14 giugno 2011

Depeche Mode Remixes parte 2

Sentivamo il bisogno di una seconda raccoltona di remix dei Depeche Mode? Qualcuno aveva espresso la necessità di altri tre CD di remix vari a così pochi anni di distanza dai 3 precedenti (e quindi con pochissimo materiale davvero nuovo da aggiungere) e con l'inclusione di un intero CD di remix realizzati appositamente (e quindi, per le ragioni che vi spiegherò, non poi così appetibili)?

Dopo non lunga meditazione, la risposta onesta non può che essere no, non la sentivamo. E infatti prevedo che non concederò a questo box molto più che un paio di ascolti distratti.

Il problema di fondo è che se è vero che i Depeche Mode sono stati, senz'altro, i più grandi commissionatori di remix degli anni '90, dove con quel "grandi" intendo riferirmi alla qualità dei remix stessi, è anche vero che gli anni '90 sono finiti da un pezzo, e con loro sono finiti sia i grandi dischi dei Depeche Mode (il cui ultimo album degno di nota è Ultra del 1997, dopo si tira a campare) sia il periodo dei grandi remixatori (con buona pace delle pur notevoli eccezioni ancora rimaste in campo).

Il primo box triplo (Remixes 81-04) raccoglieva molte delle gemme disseminate dai DM nell'incredibile numero di maxi single prodotti nella loro carriera fino ad Exciter (l'album del 2001). Questo secondo box ne aggiunge ancora qualcuna, ma non tantissime (l'Anandamidic Mix di Walking In My Shoes; il Pulsating Orbital Vocal Mix di Happiest Girl; lo United Mix di Barrel Of A Gun; il Dan The Automator Mix di Only When I Lose Myself), concentrandosi però per lo più (come è logico) sui rifacimenti dei brani inclusi nei due album usciti nel frattempo. Qualcuno di questi remix è interessante, ma il problema è che sono i pezzi di partenza a non esserlo: canzoni come Suffer Well, John The Revelator, In Chains, Peace (sinceramente, migliorata da questo mix svuotato), Lilian, Corrupt, Fragile Tension, A Pain That I'm Used To, non sono memorabili e non lo diventano nelle versioni rielaborate da chicchessia.

Ciò nonostante, qualche chicca da segnalare c'è: l'interessante remix del 2006 di Everything Counts (Oliver Huntemann And Stephan Bodzin Dub), il Death Mix di Fly On The Windscreen (roba del 1985, finora edito solo sul singolo di It's Called A Heart), il ripescaggio della versione Dub In My Eyes del classico World In My Eyes (uscita nella re-release del 2006).

Discorso a parte per il terzo CD. Composto solo da versioni appositamente realizzate per questo box, è stato molto pubblicizzato grazie a due "ritorni": l'Alan Wilder Remix di In Chains e il Clark Remix di Freestate. Nessuno dei due rifacimenti mi emoziona, sarà anche perchè si tratta di due pezzi che trovo davvero bruttini di per se', anche sotto la media degli ultimi anni. Per il resto, il disco contiene cose non disprezzabili ma di nessun valore "storico", e con questa affermazione intendo che un remix che esce nel momento di pubblicazione del singolo, che viene trasmesso in radio, che viene ballato in discoteca, che viene ascoltato in cameretta da chi ha comprato il maxi single (quando c'erano, ahimè), assume un qualche alone di interesse se riascoltato negli anni successivi: nostalgia, fascinazione per un'epoca, riscoperta dei suoni di un periodo. Ma remixare nel 2011 un brano del 1982 (o del 1993, o del 2001) mi sembra un'operazione fredda, meccanica e puramente commerciale, francamente destituita da ogni senso.


[1-Disc version]
1. Dream On - Bushwacka Tough Guy Mix Edit (2001)
2. Personal Jesus - The Stargate Mix (2011)
3. Suffer Well - M83 Remix (2006)
4. John The Revelator - UNKLE Reconstruction (2006)
5. In Chains - Tigerskin's No Sleep Remix Edit (2011)
6. Peace - SixToes Remix (2009)
7. Tora! Tora! Tora! - Karlsson And Winnberg (from Miike Snow) Remix (2011)
8. Never Let Me Down Again - Eric Prydz Remix (2011)
9. I Want It All - Roland M.Dill Remix (2011)
10. Wrong - Trentemøller Remix (2009)
11. Puppets - Röyksopp Remix (2011)
12. Everything Counts - Oliver Huntemann And Stephan Bodzin Dub (2006)
13. A Pain That I'm Used To - Jacques Lu Cont Remix (2005)


