbe perso nulla. A partire da qui il disco però non perde un colpo: The give up Gene è un brano suadente e ben orchestrato che ci racconta il naufragio della Concordia da un punto di vista originale; Fire up the Google beast algorithm, con i suoi due minuti di energia e ritmo sghembo, potrebbe essere uno dei migliori brani del primo periodo della band; e infine la conclusiva One thing about waves è esente da classificazione: uno di quei brani per cui i dEUS sono i dEUS e voi non siete un cazzo. Oh, pardonnez-moi.
3 giugno 2012
John Foxx and the Maths, è già tempo di bis
Il primo album di John Foxx and the Maths, uscito solamente un anno fa, era stato un botto inaspettato: lo descrivevo allora come un album molto energico, nella migliore tradizione sintetica inaugurata dallo stesso Foxx più di tre decadi fa, e capace di far battere il piedino anche a un cadavere, pur trasudando classe e sonorità raffinate (nonchè da veri intenditori del vintage) da tutti i pori.Il duo (non fatevi ingannare dal nome: "The Maths" altri non è che il solo Ben Edwards, anche noto come Benge), in questo secondo volume The Shape of Things si ripropone in un mood molto più pacato, ricollocandosi a metà strada tra i brani meno tirati del primo disco e le creazioni in stile ambient che Foxx ha dato alla luce negli ultimi anni, da solo o in collaborazione con altri musicisti del calibro di Harold Budd e Robin Guthrie.
La scelta è un po' sorprendente, considerato che del primo album erano state soprattutto lodate l'energia e la vitalità (oltre al gran lavoro sulle sonorità in prevalenza analogiche). L'album per i miei gusti è comunque un po' troppo sbilanciato, e presenta cadute nel ritmo che lo rendono meno godibile del primo, pur restando di molto sopra la sufficienza e confermando Foxx come uno dei maestri indiscussi del genere.
L'album si compone di otto canzoni e sei brevi brani strumentali. Questi ultimi, pur apprezzabili di per se', spezzano la continuità del disco e lasciano poca traccia nella memoria dell'ascoltatore, perdendosi in una sorta di funzione di sottofondo poco significativo.
Le otto canzoni, quasi tutte dall'incedere piuttosto lento, sono il piatto forte, a partire dall'ottima Rear View Mirror, marziale ed epica, che come altre composizioni del disco si colloca in modo perfetto nella storia personale di Foxx, della quale richiama il primissimo periodo solista. La successiva Talk rallenta ulteriormente il rirmo e ci porta in ambienti minimali, con strati di synth e cascate noise. September Town è ancora molto "vecchio John Foxx", mentre risulta un po' anonima la successiva Unrecognized. Falling Away rivitalizza un po' la collezione con l'uso di sonorità distorte che squarciano il brano usl quale Foxx recita ieratico, mentre Invisible Ray presenta una voce pesantemente filtrata su un tappeto di synth quasi alla Dead Can Dance. Nota speciale per l'ottima Vapour Trails, un salto indietro allo stile del primo album degli Ultravox!, seguita da un gioellino old school come Tides. Chiude la collezione il capolavoro dell'album, The Shadow Of His Forme Self, un brano lento ma vitale ed energico che vale da solo l'ascolto di tutto il disco.
Due le edizioni disponibili: una aggiunge un secondo CD di remix del primo album; l'altra non ha il CD bonus ma sfoggia due tracce aggiuntive: un rimaneggiamento di Talk con ospite Matthew Dear, più oscura ed inquietante dell'originale, e l'inedito Where You And I Begin, con Tara Bush.
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