[3-Disc version]
Disc 1:
1. Dream On - Bushwacka Tough Guy Mix (2001)
2. Suffer Well - M83 Remix (2006)
3. John The Revelator - UNKLE Reconstruction (2006)
4. In Chains - Tigerskin's No Sleep Remix (2011)
5. Peace - SixToes Remix (2009)
6. Lilian - Chab Vocal Remix Edit (2006)
7. Never Let Me Down Again - Digitalism Remix (2006)
8. Corrupt - Efdemin Remix (2009)
9. Everything Counts - Oliver Huntemann And Stephan Bodzin Dub (2006)
10. Happiest Girl - The Pulsating Orbital Vocal Mix (1990)
11. Walking In My Shoes - Anandamidic Mix (1993)
12. Personal Jesus - The Stargate Mix (2011)
13. Slowblow - Darren Price Mix (1997)

Disc 2:
1. Wrong - Trentemøller Club Remix (2009)
2. World In My Eyes - Dub In My Eyes (1990)
3. Fragile Tension - Peter Bjorn and John Remix (2009)
4. Strangelove - Tim Simenon/Mark Saunders Remix (1988)
5. A Pain That I'm Used To - Jacques Lu Cont Remix (2005)
6. The Darkest Star - Monolake Remix (2006)
7. I Feel You - Helmet At The Helm Mix (1993)
8. Higher Love - Adrenaline Mix Edit (2004)
9. Fly On The Windscreen - Death Mix (1985)
10. Barrel Of A Gun - United Mix (1997)
11. Only When I Lose Myself - Dan The Automator Mix (1998)
12. Ghost - Le Weekend Remix (2009)

Disc 3:
1. Personal Jesus - Alex Metric Remix Edit (2011)
2. Never Let Me Down Again - Eric Prydz Remix (2011)
3. Behind The Wheel - Vince Clarke Remix (2011)
4. Leave In Silence - Claro Intelecto 'The Last Time' Remix (2011)
5. In Chains - Alan Wilder Remix (2011)
6. When The Body Speaks - Karlsson And Winnberg Remix (2011)
7. Puppets - Röyksopp Remix (2011)
8. Tora! Tora! Tora! - Karlsson And Winnberg (from Miike Snow) Remix (2011)
9. Freestate - Clark Remix (2011)
10. I Want It All - Roland M. Dill Remix (2011)
11. A Question Of Time - Joebot Presents 'Radio Face' Remix (2011)
12. Personal Jesus - Sie Medway-Smith Remix (2011)

12 giugno 2011

Darkest Hour for the Clan of Xymox

Al primo ascolto, Darkest Hour mi ha spiazzato. Il che è già un'ottima notizia. Avevo lasciato i Clan Of Xymox alla buona dance gotica di In Love We Trust, un album più che discreto con qualche bel picco (Emily, Morning Glow, Home Sweet Home), penalizzato più che altro dai troppi rimandi alla propria stessa carriera degli anni '90 e '00, che ne facevano una sorta di ripasso.

Questo nuovo album invece sembra da un lato pescare i propri riferimenti ancora più indietro, in quell'inizio di carriera tanto osannato dai cultori del goth, dall'altro tentare un rimescolamento delle carte.

Il risultato, come dicevo, è spiazzante per chi segue i CoX da sempre. Ho dovuto attendere un po' di ascolti prima di decidere che Ronny Moorings ha preso la direzione giusta, e che quest'album sarà probabilmente ricordato come quello di una svolta coraggiosa ma necessaria.

La differenza sta in un minore ricorso ai riff di synth ed a soluzione "dance", con una preponderanza di brani lenti ed atosferici rispetto ai pezzi da dancefloor, e soprattutto in una scelta vocale dai toni più intimi, con risultati che si avvicinano allo stile del Moorings dei primi album.

Questo non significa che il disco si limiti a giocare sull'effetto nostalgia. L'esperienza dei CoX recenti si sente, e ad esempio non manca una splendida macchina apripista goth come Delete, la seconda traccia del CD, che viene controbilanciata da episodi come Dream of Fools, le cui atmosfere crepuscolari sono sostenute da synth morbidi e dalla chitarra di Moorings.

L'album tiene insieme le cose più disparate: l'opener quasi industrial My Reality, l'EBM di My Chicane, la darkwave di Deep Down I Died e di In Your Arms (oltre alla strumentale Darkest Hour che dà il titolo all'album), gli sperimentalismi della traccia di chiusura Wake Up My Darling.

Un album pervaso da fremiti wave molto credibili, nonostante si avverta bene la solita sapienza del songwriting, che per merito di una antica alchimia non scade mai in un manierismo fine a se' stesso (o riesce a non farcelo avvertire).

6 giugno 2011

Diaframma Live

Dei Diaframma torno a parlarvi spesso, dunque vi risparmierò per una volta una delle mie noiosissime introduzioni storiche.

Live 09-04-2011 è semplicemente quello che dichiara di essere: la testimonianza di un concerto dello scorso aprile, al Viper di Firenze.

Emblematicamente, in copertina c'è il solo Federico Fiumani, a ricordare che i Diaframma ormai non sono altro che un nome dietro al quale, da decenni, si cela la sua carriera solista, che piaccia o no a chi ricorda con nostalgia soltanto il primo periodo della band, quello della new wave italiana e delle influenze di Joy Division & co.

Ma i Diaframma sono diventati altro e Fiumani ha scritto un numero impressionante di grandi canzoni, oltre ad aver calcato innumerevoli palchi da quei giorni. Era dunque ora che un disco dal vivo ne desse testimonianza, visto che nella pur lunga discografia del gruppo un titolo live non c'è (se si esclude Live and Unreleased che è una raccolta di brani dal vivo, demo e altro materiale).

Il CD copre la produzione più recente ma si sofferma anche su diverse gemme del passato, con il valore aggiunto di tre ospiti d'onore: Marcello Michelotti dei Neon, che canta Delorenzo e la sua Information of Death, Andrea Chimenti, prima cantante dei Moda e ora brillante solista, che impreziosisce Labbra Blu e la cover di Ziggy Stardust di Bowie (ma qui si potrebbe parlare di cover della cover dei Bauhaus), e il grande Miro Sassolini, cantante dei primi album dei Diaframma, che partecipa alle indimenticate Siberia e Amsterdam.

Una bella carrellata che soffre soltanto di una registrazione non certo impeccabile, gravemente piatta dal punto di vista sonoro. Ma anche questo, come tutti i dischi recenti di Fiumani, è un disco punk, e come tale non ci si può certo aspettare che si "senta bene".

1. Gennaio
2. Io sto con te (ma amo un'altra)
3. Mi sento un mostro
4. L'orgia
5. Illusione ottica
6. Io amo lei
7. Delorenzo (con Marcello Michelotti)
8. Information Of Death (con Marcello Michelotti)
9. Labbra blu (con Andrea Chimenti)
10. Ziggy Stardust (con Andrea Chimenti)
11. I figli sopravvivono
12. Il telefono
13. Fiore non sentirti sola
14. Diamante grezzo
15. Amsterdam (con Miro Sassolini)
16. Siberia (con Miro Sassolini)
17. Verde
18. L'odore delle rose
19. Vaiano

1 giugno 2011

Cat's Eyes, yaaaawn

Per questo album mi sono imbattutto nell'agghiacciante etichetta di "lounge goth pop".
Ora, dico io, a parte il brivido lungo la schiena causato dall'accostamento tra "lounge" e "goth", che bisogno c'è di inventarsi queste aggregazioni di generi, o se vogliamo queste sotto-ramificazioni di sotto-generi, quando una definizione semplice semplice esisterebbe già?

Del disco vi parlo tra un attimo, prometto. La questione dei generi è vecchia e io magari sono anche un po' troppo fissato sull'argomento, ma a volte mi pongo il problema di come si faccia, con certe definizioni in circolazione, a intuire cosa ci si può aspettare dai dischi a cui sono appiccicate.

Da un lato, è chiaro che con l'uso di etichette fantasiose si vada incontro all'esigenza di storicizzare oltre che a quella di descrivere. Esempio: i Black Mountain dei primi due album fanno "hard rock psichedelico" o "cross-vintage-post-psych-metal-rock" (giusto per buttare lì una cosa)? Per me è evidente che si cimentano nel primo, ma se uso il secondo si capisce, se non altro, che non sono una band degli anni '70. Ma qualche volta mi pare si scada davvero in accozzaglie di parole che non significano più nulla ("post" che cosa? "alternative" rispetto a chi? e via banalità).

Ma questa, mi sovviene all'improvviso, sarebbe una recensione (o almeno, potreste aspettarvi una cosa del genere) e dunque dovrei smetterla di divagare. Dunque, prima di dirvi a quale genere potrebbe appartenere questo disco secondo il mio modestissimo e abbastanza irrilevante parere, ecco un minimo di informazioni sui Cat's Eyes: si tratta di un duo costituitosi da poco, con la voce degli Horrors Faris Badwan ed il soprano canadese Rachel Zeffira, finora abbastanza sconosciuta fuori dall'ambito classico. I due si sono incontrati e si sono tanto piaciuti (artisticamente parlando, perchè sull'aspetto personale non vogliono rilasciare commenti) ed hanno iniziato a mettere insieme qualche nota, anche grazie al fatto che lei è una polistrumentista ed entrambi cantano. La cosa è andata abbastanza avanti da portarli a cantare in Vaticano (si, esatto, avete letto bene), poi a dare alla luce un EP e infine a rilasciare questo primo album omonimo.

Faris Badwan ha dichiarato che sentiva il bisogno di cambiare un po' aria e di spaziare fuori dai territori tipici degli Horrors (che pure avevano fatto un bel salto di direzione dal primo al secondo album). E Cat's Eyes se ne discosta abbastanza, grazie alla voce gorgheggiante e a tratti eterea di Zeffira, agli arrangiamenti orchestrali, al ripescaggio a mani basse dai repertori degli anni '60 e '70, soprattutto dai "girl's group" alla Shangri-La's e dalla tradizione della canzone a due voci "lui tenebroso lei esile e un po' giuliva".

Il disco è stato accolto con enorme favore e quasi osannato. Per me, al di là di qualche momento fortunato, è uno sbadiglio quasi totale. La voce di Zaffira non ha nulla di memorabile, Badwan invece ha personalità da vendere ma in questa raccolta di canzoni non la mette a frutto come potrebbe. Il problema è che l'album (che dura poco più di 28 minuti) mette insieme tutti i luoghi comuni del revival vintage, una moda ormai già vecchia, e quindi giù con i coretti anni '60, con i richiami alle colonne sonore del solito Morricone, con i deja-vu alla Gainsbourg-Birkin, ma non riesce ad imbroccare uno stile personale, e rimane una sorta di compilation impressionista: cosine carine buttate là ma niente di più. Quando non scade nel mal riuscito, vedi per esempio Face in a Crowd - l'apoteosi di una certa vacuità musicale vacanziera (personalmente, mi evoca un balletto da spiaggia delle nostre mamme immortalato in una Polaroid scolorita, e i due de Il Genio ne avrebbero forse tirato fuori qualcosa di meglio) - oppure Not a Friend, melensa tirata soporifera di voce ispirata e sonorità eteree che vorrebbe riportare alla mente i fasti dei This Mortal Coil o di Julee Cruise ma al confronto fa solo sorridere.

Una noia pazzesca, insomma. Ma piace a tutti, quindi magari se siete curiosi ascoltatevelo lo stesso, che potrebbe piacere anche a voi.
Ah, era rimasta in sospeso la questione del genere. Diciamo che questo è senza tanti giri di parole "pop anni '60". Ma anche "lounge goth pop", dopo tutto, non era male, sapete?

26 aprile 2011

Gorillaz: The Fall... una caduta? Ma no.

Per parlare di questo album è necessaria un po' di storia. Chi siano (e non siano) i Gorillaz è ormai arcinoto, dunque passiamo direttamente alla gestazione delle canzoni che compongono il CD.

Durante il tour dei Gorillaz dell'anno scorso, Damon Albarn ha visitato un sacco di città e soprattutto di stanze d'albergo. Pare che si annoiasse molto, per cui ha passato un po' di tempo a giocherellare col suo nuovo iPad. Che permette anche di fare musica, e quindi il buon Damon ha buttato giù idee, ritmi, spunti e così via.
Senza troppe modifiche, anzi evitandole quasi del tutto, quegli spunti sono diventati i 15 brani di The Fall. L'album è stato originariamente offerto in formato solo digitale sul sito dei Gorillaz come regalo agli iscritti al fan club. Esce ora nei negozi a prezzo contenuto, un po' in sordina visto che ormai si tratta di una cosa già datata e abbondantemente recensita. Forse solo io me ne occupo adesso, visto che ho atteso che uscisse il CD prima di ascoltarlo.

Molti l'hanno considerato niente altro che una sorta di scherzo, un gioco nato per capriccio durante il tour ma ben lontano dalla qualità delle tre uscite "regolari" che l'hanno preceduto. Certo, nel disco non ci sono pezzi forti alla Clint Eastwood, Feel Good Inc., DARE o Stylo, e non ne verranno fuori delle hit: troppo dimesso il tono, troppa poca attenzione alla commerciabilità del materiale, pochissime collaborazioni.

A me però l'album è piaciuto molto, sarà per il minimalismo, sarà per una certa malinconia di fondo, sarà anche che suona molto come un disco solista di Damon Albarn. La raccolta di canzoni gioca sull'immediatezza: si sente molto la natura "on the road", e nel mutamento costante d'ispirazione dei brani si percepisce lo sfondo cangiante sul quale sono stati concepiti. Soprattutto, emergono come fiori dal deserto certe piccole grandi idee di composizione, senza un eccesso di sovrapposizioni stratificate che avevano forse un po' debordato nel precedente Plastic Beach.

Bella dunque la semplice ma efficace intro sintetica Phoner to Arizona, splendida la successiva Revolving Doors, che ci restituisce il miglior Albarn. Hillbilly Man ci regala la chitarra di Mick Jones (una delle quattro collaborazioni presenti) su un beat electro decisamente minimale. Si va avanti per piccoli bozzetti sonori su ritmi elettronici quasi abbozzati, con le tastierine house di Detroit, i bassi cupissimi di Little Pink Plastic Bag, qualche stratificazione di synth in più sulla toccante Amarillo, il basso di Paul Simonon in Aspen Forest e il ritorno di Bobby Womack in Bobby in Phoenix.

Il facile gioco di parole sulla "caduta" del titolo (che starebbe ad indicare una decadenza dopo il periodo d'oro), abusato in molte recensioni online, non mi pare adeguato per descrivere il disco. Semmai ci vedo un riferimento all'autunno, ad un tono meno pomposo, più riflessivo e meno party-oriented. O forse (ma questo magari sta solo nella mia immaginazione di fanatico del post-punk) si tratta di un omaggio nascosto ai Fall di Mark E. Smith, che era stato anche ospite in Plastic Beach?

18 aprile 2011

Interplay, Foxx and the Maths

La carriera solista di John Foxx dopo l'addio agli Ultravox (un evento che risale ormai a più di trent'anni fa) è stata tra le più prolifiche tra i sopravvissuti alla prima ondata post-punk e, sebbene abbia conosciuto alti e bassi, è tra le più degne di essere (ri)scoperta da chi se la fosse persa.

Il nostro però non ha prodotto solo album a proprio esclusivo nome, anzi non è nuovo a collaborazioni a quattro o più mani. Interplay, l'album fresco fresco che esce a nome John Foxx And The Maths, rientra in questa categoria. Sebbene il moniker faccia pensare ad una band, la scrittura in realtà è stata condivisa con il solo Ben Edwards, noto come sperimentatore e collezionista di synth analogici.

L'album è una bella sorpresa e si può ben annoverare tra i più felici della lunga serie di uscite che Foxx ha snocciolato negli ultimi anni, a dispetto dell'età anagrafica (che potrebbe essere uno svantaggio visto il genere, o forse no?) e della possibile stanchezza compositiva.

Dando una sterzata rispetto alle uscite più recenti, il disco rientra nel filone più vivace di Foxx, quello esplorato nella lunga collaborazione con Louis Gordon, allontanandosi invece dalle sonorità ambient e riflessive della serie Cathedral Oceans o delle collaborazioni con Harold Budd e Robin Guthrie. Anzi, il piglio è decisamente energico, facendo classificare l'album (non particolarmente classificabile, in verità) come un synth pop con virate tecno e qualche puntata nella vera e propria EBM. Tutti generi che a John Foxx devono più di qualcosina, dopotutto, e questo rende difficile inquadrarlo in un filone o nell'altro.

L'album si apre con l'eccellente Shatterproof (una sorta di omaggio ai Nitzer Ebb?) e va avanti sfornando brani uno più potente dell'altro. Fanno eccezione soltanto un paio di ballate sintetiche, che fanno tornare alla mente i fasti della indimenticabile My Sex degli Ultravox (Interplay, The Good Shadow). In Watching a Building on Fire Foxx duetta con Myra Arroyo dei Ladyton, e il risultato reso dalle due voci è tutt'altro che disprezzabile.

Un disco per nostalgici, ma anche attuale, connubio difficile da realizzare ma che qui si manifesta in modo alchemicamente perfetto.

5 febbraio 2011

Il contenuto inedito dei Gang of Four

Ricordati da un critico di Rolling Stone come "la migliore tra le band motivate politicamente nel rock'n'roll", i Gang of Four sono stati tra i più importanti espondenti del post punk inglese tra la fine dei '70 e i primi '80.

Con la loro miscela di punk, funk e dub, il quartetto ha realizzato almeno un paio di capolavori (l'eccellente Entertainment e l'appena inferiore Solid Gold) prima di ammorbidire la formula con una vena dance e infine sciogliersi dopo il quarto album nel 1984.

Ad un paio di riunioni estemporanee negli anni '90 ne è seguita un'altra più duratura nel 2004, che pur con qualche cambio di formazione è durata fino ad oggi, attorno ai punti fermi dei membri storici Jon King ed Andy Gill.

La riunione aveva finora prodotto soltanto un album doppio di reinterpretazioni di brani dai primissimi album e remix , ma adesso arriva il primo disco di materiale inedito. La buona notizia è che l'attesa è stata ripagata dall'arrivo di Content, un album che dal punto di vista qualitativo è la migliore prova della band dai loro tempi d'oro dei primi anni '80. Non si interpreti però in modo troppo entusiastico quest'ultima affermazione: i dubbi ci sono, mitigati dal fatto che alcuni pezzi brillano particolarmente.

She Said You Made A Thing Of Me e You Don't Have To Be Mad aprono l'album in modo brillante: ritmi spezzati, chitarre nervose e voce arrabbiata, due buone prove new wave che sembrano davvero venire dal passato, anche se viene meno la ballabilità che era il marchio di fabbrica dei primi Gang of Four. A Fruitfly In The Beehive è una bella ballata confezionata con sonorità interessanti, You'll Never Pay For The Farm un altro convincente tuffo nel passato. Ma in alcuni casi si sente una certa mancanza di ispirazione ed anche la produzione non sempre aiuta, vedi gli eccessi sonori di I Can't Forget Your Lonely Place oppure il brutto ritornello di Who Am I.

Nel complesso, di supera abbondantemente la sufficienza, e il disco si riascolta volentieri, peccato però per la mancata realizzazione di quello che rischiava di essere un capolavoro se ci fosse stata maggiore costanza, e invece sarà soltanto un buon disco da riascoltare di tanto in tanto.

2 febbraio 2011

Ma chi è Anna Calvi?

Anna Calvi è un nome che ci ha ossessionato un po' negli ultimi mesi. Cantautrice britannica di origini italiane, lanciata dalla BBC, la bella cantante / chitarrista nata nell'82 è stata definita "la nuova PJ Harvey", è stata accostata a Nick Cave, per lei hanno scomodato accostamenti con chiunque da Nina Simone a Maria Callas.

Inutile dire che ero preparato, all'arrivo di questo album, ad un capolavoro (possibilità: 1%) oppure ad una inenarrabile fetecchia (possibilità: 99%).

Sono rimasto sorpreso in quanto nessuna delle due cose si è avverata. A mia parziale discolpa osservo che se negli scorsi anni la stampa britannica non avesse acclamato una successione di scartine come "next big thing" di turno, forse avrei imbroccato una previsione più sensata.

Diciamo innanzi tutto quello che va detto: Anna Calvi è brava, molto brava. Accompagna una voce suadente, capace di essere sussurro o potenza, ad un indiscutibile magnetismo personale. Suona la chitarra in modo più che apprezzabile, volendo fa tutto da sola (guardate uno qualsiasi dei bei video su YouTube), tiene la scena come pochi e sfoggia uno stile quanto meno interessante.

E quindi? Quindi il punto debole sono le canzoni. Il disco non è male, ma non è neppure memorabile. Ascoltatelo e ditemi se dopo qualche ora vi torna in mente una sola nota. Supera di gran lunga la sufficienza, ed è meglio di qualsiasi cosa abbia fatto la citata PJ Harvey negli ultimi tre lustri (non che ci volesse molto), ma prima di poter capire se abbiamo davvero di fronte quello che ci è stato promesso, dovremo aspettare il prossimo giro. Per adesso, tengo il giudizio in sospeso.